Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (di Elio Petri, 1970)

Un film psicologico e sociologico di grandissima attualità. Psicologico perchè ancor prima del cittadino, a cui fa riferimento il titolo, c'è un uomo devastato dall'essere stato smascherato in tutto il suo infantilismo dalla sua amante. L'impotenza sessuale è il movente dell'omicidio con cui il film si apre e la scintilla che aziona il meccanismo che lo sorregge.
Il protagonista è un alto funzionario della Questura di Roma, uccide per riaffermare la propria "potenza" sessuale-ruolizzante-repressiva che coincide col ruolo che occupa. Dissemina di indizi il luogo del delitto per mettere alla prova il sistema di cui fa parte, con l'arroganza di chi ritiene di essere al di sopra di ogni sospetto in virtù della propria posizione intoccabile. Effettivamente ciò scatena un puerile, cieco iter giudiziario che ogni volta che rasenta la sua persona soffre un "naturale" tirarsi indietro. L'audacia del servo del Potere, che non mette in discussione ciò che esercita richiama ad una legittimità sconcertante, dipinta con sagacia: il taglio è in bilico tra il grottesco e il drammatico, o forse è tristemente reale dall'apparire demenziale?
Il ritratto psichico aberrante del protagonista ad un certo punto comincia ad andare in tilt, egli agisce in modo contraddittorio: distrugge una cravatta che ne avrebbe determinato la propria colpevolezza, cerca dapprima di indirizzare le indagini sul marito della donna per poi scagionarlo, e successivamente sull'amante giovane e rivoluzionario. Certo, potrebbe apparire una forzatura quella dell'anarchico che guardacaso oltre ad avere il controllo sessuale della donna è anche l'artefice di un atto intimidatorio alla Questura. Tale ridondanza è l'espediente di cui Petri e Pirro si servono per giungere ad uno dei momenti topici del film: messo sotto torchio, il ragazzo istigato dal dottore a denunciarlo si rifiuta di farlo perchè al suo ideale non farebbe comodo: ecco che quanto di più grossolano ci si presenta in tutta la sua realtà, ovvero due uomini in fin dei conti uguali, seppur su fronti diametralmente opposti, non solo sostenitori ma anche identificati con il proprio ruolo.
Per il Dottore la mancata denuncia è un imprevisto che mina il piano perverso che aveva architettato, così decide di autodenunciarsi firmando una confessione. E' il preludio ad un finale onirico straordinario.
Se il successivo 'La classe operaia va in paradiso' sembra oggi ancorarsi e focalizzarsi sul preciso momento storico in cui è stato girato, 'indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto' per quanto anch'esso figlo del medesimo contesto socio-politico movimentato e sofferto (il post-'68) esprime una freschezza, un'attualità tanto profonda quanto inquietante. A quaranta anni di distanza il Potere è immutato nei suoi perversi meccanismi di autolegittimazione e nel contrastare ferocemente tutto ciò che possa metterlo in discussione attraverso i soliti sistemi: repressione, violenza, abuso, prevaricazione. Anche chi lo esercita spesso continua a soffrire/autoalimentarsi di un delirio di onnipotenza che lo spinge a travalicare morale e a identificarsi con il libero arbitrio, nelle forme più aberranti di perversione di una concettualizzazione senza alcun limite apparente.
La figura di Volontè per alcuni assomiglia a quella di Luigi Calabresi, di cui fu avversario esplicito l'anno seguente. Effettivamente anche alcuni eventi, come gli atti intimidatori, assomigliano ad episodi reali avvenuti nel corso del biennio precedente. Ci sono inoltre, nei metodi adottati dai celerini, analogie con quanto accaduto in particolar modo nel corso dei disordini seguenti alla strage di Piazza Fontana.
Al di là di questi echi politici inevitabili sia per il delicato momento socio-politico italiano che per il tipo di cinema che Petri portava alla ribalta, per la prima volta nel nostro paese (al pari di Francesco Rosi), il film è un capolavoro assoluto, oltre che per i contenuti, anche per l'aspetto formale. Le musiche di Morricone, la regia puntuale e minuziosa, e le interpretazioni a partire da quella di Gian Maria Volontè, superba.
Ma il dettaglio che spesso rischia di passare in secondo piano, nella miriade di analisi dettagliate e profonde del valore del film nello scardinare le assi del Potere, è a mio avviso l'insieme di artifici utilizzati per concorrere a definire il quadro di SPERSONALIZZAZIONE del protagonista: egli non è mai nominato se non "dottore" o "assassino"; opera a Roma ma ha un accento siciliano, mentre il suo team generalmente parla con un'inflessione campana (decontestualizzazione del sistema, pur nella sua sede centrale). L'unico ad avere un'accento romano è il giornalista di cronaca nera, che riconosce la voce del Dottore sebbene questi tenti di camuffare il proprio accento al telefono. Infine, ogni azione, ogni connotazione del protagonista non ha particolari sfumature che ne denotino una personalità (a partire dal comunissimo appartamento), ma al contrario l'incarnazione di ciò che esercita.

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