Vuvr - Pilgrimage (2001)




Non scopriamo certo oggi l'avanguardia ceca in campo metal; anzi, negli ultimi anni sembra accusare una discreta flessione dopo la straordinaria ondata di dischi originalissimi (e a volte vere e proprie pietre miliari - cfr. 'Elvenefris' - ) che si sono rincorsi a cavallo del nuovo millennio.
Questo è l'unico disco dei Vuvr, un gruppo originalissimo, dotato di una tecnica pregevole e che ha tentato, riuscendovi in pieno, a mescolare jazz e fusion in una salsa death metal senza adeguarsi ai mostri sacri del genere (Atheist in primis). Difatti la forma è decisamente particolare, lontana dai canoni death metal. Qui di death ci sono solo la voce in growl, peraltro presente sporadicamente (nella seconda parte del disco scompare quasi del tutto, e di tanto in tanto è appena accennata in spoken vocals mixate basse) e alcune chitarre distorte, che effettivamente non ricoprono forse che la metà del disco e che non sono dotate di quella possenza tipica del death metal. Gli elementi fusion, le poliritmie e le scale jazz, le partiture acustiche e l'uso di altri strumenti come sax e flauti costituiscono l'essenza del disco. A parte i primi due brani, in cui affiora maggiormente il gusto per il death metal, dalla quinta traccia in poi l'album si sveste quasi del tutto di ogni abito metal e assume le sembianze di un insieme di autentiche composizioni fusion. Di mezzo c'è il brano più eclettico e ad ampio raggio del disco, 'garden of consciousness', che si apre in tinta con il trend dei primi due, ma che nasconde una digressione centrale fusion totalmente strumentale. L'eclettismo dei due chitarristi è encomiabile, hanno gusto e talento. Il bassista (anche cantante) è altrettanto poliedrico, e di tanto in tanto inserisce assoli dal sapore spiccatamente jazz. Impossibile non pensare a Cepel dei Love History o a Krusty dei Forgotten Silence: a proposito, se proprio vogliamo trovare una piccola associazione tra il genere proposto in questo disco e qualcos'altro che gli possa assomigliare, mi viene in mente proprio qualcosa dei vecchi Forgotten Silence.
Il disco è ottimo, resta purtroppo l'unica uscita del gruppo, che è tornato nuovamente nell'anonimato senza lasciare tracce. Non è possibile sapere neppure se i Vuvr si siano sciolti o meno.
E' un disco che può far tranquillamente gola agli appassionati di death metal tecnico e sperimentale, ma che inequivocabilmente si presta maggiormente ad un ascoltatore non propriamente metal, visto che come descritto in precedenza ci troviamo dinanzi ad un album che essenzialmente consta di partiture di altri generi.
Non si tratta di un capolavoro, mancano i brividi che Root, Lykathea Aflame o gli stessi Forgotten Silence sono stati capaci di evocare. Ma i Vuvr si sono fermati ad un'opera prima che aveva tutte le basi per poter essere sviluppata successivamente in una forma più composita e avvincente.
Un gran peccato, ma nel frattempo godetevi questo disco, basta un click! e se possibile fate vostro questo piccolo gioiello nascosto.

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