Lo specchio (di Andrei Tarkovskij, 1974)


Conoscere un minimo di biografia del regista è indispensabile per avvicinarsi a questo film tutt'altro che criptico, benchè risulti senza dubbio difficilmente fruibile.
Questo film racconta di un uomo di quarant'anni che costretto a letto da una forma non meglio specificata di angina si ritrova a dover fare i conti con tutto: sentimenti di colpa verso la madre, un matrimonio fallito e l'educazione dei propri figli, un'infanzia e un'adolescenza trascorsa con sole donne, la mancanza di una figura genitoriale come quella del padre poeta e in generale eredità pesante con cui confrontarsi costantemente.
Mentre ripercorre questi momenti personali, il protagonista su un piano equivalente in termini di importanza pone vicende che hanno segnato il proprio paese, e sia direttamente che di riflesso anche la storia della propria famiglia.
I tormenti non derivano solo dai rapporti con se stesso e con gli altri, ma anche dal peso storico degli avvenimenti che hanno segnato la sua crescita: il regime di Stalin, la seconda guerra mondiale, l'ascesa al potere di Mao. Tutti questi frammenti, personali e non, compongono un quadro multiforme, disposto su diversi strati tra realtà e sogno, tra passato e presente. Intervallate dalle poesie di suo padre Arsenij, le immagini spesso comunicano da sole senza dialoghi, dotate di una forza espressiva notevole, raccolte in una fotografia splendida alternata tra b/n, colore e seppia.
Viene da chiedersi come è possibile se non identificarsi, associare i propri vissuti a tutte queste sequenze di una cultura così differente dalla nostra, segnata da altri fattori; cosa c'entriamo ad esempio con la rivendicazione dell'appartenenza alle proprie irrinunciabili origini di un artista vittima di un ostracismo insensato (sè stesso/Ignat che legge la lettera di Puškin) del suo paese. E' la magia di questo film, ossia di svelare un motore nascosto che muove la ricerca che onestamente cerchiamo di compiere nei confronti di noi stessi. Tempi, eventi, spazi cambiano, ma la domanda è universale. Ne 'L'infanzia di Ivan' c'è un'infanzia strappata da un evento più grande, un macigno che sconvolge inevitabilmente una 'normale' crescita. C'è un sentimento individuale ma anche un avvenimento storico come sfondo, di grandissima portata. In 'Andrej Rublev' è la crisi dell'artista il nodo cruciale, ma anche qui eventi storici intaccano l'individuo, il suo rapporto con l'arte e la natura, e in una visione più intima il rapporto con se stesso. Ne 'lo specchio' c'è tutto questo, ma è il regista stesso ad essere il protagonista, il centro, vittima, artefice, concausa degli avvenimenti. "Lasciatemi in pace, in fin dei conti volevo solo essere felice". Quale lo strumento per cercare di scoprire la felicità, il senso di colpa, rivalutare e modificare i propri giudizi? E' la regressione ad uno stadio antecedente al presente, riappropriarsi di immagini, suoni, sensazioni dimenticate. Lì trovano posto le ragioni che ci hanno cullato e che ci hanno cambiato, lì era tutto possibile, la morte non esisteva e la speranza regnava.
Dinanzi ai film grandi film autobiografici ho sempre avuto una sorta di soggezione e di riverenza nei confronti di quell'autoreferenzialità dell'autore che in qualche modo potesse sfuggirmi, risultare distante e persino incomprensibile. Ho guardato questo film diversi anni fa, e sono rimasto estasiato soprattutto dalla magnificenza visiva. Poi è accaduto qualcosa, nel corso del tempo diverse immagini continuavano a martellarmi, si riunivano, s'incollavano a dei vissuti che sentivo come propri. Ho selezionato questo dvd dalla mia libreria prima di un viaggio apparentemente senza un reale motivo; ciò è avvenuto prima di prendere consapevolezza che la mia scelta riguardava una singolare concomitanza, il ritorno tra i miei luoghi d'infanzia, rimossi da anni di 'esilio'. Ed è qui che ho accarezzato l'universalità di quelle immagini, di quelle sensazioni, in pace e armonia con me stesso in un'esperienza personale inspiegabile e intraducibile.
E' un film che fornisce la speranza, come non a caso un altro grande film d'autore autobiografico come '8 e 1/2'. E' un film in cui il protagonista è allettato come Bergman per 'Persona' o Proust per la sua 'Recherche'. E' un film che testimonia la riappropriazione di significati reali e la formazione di pensieri diversi nell'accettazione che questa esistenza è più grande di essi. Ma è soprattutto un film che attraverso quel volo di uccello e la frase finale dell'Aleksei/Andrej ci ribadisce che tutto è possibile: Yuri ha smesso di balbettare quando ha considerato, più in generale, che esiste un'altra prospettiva di guardare la vita in cui la paura scompare.

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