Ucciderò un uomo (di Claude Chabrol, 1969)


Da un romanzo di Nicholas Blake (padre dell'attore Daniel Day-Lewis), Chabrol dirige un film straordinario.
Un trhiller teso, profondo, che esplora sentimenti di colpa, perdono/vendetta, senso di giustizia e libero arbitrio.
Per scoprire chi ha investito il proprio figlio di 6 anni, uccidendolo, lo scrittore Charles Thenier (Michel Duchaussoy) conduce un'indagine personale indipendente da quella canonica della polizia e ordinaria della legge: il suo obiettivo è di vendicarsi uccidendo l'assassino di suo figlio. Manca un passaggio, quello di come si regolerebbe la giustizia se egli stesso si macchiasse dello stesso delitto. Il codice della vendetta sembra non considerare il problema di vincoli morali insormontabili secondo i codici della legge. Si appella ad un senso della giustizia che coincide con il libero arbitrio. Fin dall'inizio lo scrittore appunta regolarmente su un'agenda i suoi pensieri e progetti. Questo particolare, che nel finale si rivelerà decisivo per sciogliere i dubbi sulla risoluzione del giallo, è anche un espediente per rivelare come voce fuori campo l'evolversi delle riflessioni del protagonista. Un artificio che potrebbe apparire didascalico o superfluo, ma la profondità e la sincerità che egli profonde tra quelle pagine rivelano una persona distrutta dal dolore e coincidono con le sue azioni, che sebbene razionalmente calcolate e apparentemente fredde, non esulano dal contaminarsi gradualmente nei sentimenti e nelle emozioni: la farsa con Helene si confonde con un amore sincero; il rapporto "paterno" con Philippe è una condivisione spontanea perchè entrambi trovano la stessa lunghezza d'onda nell'odio verso Paul.
E così infine Charles scopre la paura della conseguenza della sua azione e và incontro ad una fine più che onorevole alla stregua del Samourai di Melville (cfr. 'Frank Costello faccia d'angelo').
I ritratti sono sfumati con maestria e forse l'unica pecca risiede nel fatto che l'istrionico Paul Decourt (un fenomenale Jean Yanne) è palesemente odioso e ciò alleggerisce la questione legata alla colpa dei personaggi coinvolti nel suo turbine e alla riflessione sul concetto di giustizia. Ma il film è così ricco di labilità emotiva e dei comportamenti, che in questo caos dettato dalla fragilità umana emergono persone estremamente disperate, la cui solitudine per "cause di forza maggiore" resta incolmabile. Ciò invero accresce lo spessore della tragedia greca che si compone nella clamorosa parte finale e al tempo stesso l'accorata sintonia tra Charles e Helene.
Regia superba: la sequenza della gita in barca è suspense d'autore. Toccante oltremisura Helene, colpevole e vittima, una bellissima Caroline Cellier.
Ottimo comprimario Maurice Pialat nella parte dell'ispettore.

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