Alcest - Écailles de lune (2010)




Neige ha rivoluzionato il black metal attraverso la fusione con lo shoegaze, oppure al contrario ha rivoluzionato lo shoegaze fondendolo con il black metal? Valgono entrambi i concetti se si accetta l'idea che sia il primo che il secondo album non sono altro che un genere unico, indivisibile, che attinge da entrambe le correnti. Se 'Souvenirs..' è già una pietra miliare di un nuovo genere, appunto, c'era molta attesa per il nuovo album. Ed eccolo, 'Ecailles de lune', nuovo capolavoro di questo artista straordinario, ancora giovanissimo (25 anni credo) e che ha tanto da dire. Questo album ad un primo ascolto spiazza non poco, perchè alle atmosfere sognanti di 'Souvenirs...' s'accompagna un ritorno a certe sonorità più vicine al black metal del MCD 'Le secret' (splendido) e al tempo stesso alcuni riferimenti accostabili a quell'altro discone chiamato 'Amesoeurs', dell'omonimo gruppo purtroppo già sciolto di cui Neige è uno dei principali artefici.
Ma se gli Amesoeurs a mio avviso trovano il limite proprio nella non perfetta fusione tra i vari generi che lo animano, si può dire l'esatto opposto per il progetto Alcest. L'azzardo di arricchire di ulteriori elementi questo secondo disco è stato ripagato in pieno, perchè Neige ha imparato a strutturare meglio i suoi brani e a far sì che questa maggior varietà di frecce al proprio arco si combini in modo congeniale, senza strafare o apparire fuori luogo. Ecco perchè il riff black che chiude il primo brano, che ricorda vagamente la parte di 'And the stars of heaven fell unto the earth...' di 'The dawn of a new age' calza a pennello, e chiude un brano grandioso, in cui c'è quasi tutto Alcest: arpeggi, clean vocals meravigliose sempre più curate e varie, un drumming finalmente non di Neige (che ok sa suonare tutti gli strumenti, ma dietro le pelli non è proprio il massimo) ma di un session, tale Winterhalter, che dopo la prima strofa concede una parte di non-drums semplicemente, creando un tempo tutto suo, a cavolo, che spiazza la prima volta, ma a cui una volta che ti abitui attesti un che di geniale.
In pratica il primo brano si completa nel secondo, entrambi sono una parte della title-track. Ma lasciate le atmosfere spesso Novembrine (a me Alcest ricorda tantissimo i Novembre, per le parti vocali ma in particolar modo per i giri di chitarra) del primo brano, ecco la sorpresa nel secondo: Neige torna allo screaming di 'Le secret' e il drumming, che nel finale di 'Ecailles de lune - part I' era sì black metal ma piuttosto Burzumy, qui va a tavoletta. Ma è solo una sfuriata iniziale, perchè ben presto il brano ritorna acustico e sfocia in quello che probabilmente è il giro di chitarra più Amesoeurs ('Heurt') del disco. Gli arpeggi sono squisiti, e il brano ritorna al sottofondo di onde che s'infrangono che caratterizzano il testo e la sua primissima sequenza. Il terzo 'Percées de lumière' chiude la prima parte ideale del disco: richiama in parte 'Ecailles del lune - part II' per l'uso dello screaming e per l'alternanza col pulito. E' il primo brano che Neige ha concepito, faceva parte infatti dello split con Les discrets di circa 6 mesi fa. Tornando al pezzo, la seconda parte è una delle vette di maturità di Neige, anche per l'uso sempre propositivo e indovinato del basso, che ha delle linee distinguibili: un uso più da shoegaze che da band black-metal, appunto.
Come detto l'album a questo punto cambia, al breve intermezzo 'Abysses' segue un brano quasi totalmente shoegaze, 'Solar song', veramente onirico e forse la vetta vocale di Neige, che qui scatena linee vocali molto suggestive. Il basso alla Air Formation ormai non ci lascia più dubbi, non stiamo ascoltando un disco metal tout court, nonostante il suono delle chitarre sia bello saturo. Gli Slowdive sono il maggior riferimento di Neige, a quanto sembra dall'ascolto di questo brano, ma pur non azzeccandoci molto questo pezzo mi fa pensare a 'Distress' dei This Empty Flow, e mi chiedo se Neige conosca questo gruppo straordinario, anche in questo caso a metà tra la scena metal e quella shoegaze/dream pop.
Ma non è finita, c'è tempo per la conclusiva 'Sur l'ocean couleur de fer', interamente costruita su voce e arpeggi da brivido, e basso nel finale. Per me è per certi versi il brano più significativo degli Alcest.
Questo è solo un mero tentativo di descrivere un disco pressochè intraducibile, che tocca nel profondo come pochi altri.

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L'enfant (di Luc e Jean-Pierre Dardenne, 2004)


Sonia ha il suo neonato in braccio, vorrebbe rientrare nel suo appartamento ma lo trova affittato per alcuni giorni a sconosciuti: questa prima sequenza inquietante ci immerge nell'ennesimo viaggio dei Dardenne nell'emarginazione. Chi ha affittato l'appartamento non è altri che Bruno, padre del bambino (chiamato Jimmy...e siamo in Belgio). Bruno nella vita fa il ladro e il ricettatore. Male. Perchè come ladro deve ricorrere alla collaborazione di due ragazzini. Come ricettatore ogni qualvolta rivende la refurtiva viene puntualmente fregato. Forse è troppo buono o stupido. Forse non ha gli strumenti per formare un senso di responsabilità.
Ad ogni modo Sonia perdona il gesto e seppur malvolentieri passa la notte in un dormitorio con il bambino. La base del perdono è l'amore che prova per Bruno. Sono molte le sequenze iniziali in cui i due giocano a rincorrersi e a scherzare come bambini. Perchè in fondo questo sono. Ma Bruno è un padre che non sa assolutamente assolvere ai suoi doveri: la nascita di un figlio non ha minimamente intaccato il suo senso di responsabilità e non lo ha invogliato a provare a fare qualcosa per uscire dal proprio tunnel. Il suo proposito resta quello di far soldi a tutti i costi, arrivando a svendere persino i propri vestiti (in una scena rivenderà per un euro una giacca!). I soldi vengono reinvestiti per cose di poco conto e questa è la base per un meccanismo vizioso da cui non riesce ad uscire. La scossa della paternità non produce l'effetto sperato, anzi il suo esatto opposto: per Bruno è l'occasione per rivendere il bambino (per 5000 euro). La logica è quella del "Tanto poi ne facciamo un altro". E' questo il momento-chiave del film, quello che colpisce più a fondo. Ci vanno giù duro i Dardenne, osano superare i limiti di accusa/comprensione e anche della compassione. Bruno genera i più svariati sentimenti: produce la giustificata rabbia di Sonia verso cui prova un affetto sincero. Recupera il bambino ma entra nella morsa degli strozzini. A questo punto quale riscatto ci aspettiamo? Questo è il punto fondamentale del film, in italiano sottotitolato "una storia d'amore". Dopo la visione è lecito pensare che tutto sommato quel sottotitolo non stoni. Ancora una storia di perdono, riscatto, e umanità nella disumanità. Ancora un mondo nascosto in cui vigono altre leggi morali. La società "al di qua" della linea lascia che si creino queste disparità e poi pretende di attuare la propria legge. Noi non possiamo pretendere che Bruno si responsabilizzi se non gli diamo gli strumenti, se lo lasciamo solo. Perchè ancora una volta, come ad esempio in 'Rosetta', è la solitudine dell'emarginazione ad essere messa in primo piano. I Dardenne descrivono questo divario forse incolmabile. Palma d'oro legittima.

Family life (di Ken Loach, 1971)


Vivere e morire secondo la stessa condizione, nel pieno rispetto di una convenzione incontrovertibile. La capacità di Loach di penetrare tra le mura domestiche è straordinaria, ma il mondo borghese, pur facendo da cornice alla vicenda narrata, non ne costituisce il maggior motivo di interesse. Il nodo è la malattia mentale, come stigma su cui scaricare la colpevolizzazione della non aderenza al controllo, e giustificativo tramite cui riappropriarsi di quel controllo sadico e morboso che è stato destabilizzato mediante una disobbedienza che rimanda ad una libertà lecita negata. Perchè la malattia mentale insorge spesso in età adolescenziale? Spesso la risposta è in quel crollo vertiginoso del senso di sicurezza e protezione e l'esposizione ad un livello di stress a cui non si è capaci di porre fronte. A Janice viene negata sistematicamente la possibilità di modellarsi e guadagnarsi, sperimentando nella diversità, quel "senso di responsabilizzazione" la cui presunta mancanza la coppia di genitori le imputerà costantemente, possessivamente. Chiaramente uno spettatore con un minimo senso critico, richiamato a stuzzicare la propria coscienza e le proprie convinzioni, può trarre conclusioni lucide su chi siano i veri 'malati' del film. Ma il problema è ancora più a monte, perchè i genitori non fanno che tradurre un dictat che verrebbe da dire venga imposto da qualcosa che sta "più in alto". L'invettiva maggiore è ad una convinzione che attecchisce negli ambienti privi di confronto e cultura, in cui chi detiene il potere ritiene di avere in mano la chiave d'accesso a ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, ciò che è morale e ciò che è immorale. Con uno stile asciutto e mai compiaciuto, spesso quasi documentaristico, Loach è perfettamente padrone della situazione, e descrive con raro acume e capacità introspettiva, scolpendo ritratti reali, che smuovono inevitabilmente vissuti, specie se si lavora nel campo.
Il dott. Robertson è il prototipo della rivoluzione culturale in atto in Inghilterra in quegli anni, e trasposto in Italia potremmo ricondurlo a Basaglia, artefice di una legge che ha attecchito nel nostro paese circa 7 anni dopo la realizzazione del film. Niente di iperrealistico o azzardato, tutto ciò che accade è una pagina vergognosa che accedeva e che non è archiviata del tutto. La scena più bella è quella in cui Janice e Tim imbrattano d'azzurro il giardino di casa, è uno dei pochissimi raggi di luce nel buio che avvolge il film. Un'altra scena madre è la fuga dall'ospedale psichiatrico, in cui vorresti metter fretta a Tim affinchè accenda quella benedetta Vespa e dileguarsi per sempre. Le scene dure sono invece molte, e colpiscono sempre con brutalità. E se la mossa di Tim rappresenta un tentativo vano e non ben organizzato di risoluzione (che quantomeno di realizza), appare omertoso l'atteggiamento della sorella di Janice, che avrebbe dovuto avere il coraggio di far seguire alle parole fatti ben più concreti.

L'agenda nascosta (di Ken Loach, 1990)


Ken Loach inaugura i suoi gloriosi anni '90 (forse non in termini di popolarità, ma sicuramente a livello artistico è il decennio in cui ha realizzato i suoi film migliori) con questo film di inchiesta che ha come sfondo gli attentati dei separatisti dell'IRA. O meglio, ad andare a sviscerare per bene il film, l'analisi è piuttosto severa contro il governo britannico che cerca di ammutolire (come la splendida locandina indica) inchieste che possano minare la stabilità di un sistema. L'audacia di battersi per la difesa di diritti civili, inasprita dalla morte del compagno che indagava proprio su questioni poco chiare (e per questo ucciso) spinge Ingrid (Frances McDormand, attrice feticcio dei Coen nonchè moglie di Joel) ad entrare in un meccanismo più grande di lei, contro cui l'unico a fiancheggiarla (seppur forse fino ad un certo punto, come testimonia un finale sospeso) è l'intrepido agente inglese Kerrigan, che ha in mano il caso. Le sequenze migliori del film sono i dialoghi tra lo stesso Kerrigan ed il suo superiore, l'emblema dell'impossibilità di scalfire una mentalità prevenuta e criminale. Il problema è quando questa mentalità fa parte di chi teoricamente dovrebbe combatterla. Il film è coraggioso e ha vaghi riferimenti realmente accaduti. E' anche molto teso e vibrante, giacchè è difficile capire per Ingrid di chi fidarsi (e a noi con lei), nel pieno rispetto di un film di spionaggio poco di maniera, anzi di grandi contenuti realistici e interrogativi.

Edge of sanity - The spectral sorrows (1993)





Andreas 'Dread' Axelsson e Dan Swano sono musicisti diversi, basta guardare nella discografia degli Edge of Sanity per imbattersi sin da 'Unhorthodox' (1992) in brani che seguono quasi un filosofia agli antipodi in termini di ritmica e arrangiamenti. Questa miscela creativa ha dato vita ad uno dei sodalizi più redditizi della musica estrema, fino al maldestro e pasticciato 'Infernal' (1997), quello sì davvero schizofrenico e in certi punti quasi nonsense, tale da determinare la fine di uno dei gruppi metal più innovativi dello scorso decennio. Sempre accompagnati dai fedelissimi Sami Nerberg (chitarra), Benny Larsson (batteria) e Anders Lindberg (basso - ma non su questo disco perchè doveva svolgere il servizio militare) le due menti del gruppo hanno saputo stravolgere le coordinate iniziali 'Clandestine'-dipendenti per sperimentare una propria forma, che è la perfetta sintesi dell'apporto di entrambi. Infatti se ascoltiamo 'Livin' hell' e poi 'Lost' (tracce 3 e 4 del disco) è innegabile provare sensazioni diverse (il primo è violentissimo, il secondo lento) ma al tempo stesso di pensare che si combinano a meraviglia. 'The spectral sorrows' nel suo lunghissimo dipanarsi (13 brani) è la continua manifestazione di questo alternarsi tra brani tirati e lenti, riff più swedish ad altri più melodici. Gli Edge of Sanity sono stati tra i primissimi (assieme a Dark Tranquillity e At the Gates) a sperimentare un certo tipo di melodie. Ma se i due gruppi di Goteborg sono arrivati a sostituire la componente death con la melodia, gli Edge of Sanity si sono adoperati affinchè ci fosse continua compresenza tra le due correnti e in ciò sono stati gli unici. E' come ascoltare gli Entombed che di tanto in tanto si lasciano andare a melodie staravaganti? Non è proprio così, questo disco è ancora fortemente death metal e la melodia è solo una delle strade alternative per uscire dallo swedish e respirare aria nuova. Gli altri elementi che arricchiscono il quadro e rendono appetitoso e sempre vivo l'album sono un uso intelligente della tastiera, la voce di Swano (a cui talvolta si accompagna in qualità di backing vocals l'apporto di Dread), rallentamenti, inserti acustici e un certo gusto per l'epic che spunta di tanto in tanto. Senza dimenticare un vago sentore rock 'n' roll che serpeggia per tutta la discografia della band.
La title-track apre il disco: un brano strumentale sinistro, ricco di feedback e un riff cadenzato che ci introduce nel primo vero brano: 'Darkday'. Ed è subito capolavoro. Melodia e riffoni swedish, un cantato strepitoso, espressivo come pochi. Un finale da brividi. La frase "Like fragments of unbecoming" ha dato vita al monicker di un gruppo tedesco più o meno dedito a questo genere.
'Livin' hell' è come preannunciato un pezzo tirato a-la Entombed, forse il brano più accademico...non c'è tempo per respirare che si entra subito nella LEGGENDA con 'Lost', lento, claustrofobico, arrangiamenti acustici da brivido. 'The masque' è un altro brano di Swano e gira attorno ad un riff che chi conosce 'Crimson' ha ben presente, perchè assomiglia molto a quello contenuto su quell'album. Altro capolavoro.
E poi la vera sorpresa dell'album...'Blood of my enemies', una cover dei Manowar?? Ma siete impazziti?! No, è clamorosamente seducente! La voce roca di Swano è formidabile!
Nella violenza di 'Jesus cries' fanno capolino riffoni stoppati, e il testo è qualcosa di veramente brutale ed uncorrect. Urla a caso di Dread nel finale.
Arpeggi e e riff rallentati animano la prima parte di 'across the fields of forever', prima del solito stravolgimento di metà brano, quando subentrano spesso elementi che scombinano un possibile sfociare nella ripetitività, che invero non avviene mai. L'unico brano che presenta una certa ripetitività è proprio 'Lost', ma è studiata diabolicamente per avvolgerti in quel magnifico ensamble di parole perfettamente scandite.
'On the other side', l'ultimo brano di una certa lunghezza (rasenta i 6 minuti), è uno dei più poderosi, non si direbbe che è di Swano se non fosse per quel finale melodico (con clean vocals). 'Sacrificed', altra hit imperdibile del disco: campionamenti e batteria anni '80, voce pulita profondissima, chitarra solista: un brano eccezionale che precede 'Black tears' del disco seguente, che a sua volta precorre con larghissimo anticipo tutto il movimento 'goth-rock' della seconda metà degli anni '90. Al di là della sua importanza capitale, è uno dei brani più belli degli Edge of Sanity, questi pionieri così colti di musica extrametal a soli 21 (Swano) e 22 anni (Axelsson). 'Waiting to die' e 'feedin' the charlatan' (quest'ultima cantata quasi per intero da Andreas) ci riportano alla brutalità con cui pensavamo di aver fatto i conti.
La tastierosa 'a serenade for the end' chiude un disco bellissimo, che attraverso un'atmosfera sinistra racchiude delle perle che brillano di luce propria, lontane da schemi e spesso fraintese o non colte da tutti.
E' finita..ma anzi no, perchè sull'edizione giapponese di cui sono in possesso c'è ancora tempo per il quattordicesimo brano, la potentissima 'bleed' composta da Swano, il cui testo sul booklet è solo in giapponese.
Infine la foto, perchè a volte anche le foto diventano leggenda: i cinque sulla ghiaia sono l'ultima immagine che contribuisce a focalizzare la nomea di CULT che questo album merita.

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Ladybird Ladybird (di Ken Loach, 1994)


Desiderio di normalità da una parte, l'ottusità del pregiudizio e peggio della persecuzione dall'altra. Non ci sono vincitori, i vinti sono i bambini. Viene da chiedersi che senso abbia continuare a farli, ma no a Loach forse questo non importa, la lente d'ingrandimento focalizza un meccanismo tanto paradossale quanto cieco e invadente, offensivo. E' il concetto di libertà ad essere calpestato, unito a maternità, sentimento, dignità. Questo sistema becero che giudica a priori, che ha già un'idea prestabilita e dimentica dettagli forse non poi così trascurabili (Maggie è stata stuprata dal padre, ma questo lo spettatore lo saprà solo tardi), l'impegno di Jorge nel proprio paese. Noi possiamo formulare tutti i giudizi del mondo su questa donna così instabile emotivamente, le sue scelte dovute a debolezze che la spingono ad un desiderio a volte spasmodico della ricerca di un'equilibrio e di una stabilità, per sè, per i bambini. Sono molte le riflessioni sul senso che molte persone hanno della famiglia che in second'ordine giungiamo a formalizzare. Gli effetti paradosso di queste unioni famigliari sono descritti in modo eccellente: Maggie è sottomessa all'uomo che la picchiava e finisce per riavvicinarsi a lui, mentre urla e sbraita contro il "buon" Jorge. Maggie non è affatto un'eroina, il limite tra compassione, comprensione e imprudenza è labile, è influsso sociale, In Europa solo i Dardenne e certo cinema nordico ha osato tanto nell'indagine sociale negli ultimi due decenni. Una vetta di Loach, regista straordinario e direi doppietta con l'altro capolavoro che lo precede 'Piovono pietre'.

Paradise Lost - Say just words (Single blue version, 1997)



Singolo apripista di 'One second' (1997). Il cordone ombelicale col passato è reciso nettamente, il gruppo s'è evidentemente già spinto su lidi nè metal nè tantomeno riconducibili al trademark che li ha resi celebri e innovativi. Ma questo dischetto ha un suo perchè, e merita di essere cercato. Alludo all'edizione limitata con copertina dai toni blu scuro, in cui sono presenti due brani diversi: nell'edizione standard del singolo alle due versioni di 'Say just words' sono affiancati 'Soul courageus' (presente su 'one second') e 'Cruel one': due pezzi orrendi. Del disco successivo salvo solo 'lydia', 'mercy' e 'say just words' appunto, che pur manifestando una trasformazione irreversibile rispetto a pochissimi anni prima (senza andare troppo a ritroso, basterebbe il paragone - imbarazzante - con il capolavoro 'Draconian times') è un brano che ho trovato sempre di mio gusto. La versione dell'album, leggermente più lunga, è la traccia n° 4, mentre quella privata del finale apre questo mini. La vera attrattiva tuttavia sono i due brani differenti contenuti in questa edizione alternativa. 'How soon it now?' è una splendida cover dei The Smiths, fedele all'originale se non fosse che accentua notevolmente lo splendido giro di basso, che diventa il vero perno del brano. Intuizione splendida.
L'altra cover è ancor più interessante! 'Albino flogged in black' è uno dei brani cardine di 'Necrospirituals' (1989) degli Stillborn. Anche in questo caso la cover non stravolge l'originale, conservandone l'atmosfera decadente. Un brano superlativo, che testimonia l'influenza che il gruppo svedese ha avuto sui Paradise Lost dei primi dischi.

Quo Vadis - Day into night (2000)





Tra le band techno-death canadesi i Quo Vadis si distinguono per un abbinamento coraggioso di mid-tempo e melodie a soluzioni più vicine a territori prog che di stampo propriamente death metal. Questa freschezza si avverte già nel primo 'Forever...' (1996), ma in questo disco è decisamente accentuata. Arie Itman (v/ch) è un genio, si occupa dell'80% della stesura dei brani e degli assoli; ha lasciato la band dopo questo disco e non si conosce la sua sorte. E' rimasto un gruppo tutt'altro incapace di esprimersi su livelli notevoli in sua assenza (il terzo e successivo 'Defiant imagination' è la vetta del gruppo, a mio avviso), d'altronde non sarebbe potuto essere diversamente: 'On the shores of Ithaka' composta dall'altro chitarrista (e attuale leader) Frydrychowicz è uno dei brani più maestosi che i Quo Vadis abbiano mai concepito. L'altro punto di forza è Yanic Bercier, drummer stratosferico, soprattutto in termini di velocità d'esecuzione.
I brani sono complessi e cervellotici, e come mi accade per gli altri dischi del gruppo, trovo i brani migliori nella parte centrale: 'Let it burn', la strumentale 'Dream', la citata 'On the shores of Ithaka' e 'I believe'.
Sull'album di debutto le voci erano orribili: su 'Day into night' canta solo Itman; il suo timbro è simile a quello di Jeff Walker dei Carcass.
Il limite di un disco del genere, validissimo tecnicamente e rompicapo esteticamente, è che la concatenazione di riff e di destrutture conduce a non subire l'effetto "killer riff" che ti si pianta nel cervello. Questo è invero il suo pregio. Un disco suonato con competenza, architettato magnificamente. Manca un pizzico di varietà nei mid-tempo e in alcuni arrangiamenti. Ottima la prova di Remy Beauchamp col suo basso a cinque corde. Attualmente di questa formazione è rimasto solo Bart Frydrychowicz e sostituire Yanic, che ha dato il vero imprinting, sarà dura.
Piccola curiosità: dopo l'abbandono di Remy il nostro Chicco Parisi quando viveva in Canada ha suonato alcune volte con i Quo Vadis.

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L'uomo nell'ombra (di Roman Polanski, 2009)


Dopo le tanto discusse vicende personali Polanski torna a far parlar di sè finalmente con un film. Il thriller in questione è sorprendentemente accattivante e scorrevole, ricco di suspance. I pregi sono molti: una storia solida di spionaggio alla base, in cui c'è una certa logica che è possibile cogliere a posteriori dopo i diversi colpi di scena; una tensione a tratti palpabile; un cast non notevole ma degno di nota, in cui spiccano i due caratteristi Ewan McGregor e Pierce Brosnan. Il primo finalmente si sta ritagliando diversi ruoli da protagonista ed è un attore attualmente molto in voga. Il secondo ha dichiarato di essere contento di aver svestito i panni di un ruolo che si sentiva addosso da due decenni: la sua interpretazione è sopra le righe, e rimarca il valore dell'attore irlandese.
Il difetto maggiore è la mancanza di originalità. Il riferimento principale resta sempre Hitchcock, ed è possibile effettuare diversi raffronti con film ormai lontani nella filmografia del regista ('L'inquilino del terzo piano', 'Frantic'). Brilla tuttavia per una certa introspezione e una parte finale ricca di tensione ben congegnata, in cui per il protagonista diviene arduo capire di chi fidarsi, e a noi con lui.
Due sequenze che lasciano il segno: il passamano finale del bigliettino e l'epilogo.

Konkhra - Spit or swallow (1995)





Se si pensa a 'Spit or swallow' vengono in mente una serie di concetti-chiave: Death 'n' roll, panterizzazione del death metal, post-thrash, un'era nel segno di headbanger's ball.
I danesi Konkhra nel loro momento di grazia nell'ottobre del '94 entrano ancora nei Sunlight con Fred Etsby (qualora non sappiate chi sia, prima di proseguire uhm vedete quella X bianca su sfondo rosso in alto a destra?) per registrare quello che a mio avviso è il loro disco migliore, un vero e proprio spartiacque di un genere, manifesto di un particolare periodo di influssi vari d'oltreoceano e scandinavi su una scena freschissima e in pieno fermento come quella del death metal danese, che si era raccolta e riprodotta attorno al seminale 'Sexual affective disorder'. I Konkhra vengono considerati forse a torto tra gli esponenti del death 'n' roll mentre le band che hanno realmente intrapreso quel tipo di strada (tra l'altro appartenenti a scene che non si sono influenzate vicendevolmente) sono state ben altre: Korpse in Scozia, Gorefest in Olanda (solo dal loro quarto album 'Soul Survivor' a proposito del quale scriverò certamente su queste pagine), Entombed ('Wolverine blues' è sicuramente l'album più celebre ma non il primo esempio), Furbowl (e aggiungo i Seance di 'Saltrubbed eyes', disco mostruoso che non si fila mai nessuno) e soprattutto gli Xysma in Finlandia con I CAPOLAVORI 'First and magical' (1993) e 'Deluxe' (1994), a cui aggiungo Disgrace e Convulse che hanno registrato dischi altrettanto memorabili.
I Konkhra pur evolvendo il proprio death metal degli esordi non hanno risentito di questa nuova ondata scandinava (semmai sono debitori in larga misura allo swedish-death), figuriamoci dei misconosciuti Korpse che ancora oggi vengono snobbati. E' vero che alcuni riff su 'Spit or swallow' sono vagamente seventies, ma definire questo disco death 'n' roll è fuori luogo. Semmai l'influenza maggiore, impuntandosi nel cercare di scovarla, appaiono proprio i Pantera. Immaginate la furia del death metal danese, con la sua distorsione ultrabassa, che incrocia la possenza di 'Vulgar display of power'. Ne proviene un autentico macigno. Ma i Konkhra hanno una personalità propria sempre più definita. Sanno muoversi tra pezzi velocissimi come nel debutto (la title-track, 'hail the body, burden the spirit', 'hooked', o la devastante 'Necrosphere') ad altri più lenti, caratterizzati da un paio di riff che ti si piantano nel cervello ('Centuries', 'Life Eraser') e che a costo di diventare ripetitivi illuminano un brano intero; 'Life eraser' è un brano di una semplicità disarmante ad esempio, ma il suo riff portante è sensazionale. Non è finita, in tutto ciò dovete sempre considerare una quantità IMPRESSIONANTE di riff stoppati (in 'Scorn of the Earth' sono quasi tutti di questa natura); quello ossessionante di 'Hooked' è memorabile, la splendida padronanza su 'hail the body...' dell'alternanza tra le parti tirate e stoppate ne fanno forse il brano più completo. Quello più rappresentativo è invece sicuramente 'facelift', attorno al quale è stato anche concepito un MCD che ha preceduto il disco intero, e da cui è stato estratto il video più famoso della band, passato in continuazione all'epoca nei programmi specializzati. Claus Vedel è stato sostituito da Kim Mathiesen nel ruolo di seconda chitarra e il salto di qualità nelle parti soliste è palese. Mathiesen si atteggia a guitar hero che forse non è, ma ha un proprio stile e sebbene non contribuisca al songwriting garantisce sempre nel momento giusto dei brani inserti acidi e brevi, perchè ai Konkhra non interessa "scadere" nella melodia, ma restare una band fedelmente ancorata al death metal delle origini. Per ora...perchè dopo aver suonato con successo in giro per il mondo Lundemark cambia momentaneamente la propria formazione danese per dare alla luce 'Weed out the weak' con Chris Kontos alla batteria e James Murphy alla chitarra solista. Ma questa è un'altra storia...

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Passion (di Jean-Luc Godard, 1982)


Un film di Godard in piena regola, o meglio senza regole, come il Cinema dovrebbe essere (come esclama un personaggio del film). Un nuovo esperimento di metacinema con protagonisti di prim'ordine, come Michel Piccoli e addirittura Hanna Schygulla e Isabelle Huppert (chi mi conosce capisce il perchè di tanto entusiasmo). Messo da parte il Vietnam resta il tema della lotta di classe, seppur mimetizzato, o meglio meno ampio. Non c'è un vero e proprio tema, o una vera e propria storia: s'incrociano la realizzazione difficoltosa di un film, gli scioperi in una fabbrica e il rapporto di coppia burrascoso tra il padrone della fabbrica e la proprietaria dell'albergo in cui sosta la troupe del film. Due piani dunque: il primo nella realtà è costituito da questa strana giostra di personaggi, dalle loro idiosincrasie e avvicinamenti. L'altro piano è alternato tra il set e la vita al di fuori del set. Nel primo gravita tutto attorno ad un regista polacco in crisi, ossessionato dalla luce giusta che non riesce a trovare durante le riprese. "Anche nello studio più caro del mondo?!" qualcuno gli fa notare, ma lui è imperterrito nella sua insoddisfazione che lo porta a decidere di disfare continuamente le sequenze e a mostrare insofferenza per la vita del set. Di contro, nella vita al di fuori c'è un padrone (Michel Piccoli) antipatico, che tratta da padrone le operaie in sciopero per le misere condizioni lavorative, e non solo, anche la moglie e uno strano personaggio (probabilmente un ex-operaio) che gli darà la caccia per tutto il film: un vero leitmotiv esilarante che sfocia in una delle scene più divertenti del cinema di Godard. Per il resto in questo carnevale grottesco di risate amare o acide se ne fanno molte, sulla stregua delle colluttazioni di 'Week-end'. Elenco di citazioni che disperdono tutto, uso discordante delle immagini e del sonoro (tipo dialoghi in cui il labiale è totalmente diverso da ciò che sentiamo pronunciare effettivamente); particolare uso di musica classica (già utilizzato in passato) che troverà la sua sperimentazione maggiore nel successivo e più acclamato 'prenom carmen'. Eh sì perchè questo 'Passion' a discapito dei mezzi messi in gioco ha raccolto molto poco. Non riuscite a trovare il bandolo della matassa di tutta questa descrizione? Poco importa, mi appello alla disomogeneità dei tanti elementi che nutrono il film, al fatto che non ci sia un bandolo della matassa. Eppure qualcosa come (quasi) sempre accade per i film di Godard resta: può essere una scena particolarmente originale, un concetto, un gioco di parole, un'immagine. A me Godard piace molto per cui sono forse di parte, ma chi ama questo tipo di Cinema assolutamente non convenzionale converrà che anche questo film vale ampiamente una visione.

Rosetta - The Galilean Satellites (2005)



I Rosetta di Philadelphia sono fissati con lo spazio, come si evince dal monicker di cui si fregiano. Quel che più conta è che il loro connubio tra post-metal/hardcore e space-rock (appunto) è distintivo, di qualità. The Galilean Satellites è l'esordio più folgorante che nel genere si sia mai registrato. Certo i Rosetta sono partiti avvantaggiati, band come Botch, Flying saucerer attack, Earth, Stars of the lid e Isis hanno già aperto le porte per la sperimentazione da anni. C'è tutto ciò in questo primo capitolo, ma resta il fatto che 'The Galilean Satellites' è già un disco di una maturità impressionante, in cui i 4 musicisti sanno già perfettamente come sfruttare le proprie qualità. Matt Weed è il chitarrista, la mente del gruppo. Dave un bassista piuttosto accademico ma essenziale, Bruce McMurtrie un batterista eccezionale, tra l'altro credo britannico. Infine ma non di minor importanza quell'autentico animale da palco che è Mike Armine, vocalist che si occupa anche degli effetti e dell'aspetto se vogliamo più drone della band, caratteristica a cui badare per inquadrarla.
Abbiamo parlato di tutti questi elementi, dal metal all'hardcore (per l'impostazione vocale), drone o space-rock, visto che effetti, feedback e distorsioni sono largamente utilizzati. E' la combinazione sapiente di tutto ciò a rendere questo disco così appetibile, unico. Con la perla geniale della divisione in due CD da sincronizzare. Il primo CD è l'album vero e proprio, il secondo un supplemento ambient che può benissimo essere ascoltato da solo.
'Dèparte/Deneb' apre così questo autentico viaggio ("THESE SONGS ARE ABOUT A SPACE MAN" c'è scritto nel booklet privo di testi - che è comunque possibile trovare sul sito del gruppo), su un riff di basso si staglia l'intera composizione, bella ma addirittura a mio avviso la meno entusiasmante dell'album.
Si procede con la splendida 'Europa/Capella', che racchiude un po' tutto il credo dei Rosetta: un intro in climax ascendente fino all'esplosione del riff portante di chitarra, un vero gioiello. Poi il ritorno acustico prima di un finale travolgente. Come i gruppi che fanno più o meno parte del genere proposto, così anche i Rosetta sono artefici di un tipo di musica che vive di "momenti", un'altalena perenne tra passaggi sommessi e violente accelerazioni, talvolta perfino molto più 'estreme' di altri gruppi della scena; l'esempio calzante è l'accelerazione corposa che calzerebbe tranquillamente su un disco death metal che esplode in 'Absent', seguita da una parte addirittura in doppia cassa, delirante, nel finale.
Ma la componente sognante è uno dei tratti di maggior importanza del gruppo, ed ecco che dinanzi agli ultimi due brani, peraltro i più lunghi (insieme raggiungono più o meno 30 minuti), più che ad un album post-metal si assiste ad un viaggio musicale molto più indefinito, di straordinaria intensità. I due brani confluiscono l'uno dentro l'altro quasi a definirsi come unica entità. Al climax perennemente ritardato della geniale 'itinerant/ross 128', con tanto di piano e violino iniziali (suonati da Matthew), si aggrega la suite finale, 'Au pays natal/Sol', che esplode su un ritmo cadenzato, poi torna a riaddormentarsi prima che il cantato di Mike, sempre più trasognato ed espressivo, raggiunga il suo culmine dando il là all'assalto finale, ricco di suoni saturi, di un cantato eccezionale e un drumming finale bestiale.
Uno dei miei dischi preferiti.

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Cult of Luna - Salvation (2004)



Eeemptyyyy meeeeeeen

Salvation, CD rosso immerso nel bianco.

Erik Olofsson ha disegnato un fiocco nero che si avvolge, forse.
Nel booklet privo di testi appaiono due immagini sbiadite di uomini in giacca e cravatta senza volto.
I Cult of Luna hanno cambiato pelle, ora sono in otto e la new entry Fredrik Kihlberg si occupa della terza chitarra.
Il suono è più stratificato e per sfumare ulteriormente questo imponente muro sonoro (ricordo ai pochi che non lo sanno che la band svedese oltretutto utilizza un percussionista e un batterista) è ormai in pianta stabile Anders Teglund dietro la consolle.
Gli echi hardcore fanno parte del passato, e la band svedese su questo disco compie il passo decisivo verso la propria metamorfosi principale e determinante arricchendo di climax le proprie suite (la metà dei brani oltrepassa i 10 minuti di lunghezza). Luci ed ombre che si rincorrono, tra arpeggi o rintocchi acustici e cavalcate imponenti a-la Cult of Luna. Non uno stile particolarmente innovativo, perchè per la prima volta abbondano i riferimenti agli scozzesi Mogwai che questo tipo di struttura l'hanno praticamente forgiata nella scena post-rock moderna, ma un suono distinguibile tra mille, palpitante, spesso sognante ed altre volte ancora caustico sul profondo solco che col precedente 'the beyond' gli svedesi avevano tracciato.
I Cult of Luna non sono i Mogwai, prendono quel modello in prestito e a volte sciorinano frangenti o vere e proprie ballad semiacustiche (l'immensa Crossing over), sempre in salsa personale però; perlopiù, tuttavia, restano essenzialmente una band metal che ha fatto di riff pesantemente cadenzati e un cantato a metà tra l'urlato e un growl il tappeto su cui stendere le proprie sperimentazioni sonore.
Salvation dunque non è hardcore e non è certo metal tout court, non è post-rock perchè resta un disco troppo pesante per quei canoni, e non è neppure da affrancare alla scena più propriamente post-metal degli americani Isis. A proposito, una volta per tutte specifichiamo che questi ultimi e gli svedesi non hanno che qualche elemento in comune, e che fondamentalmente sono due band che professano due Credo totalmente diversi.
Allora cos'è 'Salvation'? E' sicuramente un disco che alterna passaggi molto minimali a-la Explosions in the sky ad altri più metallici;
è un disco che fa sognare attraverso la fitta rete di suoni acustici che non conoscono pausa nel proprio incedere, ma al tempo stesso è un disco che crea atmosfere plumbee e apocalittiche, specie quando i proverbiali climax sonori convergono verso l'apice, e l'esplosione finale suona come una liberazione (Waiting for you). I chitarristi sono abituati a schiacciare le loro pedaliere spesso, molto spesso. L'attenzione per i suoni e per fare e disfare atmosfere prima sognanti poi martellanti, suoni prima appena abbozzati ad altri estremamente saturi e opprimenti, è minuziosa. Il bassista varia la propria funzione rispetto a The beyond, stavolta non si limita a dare mazzate e spesso crea dissonanze a tratti indimenticabili, nella loro semplicità (Echoes o nel finale di Waiting for you), o fa da perno centrale alla parte centrale soporifera di White cell.
Non siamo dinanzi a virtuosi, lo abbiamo già scritto sulle pagine di questo blog, i Cult of Luna puntano su altre qualità musicali e hanno il pregio non indifferente di aver plasmato una propria identità sonora, badando in modo peculiare all'unione tra musica e parole.
Ecco perchè scavando più a fondo ci imbattiamo in tematiche introspettive, che accompagneranno anche il successivo Somewhere along the highway, sebbene su quel disco il tema sia allargato al rapporto uomo-natura. La salvezza a cui allude il titolo non ha alcuna connotazione religiosa.
Monumentale Crossing over, sebbene ricordi vagamente Tracy dei Mogwai.
Musica e parole.

To escape the suffering we keep our emotions at a distance
So far away that our skin becomes our fortress



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