Tokyo fist (di Shinya Tsukamoto, 1995)


Ci troviamo di fronte ad un film ottimo, di un regista veramente capace, sicuramente fuori dagli schemi e che spesso personalmente mi colpisce veramente duro, mi riferisco alla modalità col quale adotta il mezzo cinematografico come esternazione del proprio essere e rappresentazione delle proprie tematiche, tra le quali quella che preferisco sinceramente è il ricongiungimento con sè stessi, la (ri)appropriazione di una peculiarità che la moderna alienazione sociale sta scucendo letteralmente dall'individuo. Riappropriazione che si attua attraverso una sorta di 'catarsi'.
Questo processo si attua attraverso il dolore. Dolore fisico, in tutte le sue forme, dal piercing (un piercing del tutto particolare, però) alle testate contro il muro. C'è molta fisicità, talmente tanta da disgustare, da far abbassare lo sguardo in più d'un'occasione, ma che entra dentro chi guarda impotente, e che metaforicamente subisce.
'Tokyo fist' mi sembra anche un film che punta l'attenzione su un forte individualismo dei protagonisti. Ciascuno rivendica qualcosa, senza troppe ipocrisie, ma con quel muso duro che lascia sbigottiti e perchè no, ci rende perfino antipatici quei personaggi così determinati a non tacere ma piuttosto a fare rumore e a deformare la propria esteriorità (la scena di Tsukamoto - Tsuda col suo faccione mostrificato e irriconoscibile è uno dei momenti più intensi e significativi del film).
Il risultato è qualcosa di pulsante e tremendo. E a larghe vedute, condivisibile o meno, fà riflettere.

Nessun commento: