Blow-Up (di Michelangelo Antonioni, 1966)

C'è chi sostiene che il cinema di Antonioni sia invecchiato male, persino tra i sostenitori (i non accaniti, naturalmente). Allora quale risposta migliore forse se non il nucleo più profondo d'indagine su cui si sviluppa il suo 'Blow up', ingrandire - tentativo di carpire la realtà, di avvicinarsi il più possibile per coglierla in ciò che pensiamo sia la sua unica forma. Oggi 'Blow up' forse assieme al più pessimista 'the passenger' ci rivela ancora una distanza incolmabile tra ratio e immaterialità; tra la sicurezza derivante dal possesso e lo sgretolamento continuo che abbiamo della stessa: è sotto gli occhi, evidente, ma istintivamente siamo portati a fingere di non badarci.
Dalla tanto bistrattata incomunicabilità (termine usato in senso dispregiativo all'epoca, oggi rivalutato, ma talvolta quasi se avesse un retrogusto ironico), le nevrosi (termine anch'esso passato di moda) della Vitti nella trilogia estesa a presunta quadrilogia precedente, ad una valenza più estesa, immateriale se vogliamo, anche metafisica, come del resto il finale de 'l'eclisse' lasciava già intendere.
Antonioni è quello dei campi lunghissimi e che delle riprese mostrava anche ciò che qualsiasi altro avrebbe tagliato, da qui la noia, tanta noia e una ridondanza spesso irritante. Chi non ha odiato le lungaggini della festa de 'la notte' o la verbosa scena di 'deserto rosso' nella barca, con la Vitti che di punto in bianco esclama "ho voglia di fare l'amore"?? Per non parlare delle snervanti e verbose scene di litigio de 'il grido'? A parte i fanatici oltranzisti con la benda sugli occhi, capaci di accettare tutto "perchè è Antonioni" credo chiunque abbia maledetto almeno una volta certi esercizi stilistici intellettualoidi del regista di Ferrara.
E così la meravigliosa swinging London degli anni '60 (fotografia di Carlo Di Palma stupenda)che fa da cornice a 'Blow Up', primo dei tre film internazionali del regista, è si suggestiva e location ideale per il protagonista libertino, self-made man antipatico e scorbutico, ma l'indugiare sulla sua vita sebbene necessario rischia di sfociare più volte nella noia: la megalomania dell'acquisto dell'elica, i set fotografici da detentore della verità in tasca con stupide ragazzine (Jane Birkin credo uno dei primi nudi frontali del cinema), la faccia tosta di poter disporre di tutto e di chiunque, di controllare la propria realtà, sono accuratamente descritti, anche troppo. Ma il film giunge al momento cruciale, le paparazzate nel parco. E prima il sospetto in seguito alle pretese di Jane (la paparazzata), poi la celebre sequenza dell'ingrandimento. Un climax incredibile, sommesso nell'azione filmica ma impetuoso nella nostra mente. Una scena muta, in cui avvertiamo i nostri battiti, l'identificazione con lo spocchioso protagonista è totale. Cerchiamo i dettagli con lui, in modo maniacale; qualcosa non lo convince e non ci torna, ruota e ruotiamo, ingrandisce ed ingrandiamo, dispone e disponiamo in modo diverso le foto. E' tutto all'unisono. Quando vediamo con lui ciò che cercavamo, il giallo è servito.
Il film cambia radicalmente registro, o forse no, in profondità è solo il naturale dipanarsi di ciò che il regista (coadiuvato da Tonino Guerra) stava già costruendo fin dall'inizio (e in tema di gialli, Antonioni aveva sfruttato questo genere per rivestire il suo plot ne 'l'avventura'). I negativi spariscono, la moglie di Thomas è a letto con qualcun'altro, Jane sparisce nella folla.
Resta a Thomas solo cercare l'amico in un oceano di suoni devastanti, fumi dell'alcool e di qualcos'altro. Ci sono i The Yardbirds con Jimmy Page e Jeff Back spacca una chitarra, non ci si capisce più nulla, tutto ciò accresce la disperazione di Thomas, ma anche la nostra, perchè l'amico editore è totalmente fumato e incapace di ascoltarlo.
E dulcis in fundo al mattino seguente il cadavere nel parco è perfino scomparso!
Non resta che una rassegnazione (?), uno smarrimento, o forse no, in quel gesto finale, dietro quella smorfia, Thomas partecipa alla pantopartita dell'irrealtà che appare come la vera realtà della realtà (!).
Antonioni dunque non solo ha fotografato la difficoltà relazionale tra individui in un ambiente che si trasforma ma che non ci appartiene, o meglio, che ci può appartenere ma che implica di conseguenza la nostra modificazione, il cambiar pelle: questo ci rende in qualche modo sempre meno umani. Non solo il boom economico ne 'l'eclisse', quello industriale nel primo film a colori 'deserto rosso', e non solo un'istantanea della rabbia di una generazione sessantottina ('Zabriskie Point'). Nei suoi film migliori trapela un significante universalmente applicabile, che si ripresenta puntuale in ogni trasformazione della società, e in cui c'imbattiamo non solo occasionalmente o in un determinato periodo storico, come i detrattori invece tengono a sottolineare.
'Blow Up' è sicuramente il film più attuale del regista, meno esistenzialista di 'Passenger' ma altrettanto metafisico e decisamente più filosofico dei precedenti.

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