Family life (di Ken Loach, 1971)


Vivere e morire secondo la stessa condizione, nel pieno rispetto di una convenzione incontrovertibile. La capacità di Loach di penetrare tra le mura domestiche è straordinaria, ma il mondo borghese, pur facendo da cornice alla vicenda narrata, non ne costituisce il maggior motivo di interesse. Il nodo è la malattia mentale, come stigma su cui scaricare la colpevolizzazione della non aderenza al controllo, e giustificativo tramite cui riappropriarsi di quel controllo sadico e morboso che è stato destabilizzato mediante una disobbedienza che rimanda ad una libertà lecita negata. Perchè la malattia mentale insorge spesso in età adolescenziale? Spesso la risposta è in quel crollo vertiginoso del senso di sicurezza e protezione e l'esposizione ad un livello di stress a cui non si è capaci di porre fronte. A Janice viene negata sistematicamente la possibilità di modellarsi e guadagnarsi, sperimentando nella diversità, quel "senso di responsabilizzazione" la cui presunta mancanza la coppia di genitori le imputerà costantemente, possessivamente. Chiaramente uno spettatore con un minimo senso critico, richiamato a stuzzicare la propria coscienza e le proprie convinzioni, può trarre conclusioni lucide su chi siano i veri 'malati' del film. Ma il problema è ancora più a monte, perchè i genitori non fanno che tradurre un dictat che verrebbe da dire venga imposto da qualcosa che sta "più in alto". L'invettiva maggiore è ad una convinzione che attecchisce negli ambienti privi di confronto e cultura, in cui chi detiene il potere ritiene di avere in mano la chiave d'accesso a ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, ciò che è morale e ciò che è immorale. Con uno stile asciutto e mai compiaciuto, spesso quasi documentaristico, Loach è perfettamente padrone della situazione, e descrive con raro acume e capacità introspettiva, scolpendo ritratti reali, che smuovono inevitabilmente vissuti, specie se si lavora nel campo.
Il dott. Robertson è il prototipo della rivoluzione culturale in atto in Inghilterra in quegli anni, e trasposto in Italia potremmo ricondurlo a Basaglia, artefice di una legge che ha attecchito nel nostro paese circa 7 anni dopo la realizzazione del film. Niente di iperrealistico o azzardato, tutto ciò che accade è una pagina vergognosa che accedeva e che non è archiviata del tutto. La scena più bella è quella in cui Janice e Tim imbrattano d'azzurro il giardino di casa, è uno dei pochissimi raggi di luce nel buio che avvolge il film. Un'altra scena madre è la fuga dall'ospedale psichiatrico, in cui vorresti metter fretta a Tim affinchè accenda quella benedetta Vespa e dileguarsi per sempre. Le scene dure sono invece molte, e colpiscono sempre con brutalità. E se la mossa di Tim rappresenta un tentativo vano e non ben organizzato di risoluzione (che quantomeno di realizza), appare omertoso l'atteggiamento della sorella di Janice, che avrebbe dovuto avere il coraggio di far seguire alle parole fatti ben più concreti.

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