Rosetta - The Galilean Satellites (2005)



I Rosetta di Philadelphia sono fissati con lo spazio, come si evince dal monicker di cui si fregiano. Quel che più conta è che il loro connubio tra post-metal/hardcore e space-rock (appunto) è distintivo, di qualità. The Galilean Satellites è l'esordio più folgorante che nel genere si sia mai registrato. Certo i Rosetta sono partiti avvantaggiati, band come Botch, Flying saucerer attack, Earth, Stars of the lid e Isis hanno già aperto le porte per la sperimentazione da anni. C'è tutto ciò in questo primo capitolo, ma resta il fatto che 'The Galilean Satellites' è già un disco di una maturità impressionante, in cui i 4 musicisti sanno già perfettamente come sfruttare le proprie qualità. Matt Weed è il chitarrista, la mente del gruppo. Dave un bassista piuttosto accademico ma essenziale, Bruce McMurtrie un batterista eccezionale, tra l'altro credo britannico. Infine ma non di minor importanza quell'autentico animale da palco che è Mike Armine, vocalist che si occupa anche degli effetti e dell'aspetto se vogliamo più drone della band, caratteristica a cui badare per inquadrarla.
Abbiamo parlato di tutti questi elementi, dal metal all'hardcore (per l'impostazione vocale), drone o space-rock, visto che effetti, feedback e distorsioni sono largamente utilizzati. E' la combinazione sapiente di tutto ciò a rendere questo disco così appetibile, unico. Con la perla geniale della divisione in due CD da sincronizzare. Il primo CD è l'album vero e proprio, il secondo un supplemento ambient che può benissimo essere ascoltato da solo.
'Dèparte/Deneb' apre così questo autentico viaggio ("THESE SONGS ARE ABOUT A SPACE MAN" c'è scritto nel booklet privo di testi - che è comunque possibile trovare sul sito del gruppo), su un riff di basso si staglia l'intera composizione, bella ma addirittura a mio avviso la meno entusiasmante dell'album.
Si procede con la splendida 'Europa/Capella', che racchiude un po' tutto il credo dei Rosetta: un intro in climax ascendente fino all'esplosione del riff portante di chitarra, un vero gioiello. Poi il ritorno acustico prima di un finale travolgente. Come i gruppi che fanno più o meno parte del genere proposto, così anche i Rosetta sono artefici di un tipo di musica che vive di "momenti", un'altalena perenne tra passaggi sommessi e violente accelerazioni, talvolta perfino molto più 'estreme' di altri gruppi della scena; l'esempio calzante è l'accelerazione corposa che calzerebbe tranquillamente su un disco death metal che esplode in 'Absent', seguita da una parte addirittura in doppia cassa, delirante, nel finale.
Ma la componente sognante è uno dei tratti di maggior importanza del gruppo, ed ecco che dinanzi agli ultimi due brani, peraltro i più lunghi (insieme raggiungono più o meno 30 minuti), più che ad un album post-metal si assiste ad un viaggio musicale molto più indefinito, di straordinaria intensità. I due brani confluiscono l'uno dentro l'altro quasi a definirsi come unica entità. Al climax perennemente ritardato della geniale 'itinerant/ross 128', con tanto di piano e violino iniziali (suonati da Matthew), si aggrega la suite finale, 'Au pays natal/Sol', che esplode su un ritmo cadenzato, poi torna a riaddormentarsi prima che il cantato di Mike, sempre più trasognato ed espressivo, raggiunga il suo culmine dando il là all'assalto finale, ricco di suoni saturi, di un cantato eccezionale e un drumming finale bestiale.
Uno dei miei dischi preferiti.

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1 commento:

Anonimo ha detto...

Una band formidabile, un album capace di creare atmosfere sognanti. Sincronizzare i due cd significa prepararsi a vivere un viaggio lungo un'ora. Da avere!