Il buio nella mente (di Claude Chabrol, 1995)


Se il titolo francese ('la ceremonie') allude al valore simbolico dell'ultimo atto del film, per una volta la traduzione italiana (volutamente?) rende perfettamente l'ambivalenza più profonda. 'Il buio nella mente' appartiene tanto alle due protagoniste quanto a questa famigliola alto-borghese ritiratasi in provincia. La domanda a questo punto è: la domestica e l'impiegata postale sono davvero più inquietanti della famiglia Lelievre?
Da una parte la borghesia, dall'altra due donne di modesta estrazione sociale: un film sulla lotta di classe? Chabrol sonda una labilità psichica impressionante attraverso un gioco abilissimo di smascheramento graduale, seguendo in superficie i canoni del giallo hitchcockiano e in profondità una cura maniacale per il dettaglio che possa svelare ogni minima peculiarità dei personaggi principali.
Dopo un incipit canonico lo spettatore comincia ad entrare nelle dinamiche che caratterizzano il rapporto tra i Lelievre e il piccolo paese di provincia/mondo circostante, quello tra la famiglia e Sophie, e quello tra gli stessi componenti del nucleo famigliare. Soffermandoci su questo ultimo punto, la famiglia ben presto si rivela parzialmente disgregata nella sua composizione. Padre e figlia naturale coltivano la passione per la caccia, madre e figlio naturale la serbono per i film e tendono a confidarsi segreti. Il rapporto con Sophie è fin dall'inizio di superiorità sociale: dalla disquisizione sull'appellativo da dare alla ragazza - donna di servizio o meno - l'insieme di dettagli che si accumulano sono eloquenti; quelli che colpiscono maggiormente l'attenzione sono Sophie che mangia in cucina da sola - tipo cane - e la famiglia che riunita in sala giudica ad alta voce l'operato (ottimo) della donna dietro i fornelli.
Quante volte ci capita di leggere qualsiasi cosa in compagnia di una persona che vive con noi? La risposta è scontata, credo; nella famiglia Lelievre non è nemmeno tenuta in considerazione. La sig.ra Catherine affida a Sophie le consegne lasciando bigliettini. Al di la' delle attività domestiche quest'ultima si cimenta peraltro quasi esclusivamente in un passatempo: guardare una vecchia tv in camera sua.
Ben presto allo spettatore è rivelato ciò che la famiglia non arriverà a capire prima di qualche settimana: la ragazza è dislessica, e nasconde questa sua "vergogna" strenuamente.
L'artificio della dislessia non rafforza solo la convinzione del rapporto di superiorità/inferiorità legato al ceto, ma anche di un comportamento oggettivo che si giustifica quasi da solo, come se fosse il solo modello di vita contemplato da una microsocietà in cui si instaurano i rapporti umani. A tal proposito il ruolo di questo squarcio provinciale di paese è estremamente funzionale come accade spesso nei film del regista (quasi tutti). Sarà la figlia adolescente a scoprire la malattia della domestica proprio perchè è l'unica che cerca un contatto umano con lei; il test da svolgere insieme è paradossalmente il primo vero contatto di parità di dignità tra due persone fino ad allora divise puramente da convenzione. La sequenza è agghiacciante, in realtà; Sophie ha origliato un dialogo tra Melinda e il ragazzo, in cui la ragazza dichiarava di avere un ritardo nel ciclo. Sarà questa l'arma di una disperata Sophie per ricattare la signorina Lelievre, che dopo questo episodio senza che allo spettatore venga mostrato nulla si riallinea in modo naturale all'appartenenza strategica della famiglia (rinnegando gli atteggiamenti pseudo-anticonformisti che aveva avuto fino a quel momento): è gravissimo per la famiglia borghese ciò che è stato perpetrato nei suoi confronti; è stato condotto un vero e proprio attacco all'equilibrio famigliare.
Lo spettatore non conosce cosa effettivamente la figlia abbia detto ai genitori in merito alla gravidanza, ma in realtà può facilmente intuirlo: Melinda al ragazzo per telefono non mostra una preoccupazione tale da far provare vergogna, imbarazzo o contingenza tangibile della situazione (identico atteggiamento il ragazzo, che al compleanno le regala il miglior stereo che ci fosse in circolazione, "a quel prezzo").
La famiglia difenderà questo incidente di percorso facendo quadrato, quasi come un corpo militare o un partito politico. La decisione singola non esiste, è 'l'essere borghese' che la contraddistingue fino ad inghiottire il singolo. Ecco perchè l'omicidio ha valenza simbolica, e non guarda in faccia proprio nessuno. Ecco perchè quei libri vengono colpiti da una fucilata, perchè Sophie in qualche modo rivendica se stessa, soffocata da una vergogna naturale come se esistesse un codice scritto che le imponesse una condizione di inferiorità, la cui unica via di uscita è l'esplosione finale, furente e catartica.
Ma un passo indietro, il rapporto con Jeanne. L'impiegata postale soffre chiaramente dell'invidia di classe. Anche lei come Sophie ha un passato oscuro. Ammesso che la dinamica dei fatti relativa alle circostanze che hanno portato alla morte del figlio sia come lei la racconta, è comunque evidente un'imprudenza inquietante, omicidio o meno che sia, tecnicamente. Jeanne è una donna subdola che sprigiona sentimenti repressi molto forti al pari e forse più di Sophie. Il loro piccolo segreto è il passato (pseudo)omicida (Sophie, probabilmente, ha ucciso il padre paralitico poco tempo prima) di cui ridere. C'è un legame diabolico che s'instaura tra le due fin dall'inizio, suggellato da una cena a base di funghi e dalla visione clandestina di film con Paul Newman o Alain Delon nella stanza di Sophie.
La famiglia è talmente attenta ad attenersi alle proprie convenzioni e convinzioni, ai propri rituali afinalistici, alla difesa dell'equilibrio, al ripetersi ad libitum del cerchio che ha costruito attorno, da essere ciechi nel considerare l'altrui cecità (delle due donne), il pericolo che corrono. La parità della labilità di colpe e perversione genera però una disparità: ecco che l'invidia di classe ha un'arma repressa che non è contemplata da chi secondo quest'ordine assurdo si rende già padrone con lo strumento della legittimità del controllo derivante dalla condizione sociale.
Il soverchiamento è brutale, simbolico, agghiacciante, perfino osceno (Jeanne che macchia con la cioccolata il letto dei coniugi Lelievre con un gesto ineludibile - una delle scene che rimangono maggiormente impresse).
C'è un altro aspetto agghiacciante: il subplot relativo al rapporto delle due donne con le opere di carità della chiesa. Jeanne e Sophie hanno una modalità singolare, bizzarra se vogliamo, ma inequivocabilmente funzionale di selezionare i vestiti donati per le persone bisognose. Questo atteggiamento viene stigmatizzato dal parroco. Non si tratta forse di un altro simbolo accomunabile al mondo borghese? Anche la Chiesa intende perpetuare la propria routine, anche se non ha senso conservare vestiti vecchi e sdruciti e sarebbe opportuno operare una cernita. E' l'apparenza che ha la priorità in questo gioco di ruolo infame e aberrante. La facciata, la convenzione che è il modus vivendi e quindi ciò che più è opportuno difendere ad ogni costo, in una chiusura a riccio che rigetti ogni forma di anomalia, di novità.
Torno alla domanda iniziale: chi è più aberrante?
Coppa Volpi ex-aequo a Venezia per due delle più grandi attrici della storia del cinema, sicuramente le migliori a livello europeo. La coppia Huppert-Bonnaire è spaventosa, il sottile e perverso gioco psicologico che si scatena tra di loro lo associo sempre in modo naturale alla coppia Debra Winger-Theresa Russell de 'la vedova nera', sebbene su un piano squisitamente logico non ci sia alcuna somiglianza.
Where is the invisible line that we must draw to create individual thought patterns?

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