Il figlio (di Luc e Jean-Pierre Dardenne, 2002)


Una delle esperienze cinematografiche più forti, più ricche di suspense (quasi fosse un thriller) e più profonde degli ultimi anni.
Per l'antefatto (anche se qui non viene rivelato prima di metà film) e buona parte delle tematiche predominanti il film che associo immediatamente a 'Ucciderò un uomo' di Chabrol è 'Il figlio', a mio avviso la vetta del cinema dei fratelli Dardenne. Ovviamente i due film sono profondamente diversi. Lo stile dei registi belgi lo conosciamo fin troppo bene, non è minimamente didascalico, e attraverso un taglio documentaristico fa in modo che lo spettatore totalmente ignaro dei pensieri dei protagonisti (in questo caso un unico, grande protagonista) possa interpretarli soltanto attraverso i gesti e i dialoghi scarni, e viva "in tempo reale" il dipanarsi della lenta narrazione. Carcere minorile e commutazione della pena: il problema del risvolto sociale lambisce la vicenda ma non occupa il focus della riflessione, che è molto più intimo rispetto al film precedente, perchè si trasferisce su un piano squisitamente personale. Si fa strada in modo naturale e omogeneo il miglior pregio del film: fermare tempo e spazio, estinguere l'azione e contemporaneamente generare l'attivazione dell'identificazione dello spettatore, e metterlo alla prova. Mettiamo in discussione le nostre convinzioni e le nostre emozioni dinanzi a questo film, e il finale cinematografico coincide con un livello più profondo della nostra ricerca parallela, indipendentemente se si tratti della stessa conclusione. Cinema e immedesimazione.
Magistrale Olivier Gourmet.

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