La piscina (di Jacques Deray, 1968)


Ciò che rende il film degno di nota è che non si capisca mai cosa realmente avvenga (o non avvenga) tra Jean Paul e Penelope. Ciò scatena un'infinità di considerazioni e sospetti.
Il non verbale è l'aspetto fondamentale del film, machiavellico e forse eccessivamente pretenzioso, ma sicuramente originale.
Peccato che la prima parte però vada eccessivamente a rilento, e i maliziosi ammiccamenti che pervadono l'atmosfera spesso finiscano per scadere nel patinato e nel 'rosa'.
Anche il giallo della seconda parte non convince fino in fondo, smorzandosi in un finale bruttino, tuttavia tiene alta la tensione.
Buona la caratterizzazione dei personaggi e dei rapporti tra di loro. Tra gli attori il più in forma m'è sembrato Maurice Ronet, il suo è un personaggio esuberante e antipatico, molto ben riuscito.
Vale una buona sufficienza, peccato perchè c'erano le prerogative per farne un film migliore a livello qualitativo.

Rocco e i suoi fratelli (di Luchino Visconti, 1960)


Un capolavoro che rimane immutato perchè è un film di significati non soltanto legati al periodo storico difficile e delicato in cui è ambientato.
Per me stenta un pò a decollare nei primi tre quarti d'ora; successivamente la crescita dei personaggi e le loro differenze marcate disegnano scenari di grandissimo impatto emozionale. Un film intenso, rabbioso e angosciante, in cui l'uomo si misura con sè stesso e con il contesto che lo accompagna.
Vincenzo, menefreghista e trasparente, un personaggio che colgo in una natura pesantemente negativa e egoista. Potrebbe accadere di tutto attorno a lui, ma rimane sempre nella sua posizione di chi 'ha una famiglia' e deve sacrificare tutto per essa.
Ciro, il più equilibrato, forse spesso esprime poca personalità ma è quantomeno coerente nella sua moralità.
Simone (un grandissimo Renato Salvatori), perduto nella propria natura ribelle in un contesto che lo frena e lo isola, non ha le chiavi per ricongiungersi col nucleo che lo potrebbe risanare. I suoi due atti criminali (tra le scene più ricche di pathos del film) ci appaiono come tentativo di riaffermare il proprio onore perduto e al tempo stesso esercizio di una moralità definitivamente perduta, persino aberrante, alla quale tuttavia la famiglia tramite Rocco mostra ancora uno scudo protettivo di perdono e comprensione che si rifanno a codici insiti nella natura del rapporto di consanguineità, che trascende dall'atto stesso, che non segue le leggi ordinarie della società.
Rocco è colui che perdona tutto in nome di questo codice, amatelo o detestatelo per questa sua bontà estrema e persino ingenua, ma almeno considerate l'umanità che è in grado di esprimere.
Il lavoro come fonte di generazione di sè stessi e dei propri piccoli obiettivi, di affermazione della propria personalità nella difficoltà di un contesto avverso e spesso incomprensibile.
Luca, il predestinato, colui che tornerà a O Paese per dar frutto della propria esperienza, l'incarnazione del sogno che tutto anche giù possa un giorno cambiare, il ricongiungimento con un'identità che non deve rimanere integra anche se esercitata in un luogo lontano nel quale è difficile riconoscersi.

Crash (di David Cronenberg, 1996)


"Stranamente, i nostri atti sessuali si compivano solo nella mia automobile. Nell'ampia camera da letto della sua casa d'affitto io non riuscivo infatti nemmeno a provocarmi un'erezione, ed Helen, divenendo polemica e distante, parlava a non finire dei lati più noiosi della sua professione."

(da 'Crash' di J.G. Ballard, ed. Feltrinelli, pag 74)


Siamo noi, intesi come parte integrante della società post-moderna, i protagonisti di 'Crash'. Siamo figli del secolo della "morte del sentimento" (cit.), accomunati da un ateismo che non è la conseguenza di una ricerca interiore ma sviluppatosi piuttosto in funzione di una necessità dell'Io di liberarsi del vincolo morale di un d.io che possa frenare il piacere irresistibile di rendersi schiavo del leitmotiv della società in cui viviamo, quella del "tutto è possibile". In questa 'nuova' prospettiva stiamo rigettando il futuro in favore di un presente allargato a dismisura dal moltiplicarsi delle possibilità di appagamento dei nostri piaceri, che una volta soddisfatti ci rimandano un'immagine di noi stessi priva di contenuti, effimera; maschere omologate di noi stessi in un mondo sempre più tecnologico in cui proviamo quotidianamente il piacere perverso di poter ottenere tutto in molte forme, e andiamo a letto (in tutti i sensi) convinti di essere in possesso dunque di capacità illimitate di concettualizzazione. Questo presente si ripete in un circolo vizioso, ci allontana gradualmente da un futuro vero e possibile ma totalmente inarrivabile. Giungiamo a perdere il valore della vita e la paura della morte in una sindrome di onnipotenza pericolosa per noi e per gli altri. La tecnologia è il nostro fiero prodotto-feticcio, mezzo di appagamento, culla di una perversione diabolica. Viviamo questo connubio in una danza macabra che è l'emblema del raggiungimento di un modo nuovo di vivere, ma non di esistere. I protagonisti di 'Crash', in sintesi, provano quotidianamente l'eccesso, si sostituiscono al libero arbitrio, hanno un concetto di 'libertà' fittizio e attuano dunque la negazione dell'esistere, dell'esperire, del riflettere, del provare emozioni, del concepire un futuro.
L'auto è una metafora sessuale eppure anche il crogiolo della perversione, in cui il sentimento è sostituito dal piacere che se ne ricava dall'unire l'atto sessuale al desiderio di mutilazione e autodistruzione. Simboleggia altresì il potentissimo e pericolosissimo connubio della società omologata, tra uomo e tecnologia. Un legame indissolubile che come ho letto da qualcuno, in un'immagine eloquente, conduce alla progressiva "meccanizzazione dell'Io".
Cronenberg fin dalla fine degli anni '60 aveva mostrato interesse per l'omnisessualità e la modificazione della sessualità in concomitanza dell'avvento sempre più massiccio della tecnologia nelle nostre vite. Il romanzo di Ballard e questo suo capolavoro degli anni '90 sono la perfetta sintonia che fantascienza letteraria e cinematografica potessero trovare.
Colonna sonora di Howard Shore brillante e calzante. Ciascun attore è in grado di ritagliarsi un ruolo indimenticabile. Il protagonista è in effetti James Ballard, ma dopo la visione del film è difficile non mettere sullo stesso piano l'imponenza fisica e carismatica dei personaggi che si rincorrono, si scambiano e si congiungono in coiti e scontri assurdi e morbosi, uniti da una perversione comune che li ha resi tutti uguali. Ed è questo il maggior merito del film, quello di tradurre sapientemente la spersonalizzazione e di rendere ogni personaggio la copia identica di ciascun altro, in conformità ad una sceneggiatura perfettamente ripetitiva e alienante.

Il margine (di Walerian Borowczyk, 1976)


Adoro 'il margine' pur nei suoi enormi difetti. Un film amaro, forte (ma non abbastanza) nei contenuti ma così delicato nel gusto formale. Un quadro in movimento di un regista che cominciava ad accusare i primi segnali di decadimento dopo il grandioso e meritato successo del suo miglior film ('La bestia'). Anche questo film rischia di cadere spesso più nella provocazione e nel compiacimento quasi dimenticando i risvolti psicologici del protagonista, che sembrano inizialmente interessare. Sigimond giura fedeltà, sappiamo che qualcosa è dietro l'angolo: la mancanza di godere del vero senso della libertà si trasforma in noia, e la trasgressione è dietro l'angolo. La lettera che riceve sulle sorti di sua moglie e suo figlio, che qui non rivelo, lo spingono a darsi un margine (da qui, presumo, il titolo) di tempo in cui collocare il proprio senso di colpa. Continuare il proprio atto infedele sopprime la coscienza o rischia di esasperare il proprio senso di colpa? Ovviamente c'è una risoluzione plausibile, ma manca quasi del tutto, da un momento in poi, l'interiorizzazione del protagonista. Non di certo aiutato da uno spentissimo e monoespressivo Joe Dallesandro, il film non decolla. Ma che bella e sensuale Sylvia Kristel: il suo personaggio finisce per risultare il più uniforme, e il finale eloquente sulla routine del suo mestiere che l'ha preservata da un coinvolgimento affettivo al punto da rinvigorire un circolo infinito, getta nuova luce sulle ambizioni del film, ossia di divaricare in misura decisamente netta i due mondi morali e psichici dei protagonisti. Alla fine resta tuttavia superficialmente un film di indubbia eleganza, tra sequenze erotiche molto belle, su un taciturno legame che si crea apparentemente per passione ma a volerlo indagare per uno (Sigimond) è il perpetuare di un atto di cui egli cerca una sorta di consacrazione morale che possa giustificarlo ai suoi stessi occhi, per l'altra (Diana) è la possibilità di accumulare compensi sempre maggiori. Il fine utilitaristico in questo caso del sesso, almeno quello, attraverso delle sequenze erotiche così orchestrate, è rappresentato con ineccepibile correttezza. La colonna sonora è meravigliosa, tuttavia non tutti i brani sono collocati nei momenti giusti (non era proprio il caso di inserire "Shine on you crazy diamond" nel momento in cui è stato fatto).

I racconti immorali di Borowczyk (di Walerian Borowczyk, 1974)


Film a episodi, rovinato nell'edizione italiana (come quasi ogni film del regista, specie tra quelli degli anni '70). Erotismo raffinato da cui trapelano molti dei contenuti del cinema di Borowczyk, qui ancora nel pieno della sua forma. Il primo episodio, il più lungo, è quello relativo alla contessa Bathory. Storia nota, vista e stravista in tutte le salse, a cui Borowczyk aggiunge la solita vena graffiante di cui è capace sul tradimento. E la ferocia con cui la contessa e il paggio compiono i propri misfatti resta velata, fuori campo, in un tripudio di sequenze eleganti in un estetismo ricercato. Bellissima Paloma Picasso, scelta azzeccata, inquietante nella sua espressione di beatitudine compiaciuta.
Con 'Teresa filosofa' ecco il Borowczyk anticlericale, con sfumature grottesche come di consueto, in un breve episodio con un finale beffardo.
'La marea' è l'episodio più raffinato e devo ammettere il mio preferito, penso che il regista polacco qui sfiori la sua vetta nella rappresentazione dell'eros, per quanto di norma preferisca le sue sfumature irriverenti e un po meno esteticamente ricercate. Bellissimo il trapasso al suono della marea, un episodio memorabile per gusto e cornice degna di un grande dipinto; la forza dell'immagine si commenta da sola, racchiusa in una fotografia sublime.
'Lucrezia Borgia' è un altro breve excursus storico, pervaso da sentimenti anticlericali in una delle vicende più oscure dei papati, ossia i presunti incesti tra il papa Alessandro VI e i suoi due figli. Troppo breve per lasciare un segno, troppo lungo 'Erzesbet Báthory': i soliti sbalzi dei film a episodi del regista.

Carlito's way (di Brian De Palma, 1993)


Portoricano in un quartiere di gangster Carlito ha navigato fin da bambino nella melma, ha raschiato il fondo della disumanità e dei giochi di potere e di onore/rispetto nauseabondi, ora esce di prigione dopo 5 anni con la strenua determinazione di cambiar vita, di dare forma concreta al suo "sogno" (rilevare un autonoleggio). Ma è come una gara di cui l'arrivo è solo un miraggio, ogni tentativo di avvicinarsi al traguardo è minato da decine di ostacoli beffardi. E' un film sul grandissimo paradosso che è la vita, sull'impossibilità di cambiare un destino segnato, in una galleria di personaggi controversi, amicizie di facciata, squallide alleanze e meschinità di ogni genere. Carlito è accompagnato in questa discesa negli inferi da un avvocato di cui ogni passo sintomatico verso la follia è un tassello orchestrato magistralmente e reso in modo sublime dalla verve di Sean Penn. Forse non ha pensato abbastanza a se stesso, forse ha voluto rendere omaggio con un fervore maniacale ai "favori" in un mondo in cui l'onore e il relativo credito/debito è la regola basilare. Ma Carlito è nato e cresciuto in quel mondo, sono anche le sue regole, da cui apprende che è impossibile uscire pur riuscendo a guardare 'al di là' di quella barriera (ed è l'unico personaggio del film). Uno dei migliori De Palma, il plot è meno ricco di azione di 'Scarface' ma la sua potentissima introspezione lo eleva nei confronti del suo scomodo predecessore (che a sua volta paga dazio anche con l'originale di Hawks), e Al Pacino più misurato e malinconico mostra un altro lato eccezionale della sua straordinaria versatilità recitativa.

Cordero de dios (di Lucia Cedron, 2009)


Rosa camuna d'oro al Bergamo film meeting 2009 assegnata ad un film interessante sul ruolo della coscienza collettiva nella rivisitazione dei grandi eventi che hanno sconvolto il tessuto sociale di un paese. Questo film attraverso la storia di una famiglia e conseguentemente ad un fatto di cronaca si pone come prerogativa pregevole quella di unire su uno stesso piano di realtà due periodi bui per la storia dell'Argentina. Apparentemente privi di legami, dittatura degli anni '70 e crisi economica dei primissimi anni del nuovo millennio custodiscono un profondo vincolo. L'introspezione di una madre/figlia segnata da segreti che vengono alla luce e un'asciutta ricostruzione storica del passato sono le chiavi per comprendere le dinamiche del rancore, dei sensi di colpa, di un profondo segno tenuto dentro per troppo a lungo e che una volta rivelatosi in tutta la sua chiarezza pone la questione del perdono, in una parte finale convincente. D'altra parte c'è Guillermina, troppo piccola alla fine degli anni '70 ma per la quale gli eventi sono stati talmente determinanti nel cambiare la sua vita da restare vividissimi. Ma quanto è imprescindibile rivelare e unire la propria coscienza degli eventi che hanno cambiato la vita dei protagonisti, seppur nell'arduo compito di farla emergere, perchè ciò significa aprire totalmente dapprima a se stessi e in un secondo momento agli altri il senso che ciascuno può attribuire al proprio vissuto.
La nostalgia è l'aspetto più dolce di questo film sincero fino in fondo.

Lo specchio (di Andrei Tarkovskij, 1974)


Conoscere un minimo di biografia del regista è indispensabile per avvicinarsi a questo film tutt'altro che criptico, benchè risulti senza dubbio difficilmente fruibile.
Questo film racconta di un uomo di quarant'anni che costretto a letto da una forma non meglio specificata di angina si ritrova a dover fare i conti con tutto: sentimenti di colpa verso la madre, un matrimonio fallito e l'educazione dei propri figli, un'infanzia e un'adolescenza trascorsa con sole donne, la mancanza di una figura genitoriale come quella del padre poeta e in generale eredità pesante con cui confrontarsi costantemente.
Mentre ripercorre questi momenti personali, il protagonista su un piano equivalente in termini di importanza pone vicende che hanno segnato il proprio paese, e sia direttamente che di riflesso anche la storia della propria famiglia.
I tormenti non derivano solo dai rapporti con se stesso e con gli altri, ma anche dal peso storico degli avvenimenti che hanno segnato la sua crescita: il regime di Stalin, la seconda guerra mondiale, l'ascesa al potere di Mao. Tutti questi frammenti, personali e non, compongono un quadro multiforme, disposto su diversi strati tra realtà e sogno, tra passato e presente. Intervallate dalle poesie di suo padre Arsenij, le immagini spesso comunicano da sole senza dialoghi, dotate di una forza espressiva notevole, raccolte in una fotografia splendida alternata tra b/n, colore e seppia.
Viene da chiedersi come è possibile se non identificarsi, associare i propri vissuti a tutte queste sequenze di una cultura così differente dalla nostra, segnata da altri fattori; cosa c'entriamo ad esempio con la rivendicazione dell'appartenenza alle proprie irrinunciabili origini di un artista vittima di un ostracismo insensato (sè stesso/Ignat che legge la lettera di Puškin) del suo paese. E' la magia di questo film, ossia di svelare un motore nascosto che muove la ricerca che onestamente cerchiamo di compiere nei confronti di noi stessi. Tempi, eventi, spazi cambiano, ma la domanda è universale. Ne 'L'infanzia di Ivan' c'è un'infanzia strappata da un evento più grande, un macigno che sconvolge inevitabilmente una 'normale' crescita. C'è un sentimento individuale ma anche un avvenimento storico come sfondo, di grandissima portata. In 'Andrej Rublev' è la crisi dell'artista il nodo cruciale, ma anche qui eventi storici intaccano l'individuo, il suo rapporto con l'arte e la natura, e in una visione più intima il rapporto con se stesso. Ne 'lo specchio' c'è tutto questo, ma è il regista stesso ad essere il protagonista, il centro, vittima, artefice, concausa degli avvenimenti. "Lasciatemi in pace, in fin dei conti volevo solo essere felice". Quale lo strumento per cercare di scoprire la felicità, il senso di colpa, rivalutare e modificare i propri giudizi? E' la regressione ad uno stadio antecedente al presente, riappropriarsi di immagini, suoni, sensazioni dimenticate. Lì trovano posto le ragioni che ci hanno cullato e che ci hanno cambiato, lì era tutto possibile, la morte non esisteva e la speranza regnava.
Dinanzi ai film grandi film autobiografici ho sempre avuto una sorta di soggezione e di riverenza nei confronti di quell'autoreferenzialità dell'autore che in qualche modo potesse sfuggirmi, risultare distante e persino incomprensibile. Ho guardato questo film diversi anni fa, e sono rimasto estasiato soprattutto dalla magnificenza visiva. Poi è accaduto qualcosa, nel corso del tempo diverse immagini continuavano a martellarmi, si riunivano, s'incollavano a dei vissuti che sentivo come propri. Ho selezionato questo dvd dalla mia libreria prima di un viaggio apparentemente senza un reale motivo; ciò è avvenuto prima di prendere consapevolezza che la mia scelta riguardava una singolare concomitanza, il ritorno tra i miei luoghi d'infanzia, rimossi da anni di 'esilio'. Ed è qui che ho accarezzato l'universalità di quelle immagini, di quelle sensazioni, in pace e armonia con me stesso in un'esperienza personale inspiegabile e intraducibile.
E' un film che fornisce la speranza, come non a caso un altro grande film d'autore autobiografico come '8 e 1/2'. E' un film in cui il protagonista è allettato come Bergman per 'Persona' o Proust per la sua 'Recherche'. E' un film che testimonia la riappropriazione di significati reali e la formazione di pensieri diversi nell'accettazione che questa esistenza è più grande di essi. Ma è soprattutto un film che attraverso quel volo di uccello e la frase finale dell'Aleksei/Andrej ci ribadisce che tutto è possibile: Yuri ha smesso di balbettare quando ha considerato, più in generale, che esiste un'altra prospettiva di guardare la vita in cui la paura scompare.

I gatti persiani (di Bahman Ghobadi, 2009)


Dopo il bellissimo 'Persepolis' un altro film che spero si diffonderà nel resto del mondo e riscuoterà il suo meritato successo. Il regista è lo stesso del meraviglioso 'Anche le tartarughe volano'.
Questo è di gran lunga uno dei migliori film proiettati durante lo scorso festival di Cannes (insieme a 'Un prophete' e 'Polytechnique' è quello che ho apprezzato maggiormente). Un ritratto toccante e commovente di una realtà, o meglio dire 'della realtà' nascosta di un paese. Il film è stato girato ovviamente senza autorizzazione, clandestinamente. Con taglio documentaristico mostra e raccoglie voci ed esperienze di vita, piccoli e grandi escamotage per sfuggire ad una legge barbarica che proibisce la libertà di esprimere il proprio estro creativo. Dotato di una grandissima capacità comunicativa attraverso il linguaggio della musica, non è solo un film musicale. Tratteggia ritratti di vita di una nuova generazione stanca di sottostare ad un regime soffocante. L'alba del malessere serpeggiante sfociato nei recenti scontri e (mal)celati massacri all'indomani delle elezioni in Iran. Ma questo film è stato girato diverso tempo prima: facendo mente a ritroso di un solo anno, dopo 'Valzer con Bashir' un nuovo, profetico (?) lungometraggio ad aprirci gli occhi.

La pivellina (di Tizza Covi, Rainer Frimmel, 2009)


Il degrado della periferia nord-est di Roma (San Basilio) vista dal suo interno con garbo e naturalezza. Un film girato con pochissimi mezzi, semplicissimo, in grado di far sorridere e riflettere.
Un'attrice di strada trova una bimba di due anni in un parco, in tasca un bigliettino misero. L'accoglie, la nutre, stravolge la sua vita già di per sè difficoltosa per prendersene cura. Ma non bada a tutto ciò, il suo impegno è totalmente devoto, quasi si fossero rovesciati i ruoli di chi è la 'sconosciuta' e chi la 'madre'. Tutto il circondario tra le roulotte di San Basilio accolgono la piccola Asia come una grande famiglia (su tutti menzione speciale per Tairo Caroli che si ritaglia un personaggio esilarante). Ma la favola dolcissima nasconde qualcosa di tremendamente reale che piomba come una mazzata in un finale struggente.

Il mio amico Eric (di Ken Loach, 2009)


Ken Loach cambia pelle, si regala e ci regala un film apparentemente più leggero e frizzante, con un protagonista in gran forma (Steve Evets) e un personaggio come Eric Cantona utilizzato nel migliore dei modi. E' proprio quest'ultimo il fulcro della vicenda, che tra commedia e dramma sviscera problemi di convivenza familiare, relazione con la memoria e la pace con se stessi. E' in qualche modo sempre un film incentrato su un risvolto sociale, è il modo in cui il regista stavolta analizza il suo focus perenne ad essere indubbiamente di maggior presa e fascino. Devo dire che dispetto alle attese il film è decisamente in grado di bilanciare i suoi momenti più pittoreschi con quelli più 'forti'. Un mix elegante che varrebbe la pena guardare anche solo per le citazioni a ripetizione di proverbi da parte del campione indimenticato del Machester. E' anche un'occasione per rivedere qualche bel gol, e ovviamente il calcione allo spettatore, pur menzionato, ci viene risparmiato.
Innumerevole presenza di 'fuck'.