Ordet (di Carl Theodor Dreyer, 1955)


Rivisto allo Sp.Ob., è un film che cita e che è intriso di Kierkegaard: in particolare delle sue riflessioni sullo 'stadio religioso' nell'ostico ma stupefacente 'Timore e tremore'.
Ho letto quasi per intero l'opera del filosofo danese e pur non condividendone il frutto dell'indagine, sono rimasto affascinato dal suo meccanismo. Lo stesso discorso vale per ‘Ordet’ che confronta "fede" e "fede": questo dato di fatto deve necessariamente essere preso in considerazione prima di addentrarsi nella visione del film.
Dreyer è strepitoso nel preparare il terreno a quel che è la svolta narrativa e di significato in un celebre finale.
Servendosi di un'atmosfera grigia, attraverso un ritmo cadenzato e sfruttando un'ambientazione quasi esclusivamente in interni angusti e minimali, il regista danese mostra una serie di personaggi incapaci di credere fino in fondo, rei (è proprio il caso di dirlo) di intendere il cristianesimo in base alle proprie esigenze: i due padri di famiglia, il pastore. Mikkel l'ateo è una figura quasi marginale, sebbene sia 'l'oggetto' della rivelazione finale, e allo stesso tempo è così il medico. Il film si snoda essenzialmente sull'inquietante apparire e scomparire di Johannes, questa figura mistica e fortemente stridente rispetto al contesto. Uno schizofrenico (?), un Gesù, un Profeta: la risposta simbolica è nel finale, e per chi vuole mettere del suo (ma ripeto, difronte a questo film è come se gli fosse vietato di farlo) risulta impossibile riconoscerlo come nel primo caso.
Ebbro di spiritualità, il film accresce l'angoscia di minuto in minuto e sviscera il senso della fede dei personaggi attraverso le loro reazioni alle condizioni di salute di Inger.
Bello, intenso, magistrale: il miglior film sul tema della fede, senz’altro.

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