Paradise Lost - Shades of God (1992)




Anche i Paradise Lost hanno conosciuto un passo falso nel percorso folgorante che li ha portati al successo. Dopo il seminale 'Gothic' (1991) il tentativo è stato di sgrezzare le radici death metal in favore di un approccio più groove, senza perdere tuttavia la ruvidezza di quel suono granitico che fin da 'Lost Paradise' li aveva portati alla ribalta. I brani sono stati così concepiti in modo tale da essere più lunghi, articolati e intricati, ma come sappiamo complessità non sempre equivale a maturità: ci troviamo di fronte a composizioni poderose che tuttavia difficilmente decollano e trasportano, ostiche nel loro labirintico gioco di rallentamenti e accelerazioni. Ma un occhio di riguardo anche alla grande novità positiva, che è rimasta intatta a partire dal disco seguente e che anzi è divenuto il vero e proprio marchio di fabbrica del gruppo: la chitarra solista quasi persistente di Gregor Mackintosh. Il chitarrista mancino, leader della band, trova spazio nel contorto groviglio ritmico del disco permettendo ai brani di respirare su dolci e talvolta travolgenti giri melodici. Anche gli assoli sono molto più presenti che in passato, e conferiscono ancora oggi a questo disco incompreso un tratto distintivo. Tra i tentativi di alleggerire la pesantezza del disco ci sono anche inserti acustici ('Daylight torn', 'No forgiveness') e un intermezzo particolarmente riuscito in 'Your hand in mine'. A livello stilistico è forse il disco che ha più echi Sabbathiani e in generale del doom classico, e il disco è anche per questo il primo vero tentativo del gruppo di cominciare a scucirsi di dosso i panni di death metallers. La voce di Holmes è però l'elemento meno riuscito del disco: un growling meno brutale ma ugualmente possente rispetto al passato, in definitiva un cambiamento poco persuasivo. Da notare anche le primissime 'deep clean vocals' ('No forgiveness' e la prima strofa di 'Your hand in mine') che egli avrebbe utilizzato con successo sugli album seguenti.
Ho sempre apprezzato questo disco, per 'Crying for eternity' che è una delle mie hit (l'assolo chilometrico di Mackintosh resta uno dei frangenti più incantevoli della produzione musicale della band), la splendida 'The word made flesh' ma soprattutto per 'As I die': il brano conclusivo, quasi un episodio a parte rispetto a tutto il disco, con cui non azzecca quasi nulla a causa della struttura basilare e molto ma molto immediata. Il risultato? Successo mostruoso del video estratto (il primo videoclip della band, seguito da quello di 'Pity the sadness', altra hit), seguito da un singolo e la consapevolezza di aver trovato la strada giusta per sfondare definitivamente: più melodia e brani più semplici. Ecco il prototipo del clamoroso salto di qualità (in tutti i sensi) di 'Icon', il disco che ha consacrato definitivamente il gruppo (vedi commento).

As I die



Pity the sadness



Download

Nessun commento: