Carlito's way (di Brian De Palma, 1993)


Portoricano in un quartiere di gangster Carlito ha navigato fin da bambino nella melma, ha raschiato il fondo della disumanità e dei giochi di potere e di onore/rispetto nauseabondi, ora esce di prigione dopo 5 anni con la strenua determinazione di cambiar vita, di dare forma concreta al suo "sogno" (rilevare un autonoleggio). Ma è come una gara di cui l'arrivo è solo un miraggio, ogni tentativo di avvicinarsi al traguardo è minato da decine di ostacoli beffardi. E' un film sul grandissimo paradosso che è la vita, sull'impossibilità di cambiare un destino segnato, in una galleria di personaggi controversi, amicizie di facciata, squallide alleanze e meschinità di ogni genere. Carlito è accompagnato in questa discesa negli inferi da un avvocato di cui ogni passo sintomatico verso la follia è un tassello orchestrato magistralmente e reso in modo sublime dalla verve di Sean Penn. Forse non ha pensato abbastanza a se stesso, forse ha voluto rendere omaggio con un fervore maniacale ai "favori" in un mondo in cui l'onore e il relativo credito/debito è la regola basilare. Ma Carlito è nato e cresciuto in quel mondo, sono anche le sue regole, da cui apprende che è impossibile uscire pur riuscendo a guardare 'al di là' di quella barriera (ed è l'unico personaggio del film). Uno dei migliori De Palma, il plot è meno ricco di azione di 'Scarface' ma la sua potentissima introspezione lo eleva nei confronti del suo scomodo predecessore (che a sua volta paga dazio anche con l'originale di Hawks), e Al Pacino più misurato e malinconico mostra un altro lato eccezionale della sua straordinaria versatilità recitativa.

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