Ladybird Ladybird (di Ken Loach, 1994)


Desiderio di normalità da una parte, l'ottusità del pregiudizio e peggio della persecuzione dall'altra. Non ci sono vincitori, i vinti sono i bambini. Viene da chiedersi che senso abbia continuare a farli, ma no a Loach forse questo non importa, la lente d'ingrandimento focalizza un meccanismo tanto paradossale quanto cieco e invadente, offensivo. E' il concetto di libertà ad essere calpestato, unito a maternità, sentimento, dignità. Questo sistema becero che giudica a priori, che ha già un'idea prestabilita e dimentica dettagli forse non poi così trascurabili (Maggie è stata stuprata dal padre, ma questo lo spettatore lo saprà solo tardi), l'impegno di Jorge nel proprio paese. Noi possiamo formulare tutti i giudizi del mondo su questa donna così instabile emotivamente, le sue scelte dovute a debolezze che la spingono ad un desiderio a volte spasmodico della ricerca di un'equilibrio e di una stabilità, per sè, per i bambini. Sono molte le riflessioni sul senso che molte persone hanno della famiglia che in second'ordine giungiamo a formalizzare. Gli effetti paradosso di queste unioni famigliari sono descritti in modo eccellente: Maggie è sottomessa all'uomo che la picchiava e finisce per riavvicinarsi a lui, mentre urla e sbraita contro il "buon" Jorge. Maggie non è affatto un'eroina, il limite tra compassione, comprensione e imprudenza è labile, è influsso sociale, In Europa solo i Dardenne e certo cinema nordico ha osato tanto nell'indagine sociale negli ultimi due decenni. Una vetta di Loach, regista straordinario e direi doppietta con l'altro capolavoro che lo precede 'Piovono pietre'.

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