Vivere (di Akira Kurosawa, 1952)


"Cosa farebbe se le dicessero che le rimangono solo 6 mesi da vivere?"
Dei "Gendai geki" (i film contemporanei che compongono i 2/3 dei film di Kurosawa) 'Vivere' per me è il più bello, intenso, completo. Un capolavoro, un film speciale.
Realizzato nel pieno della maturità artistica del regista, conclude al meglio la triade neorealista inaugurata con "l'angelo ubriaco" ('48) e proseguita con "cane randagio" ('49).
Ciò che innanzitutto mi preme sottolineare è che non è un film che si propone di fornire il (o un) significato della vita, non ha presunzioni di alcun genere.
E' un film che induce a riflettere su alcuni aspetti della vita che talora mettiamo in disparte e sui quali ci soffermiamo spesso quando è troppo tardi. L'uomo non è una macchina perfetta, però può fare di più per vivere meglio il proprio rapporto con il trascorrere del tempo? (forse io ora non lo sto facendo visto che da 5 minuti mi sto impelagando in questo inutile commento ahah). Kenji Watanabe (incredibOL ho ricordato il nome stavolta..) è un impiegato di un ufficio del comune chiamato "ufficio richieste", e da trent'anni vive passivamente la propria vita. Più o meno da quando è morta sua moglie và al lavoro, si siede, non parla con nessuno e apporta timbri qua e là senza cambiare nulla, soffocato dalla propria routine.
Tutto cambia quando scopre di avere un cancro allo stomaco. In questa prima parte del film si rincorrono flashback molto molto belli: a ritmo frenetico egli ripercorre alcune tappe importanti del proprio passato col rancore di chi scopre che non ha fatto abbastanza, di chi ha perso troppo tempo.
Da qui parte la riscossa, forse parziale e tardiva, ma efficace e straordinaria da parte del protagonista (un Takashi Shimura superlativo, anche se a tratti un pò troppo patetico) che prima si chiede come vivere (ed è bellissima la scena in cui dialoga nel locale con l'impiegata che lo ha accompagnato) e, una volta trovato il proprio "senso", si batte come un dannato per mettere in atto ciò che gli è balenato in testa.
La parte finale, senza anticipare nulla, è basata su un flashforward geniale di cui il regista si serve per ricomporre il puzzle degli ultimi mesi di vita del protagonista.
Più in generale, la denuncia al sistema burocratico è evidentissima (verrà ripresa, in modo diversa, ne 'i cattivi dormono in pace'), e trova la sua sublimazione nel finale ironico in superficie ma tremendo in profondità.
E' un film che fà male ma al tempo stesso dà una grossa carica, sprizza energia positiva che può risvegliare in noi la voglia di essere attivi nella vita, di viverla momento per momento senza un briciolo di passività, come spesso ci capita purtroppo.
Per certi versi (non molti, ma quanto basta per fare un abbozzo di paragone) è riconducibile a 'il posto delle fragole'.

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