Alcest - Écailles de lune (2010)




Neige ha rivoluzionato il black metal attraverso la fusione con lo shoegaze, oppure al contrario ha rivoluzionato lo shoegaze fondendolo con il black metal? Valgono entrambi i concetti se si accetta l'idea che sia il primo che il secondo album non sono altro che un genere unico, indivisibile, che attinge da entrambe le correnti. Se 'Souvenirs..' è già una pietra miliare di un nuovo genere, appunto, c'era molta attesa per il nuovo album. Ed eccolo, 'Ecailles de lune', nuovo capolavoro di questo artista straordinario, ancora giovanissimo (25 anni credo) e che ha tanto da dire. Questo album ad un primo ascolto spiazza non poco, perchè alle atmosfere sognanti di 'Souvenirs...' s'accompagna un ritorno a certe sonorità più vicine al black metal del MCD 'Le secret' (splendido) e al tempo stesso alcuni riferimenti accostabili a quell'altro discone chiamato 'Amesoeurs', dell'omonimo gruppo purtroppo già sciolto di cui Neige è uno dei principali artefici.
Ma se gli Amesoeurs a mio avviso trovano il limite proprio nella non perfetta fusione tra i vari generi che lo animano, si può dire l'esatto opposto per il progetto Alcest. L'azzardo di arricchire di ulteriori elementi questo secondo disco è stato ripagato in pieno, perchè Neige ha imparato a strutturare meglio i suoi brani e a far sì che questa maggior varietà di frecce al proprio arco si combini in modo congeniale, senza strafare o apparire fuori luogo. Ecco perchè il riff black che chiude il primo brano, che ricorda vagamente la parte di 'And the stars of heaven fell unto the earth...' di 'The dawn of a new age' calza a pennello, e chiude un brano grandioso, in cui c'è quasi tutto Alcest: arpeggi, clean vocals meravigliose sempre più curate e varie, un drumming finalmente non di Neige (che ok sa suonare tutti gli strumenti, ma dietro le pelli non è proprio il massimo) ma di un session, tale Winterhalter, che dopo la prima strofa concede una parte di non-drums semplicemente, creando un tempo tutto suo, a cavolo, che spiazza la prima volta, ma a cui una volta che ti abitui attesti un che di geniale.
In pratica il primo brano si completa nel secondo, entrambi sono una parte della title-track. Ma lasciate le atmosfere spesso Novembrine (a me Alcest ricorda tantissimo i Novembre, per le parti vocali ma in particolar modo per i giri di chitarra) del primo brano, ecco la sorpresa nel secondo: Neige torna allo screaming di 'Le secret' e il drumming, che nel finale di 'Ecailles de lune - part I' era sì black metal ma piuttosto Burzumy, qui va a tavoletta. Ma è solo una sfuriata iniziale, perchè ben presto il brano ritorna acustico e sfocia in quello che probabilmente è il giro di chitarra più Amesoeurs ('Heurt') del disco. Gli arpeggi sono squisiti, e il brano ritorna al sottofondo di onde che s'infrangono che caratterizzano il testo e la sua primissima sequenza. Il terzo 'Percées de lumière' chiude la prima parte ideale del disco: richiama in parte 'Ecailles del lune - part II' per l'uso dello screaming e per l'alternanza col pulito. E' il primo brano che Neige ha concepito, faceva parte infatti dello split con Les discrets di circa 6 mesi fa. Tornando al pezzo, la seconda parte è una delle vette di maturità di Neige, anche per l'uso sempre propositivo e indovinato del basso, che ha delle linee distinguibili: un uso più da shoegaze che da band black-metal, appunto.
Come detto l'album a questo punto cambia, al breve intermezzo 'Abysses' segue un brano quasi totalmente shoegaze, 'Solar song', veramente onirico e forse la vetta vocale di Neige, che qui scatena linee vocali molto suggestive. Il basso alla Air Formation ormai non ci lascia più dubbi, non stiamo ascoltando un disco metal tout court, nonostante il suono delle chitarre sia bello saturo. Gli Slowdive sono il maggior riferimento di Neige, a quanto sembra dall'ascolto di questo brano, ma pur non azzeccandoci molto questo pezzo mi fa pensare a 'Distress' dei This Empty Flow, e mi chiedo se Neige conosca questo gruppo straordinario, anche in questo caso a metà tra la scena metal e quella shoegaze/dream pop.
Ma non è finita, c'è tempo per la conclusiva 'Sur l'ocean couleur de fer', interamente costruita su voce e arpeggi da brivido, e basso nel finale. Per me è per certi versi il brano più significativo degli Alcest.
Questo è solo un mero tentativo di descrivere un disco pressochè intraducibile, che tocca nel profondo come pochi altri.

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