Cult of Luna - Salvation (2004)



Eeemptyyyy meeeeeeen

Salvation, CD rosso immerso nel bianco.

Erik Olofsson ha disegnato un fiocco nero che si avvolge, forse.
Nel booklet privo di testi appaiono due immagini sbiadite di uomini in giacca e cravatta senza volto.
I Cult of Luna hanno cambiato pelle, ora sono in otto e la new entry Fredrik Kihlberg si occupa della terza chitarra.
Il suono è più stratificato e per sfumare ulteriormente questo imponente muro sonoro (ricordo ai pochi che non lo sanno che la band svedese oltretutto utilizza un percussionista e un batterista) è ormai in pianta stabile Anders Teglund dietro la consolle.
Gli echi hardcore fanno parte del passato, e la band svedese su questo disco compie il passo decisivo verso la propria metamorfosi principale e determinante arricchendo di climax le proprie suite (la metà dei brani oltrepassa i 10 minuti di lunghezza). Luci ed ombre che si rincorrono, tra arpeggi o rintocchi acustici e cavalcate imponenti a-la Cult of Luna. Non uno stile particolarmente innovativo, perchè per la prima volta abbondano i riferimenti agli scozzesi Mogwai che questo tipo di struttura l'hanno praticamente forgiata nella scena post-rock moderna, ma un suono distinguibile tra mille, palpitante, spesso sognante ed altre volte ancora caustico sul profondo solco che col precedente 'the beyond' gli svedesi avevano tracciato.
I Cult of Luna non sono i Mogwai, prendono quel modello in prestito e a volte sciorinano frangenti o vere e proprie ballad semiacustiche (l'immensa Crossing over), sempre in salsa personale però; perlopiù, tuttavia, restano essenzialmente una band metal che ha fatto di riff pesantemente cadenzati e un cantato a metà tra l'urlato e un growl il tappeto su cui stendere le proprie sperimentazioni sonore.
Salvation dunque non è hardcore e non è certo metal tout court, non è post-rock perchè resta un disco troppo pesante per quei canoni, e non è neppure da affrancare alla scena più propriamente post-metal degli americani Isis. A proposito, una volta per tutte specifichiamo che questi ultimi e gli svedesi non hanno che qualche elemento in comune, e che fondamentalmente sono due band che professano due Credo totalmente diversi.
Allora cos'è 'Salvation'? E' sicuramente un disco che alterna passaggi molto minimali a-la Explosions in the sky ad altri più metallici;
è un disco che fa sognare attraverso la fitta rete di suoni acustici che non conoscono pausa nel proprio incedere, ma al tempo stesso è un disco che crea atmosfere plumbee e apocalittiche, specie quando i proverbiali climax sonori convergono verso l'apice, e l'esplosione finale suona come una liberazione (Waiting for you). I chitarristi sono abituati a schiacciare le loro pedaliere spesso, molto spesso. L'attenzione per i suoni e per fare e disfare atmosfere prima sognanti poi martellanti, suoni prima appena abbozzati ad altri estremamente saturi e opprimenti, è minuziosa. Il bassista varia la propria funzione rispetto a The beyond, stavolta non si limita a dare mazzate e spesso crea dissonanze a tratti indimenticabili, nella loro semplicità (Echoes o nel finale di Waiting for you), o fa da perno centrale alla parte centrale soporifera di White cell.
Non siamo dinanzi a virtuosi, lo abbiamo già scritto sulle pagine di questo blog, i Cult of Luna puntano su altre qualità musicali e hanno il pregio non indifferente di aver plasmato una propria identità sonora, badando in modo peculiare all'unione tra musica e parole.
Ecco perchè scavando più a fondo ci imbattiamo in tematiche introspettive, che accompagneranno anche il successivo Somewhere along the highway, sebbene su quel disco il tema sia allargato al rapporto uomo-natura. La salvezza a cui allude il titolo non ha alcuna connotazione religiosa.
Monumentale Crossing over, sebbene ricordi vagamente Tracy dei Mogwai.
Musica e parole.

To escape the suffering we keep our emotions at a distance
So far away that our skin becomes our fortress



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