Cult of Luna - Cult of Luna (2001)



Su richiesta comincio a tentare di descrivere alcuni gruppi seminali in ambito sludge-post hardcore-metal e il loro progressivo avvicinamento a lidi post-rock negli ultimi anni.
Il primo disco omonimo degli svedesi Cult of Luna sebbene sia passato piuttosto inosservato all'epoca della sua uscita (2001) è a mio avviso un album da ascoltare per avvicinarsi a questo tipo di sonorità e acquisire consapevolezza su un punto di importanza capitale: l'impronta evidente dei Neurosis, soprattutto di 'Through silver in blood' (1996) e 'Times of grace' (1999) - i violini di quest'ultimo caratterizzano diversi frangenti del debutto della band svedese - .
Alcuni gruppi sono stati pionieri di sonorità mai esplorate prima del biennio '92-'93, come i Crowbar, ma i Neurosis sono stati capaci di estendere la propria ricerca su territori più indefinibili. E' su questa base di una pesantezza che è metal (anche più della band statunitense di riferimento), ma che è inevitabilmente maturata attraverso una radice fortemente hardcore, che i Cult of Luna hanno posto il terreno solido su cui crescere ed evolversi.
Ciò è stato sin dall'inizio, unito ad un talento cristallino dei suoi 3 chitarristi (all'inizio 2 - in primis la mente Johannes Persson), l'uso di campionamenti e il gusto per la sperimentazione, e un progressivo incremento del peso attribuito alla scelta dei suoni e del bilanciamento tra i numerosi strumenti adoperati (in particolar modo delle percussioni).
I Cult of Luna nascono da due elementi (Johannes e Klas) degli autodefinitisi "infamous hardcore" Eclipse e il factotum di colore Magnus Lindberg, un artista eclettico e fondamentale per lo sviluppo della mentalità della band. Magnus è essenzialmente un percussionista, ma è il curatore principale del sound engineering e il principale catalizzatore della mole enorme di suoni e di idee che i vari componenti mettono in gioco.
L'anno successivo si sono aggiunti Erik Olofsson, seconda chitarra, tuttora presente e altro membro fondamentale, il batterista Malco Hilden e Fredrik Renström, il primo bassista sostituito da Axel Stattin nel 2000, alle soglie di questo debutto.
Con questa formazione a 6 elementi i Cult of Luna registrarono il loro debutto omonimo per la piccola etichetta Rage of Achilles. Questo disco è stato ristampato dalla Earache dopo il successo di 'The Beyond'.
Ciò che salta immediatamente all'orecchio è la sorprendente padronanza di un genere che è già oltre l'hardcore e che di sludge ha forse solo riff di chitarre. Il trademark vocale è ancora grezzo (anche meno, a ben pensarci, dell'Aaron Turner pre-'Panopticon') ma già distintivo della band: un vocione non più urlato come la coppia Von Till/Kelly dei Neurosis (che nel frattempo cominciava a sperimentare già il proprio approccio maggiormente 'pulito') nè il growl death metal, a cui eppure sembra essere più vicino. Le voci di Klas e Johannes oltre che ad assomigliarsi sono una via di mezzo di tutto ciò e nella loro peculiarità rappresentano fin dal debutto un elemento imprescindibile del gruppo.
Pochi secondi e 'the revelation embodied' si scatena in tutta la sua potenza. Axel Stattin è ottimo, francamente molto meno legnoso di Andreas Johansson, che l'avrebbe sostituito dall'anno seguente. Le due chitarre sono possenti e la composizione pur nella sua monoliticità è trascinante, dispiegandosi su un paio di riff principali eccezionali.
E' con la successiva 'Hollow' però che l'album raggiunge il top. Un brano caustico, pesantissimo, basato du un giro di chitarre vorticoso e delle plettrate rabbiose che sfociano in una sorta di ritornello decisamente sludge ("There is a path to gain pleasure..."). Quando si ripete per la seconda volta c'è un improvviso break, il brano cambia di registro e il violoncello di accompagnamento introduce ad un meraviglioso finale rallentato.
E' il preludio alla strumentale 'dark side of the sun', che ricalca questo finale come se fosse un naturale evolversi di 'hollow'. E' uno dei brani più famosi dei Cult of Luna, benchè resti una delle pochissime strumentali della band (anzi l'unica, escludendo gli intermezzi dell'ultimo disco e le semistrumentali che caratterizzano 'salvation' e 'somewhere along the highway').
'Sleep' è il brano in cui il violoncello occupa il maggior spazio. E' incentrato su un riff penetrante e ripetitivo fino alla nausea. Un brano che alla lunga risulta prolisso e che manca di quella variazione necessaria per rendere più fruibile ben 14 minuti. Peccato perchè l'incipit acustico, con degli egregi giri di basso, danno un degnissimo assaggio dei Cult of Luna degli anni seguenti, capaci di creare climax ascendenti da pelle d'oca.
'To be remembered' è un brano degnissimo di nota, forse il suo aggrovigliarsi di cori di voci pulite in sottofondo su un tappeto di dissonanze costituisce uno dei momenti più riusciti del disco. Anche in questo brano c'è uno stacco acustico molto interessante.
'Beyond fate', presente nel primo split del gruppo del 2000, è forse il primo brano che hanno composto, e in effetti è quello in cui si avvertono maggiormente echi hardcore. L'intermezzo che si trascina fino al finale, con una chitarra solista in primo piano, è molto bello. Il brano si conclude con alcune note di pianoforte accompagnate da basso distorto e percussioni.
Il piccolo intermezzo '101' introduce al brano conclusivo, 'the sacrifice' che al pari di 'Hollow' e 'Dark side of the sun' costituisce un ascolto imperdibile per chi avesse tra le mani questo disco. A parte il finale STRAORDINARIO è un brano che sa già di 'the beyond', vanta riff molto ricercati e una duttilità compositiva egregia. Finalmente c'è più spazio per l'inventiva di Erik (credo) in chiave solista, forse assieme ad una mancanza di climax e quindi ad una certa monotematicità la vera arma mancante a questo disco per essere indispensabile. Ma questo è un punto di partenza più che discreto per una band che ha saputo sempre guardare avanti ed evolvere, fin dal primo meritato successo, 'the beyond', del 2003, che ha aperto loro le strade dell'immortalità.

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