Hakuchi - L'idiota (di Akira Kurosawa, 1951)


Lev N. - Moriva a ventisette anni, sano e forte; ricordava che nel salutare i compagni a uno di loro aveva posto una domanda che non c'entrava nulla, e si era anche molto interessato alla risposta. Dopo che ebbe dato l'addio ai compagni vennero i due minuti che aveva destinato a 'pensare a se stesso'; sapeva già prima a che cosa avrebbe pensato, aveva sempre desiderato figurarsi nel modo più rapido e chiaro possibile quel che sarebbe accaduto: lui adesso esisteva e viveva, ma in capo a tre minuti sarebbe stato già 'un non so che', qualcuno, qualcosa, ma chi? E dove? Pensava di risolvere tutto questo in quei due minuti! Non lontano c'era una chiesa, e il suo tetto dorato brillava sotto il sole splendente. Ricordava di aver fissato molto intensamente quella cupola, e i raggi che vi si riflettevano; non poteva staccarsi dai raggi, gli pareva che quei raggi sarebbero stati la sua nuova natura, e che tre minuti dopo sarebbe in qualche modo confluito in essi... L'incertezza e la repulsione verso quell'ignoto che sarebbe diventato e che stava proprio per giungere erano tremende; ma lui diceva che in quel momento niente era per lui più penoso dell'incessante pensiero "Oh, poter non morire! Poter far tornare indietro la vita: che eternità! E tutto questo sarebbe mio! Allora trasformerei ogni minuto in un intero secolo, non ne perderei niente, terrei in conto ogni minuto, per non sprecare invano nemmeno più un istante!". Diceva che questo pensiero alla fine gli era degenerato in una rabbia tale da fargli desiderare che gli sparassero al più presto. -
- Avete finito? - chiese Aglaja.
- Come? Sì, ho finito - disse il principe, riaffiorando da una fissità pensosa.
- Ma con che scopo ci avete raccontato questo? -
- Così... Mi era tornato in mente... a proposito della conversazione... -
- Siete molto frammentario, principe - notò Aleksandra. - Con tutta probabilità volevate concludere che non bisogna dare a nessun istante il valore solamente di una kopejka, e che a volte cinque minuti sono più preziosi di un tesoro. Tutto ciò è lodevole, ma permettete, questo vostro conoscente, che vi ha raccontato tutte quelle cose atroci... a lui avevano commutato la pena, e perciò donato quella 'vita infinita'. Bè, che ha fatto lui in seguito di questa ricchezza? Ha vissuto 'tenendo in conto' ogni attimo? -
- Oh, no, me l'ha detto lui stesso, rispondendo alle mie domande, che non aveva poi affatto vissuto così, e aveva perduto moltissimi attimi. -
(Ed. Mondadori pagg 82-83)

Unitamente a Visconti, Kurosawa è colui che ha saputo trasporre con più incisività Dostoevskij sul grande schermo.
Tra i suoi primi film 'L'Idiota' è sicuramente il più pretenzioso: un'opera mastodontica realizzata con grandi mezzi a disposizione, ma mutilata dalla casa di produzione (la Shochiku) addirittura quasi della metà rispetto alla durata totale, che inizialmente superava le quattro ore. Le parti tagliate sono andate perdute per sempre. Un vero scempio a cui consegue una visione parziale di ciò che il regista aveva intenzione di comunicare.
Di conseguenza ci troviamo dinanzi ad un dato di fatto obiettivo, al quale se ne aggiunge un secondo, prettamente soggettivo.
Il primo è che, malinconicamente, della visione di ciò che era negli intenti del regista non ci perviene che un frammento. Ciò penalizza notevolmente il risultato finale con cui dobbiamo confrontarci.
Il secondo, come scritto soggettivo e che accomuna chi ha affrontato questa prova esistenziale, è la consapevolezza che il romanzo è intraducibile; nella fattispecie, che esso custodisce un segreto che alcun linguaggio cinematografico potrà mai essere capace di cogliere.
Il tentativo di Kurosawa tuttavia, per quel che possiamo verificare ovviamente, risulta eccellente, encomiabile. Traspone gli ambienti del romanzo (essenzialmente -San- Pietroburgo, Pavlovsk e Mosca) nel Giappone del primo dopoguerra (Sapporo, principalmente). Snellisce gli ambienti di ogni connotazione aristocratica, fino ad eliminare ogni scontro dialettico politico e sociologico del romanzo. Tutto ciò in favore di una uniformità di scenari accomunati da paesaggi innevati negli esterni e locali spogli negli interni. Il bianco e nero profonde una sensazione forte e suggestiva di contrasto, l'ambiguità degli intenti e dei personaggi. La capacità di scavare all'interno dei protagonisti è in alcuni casi perfino superlativa: Akama/Rogozin è il personaggio più fedele, non solo per merito dello straordinario Toshiro Mifune. Il suo profilo è dettagliato, il suo ghigno e i suoi occhi (che Kameda/Myskin coglie su di sè dappertutto) sono particolari non di poco conto su cui Kurosawa fa giustamente affidamento, assieme a molte altre sfumature di altri personaggi e situazioni che arricchiscono il quadro generale e su cui evidentemente è stato svolto un lavoro maniacale. Descriverli tutti sarebbe impossibile e superfluo.
Viceversa è il personaggio di Taeko/Nastas'ja Filippovna (la deliziosa Setsuko Hara) a risultare meno "potente" e influente di quel che realmente è nell'economia dello svolgimento dei fatti e del fascino maliardo (dovuto alla sua -presunta?- follia nel romanzo, che qui viene alquanto sminuita) che produce su tutti i personaggi. Questo è uno dei tanti particolari che fanno riferimento a quella sfera di 'intraducibilità' che pervade il romanzo, a cui evidentemente i tagli corposi della casa di produzione sul risultato finale hanno contribuito nella resa finale.
La dilatazione mostruosa dei passaggi temporali, altra caratteristica di importanza capitale, è un'altra dimensione invalutabile, sempre sia per via della decurtazione di pellicola che per la loro resa effettiva su celluloide. Kurosawa cambia molte carte in tavola nelle situazioni (un esempio su tutti è la rottura del vaso: ma quella scena, mancando del tutto i riferimenti ad ambienti borghesi nel film, non sarebbe potuta essere raccontata in altro modo) ma realizza, nella sua aderenza accanita alla teatralità delle 'scene madri', sequenze riuscitissime, emozionanti: l'attacco epilettico di Myskin, oppure il confronto tra Nastas'ja e Aglaja davanti agli occhi impietriti di Myskin e Parfen Rogozin, che nel romanzo è commovente. Kurosawa aveva a disposizione una squadra di attori di altissimo livello, in grado di adattarsi di pari passo alla versatilità delle sue opere.
Alla fine l'Imperatore riesce nell'impresa faticosissima, al di là di tutti i problemi, di realizzare un film degnissimo di nota, mettendo in mostra molti temi importanti e adeguandosi nel migliore dei modi ad un testo di partenza quasi proibitivo. Questo film è un esempio ulteriore della capacità di questo regista eccelso di costruire ritratti psicologici magistrali e di profondere emozioni con una sensibilità rara. Resta tutto in quella scena appena citata, o negli sguardi del principe e Rogozin nella nottata di veglia: la disperazione della solitudine, nella sua forma più agghiacciante.

Lev N. - E' mai possibile?... Ma non vedete com'è infelice? -
Fece a malapena in tempo a pronunciare queste parole, poi ammutolì sotto lo sguardo terribile di Aglaja. Quello sguardo esprimeva un dolore così atroce e nello stesso tempo un odio così infinito, che egli giunse le mani, gridò e si slanciò verso di lei, ma era troppo tardi!
(Ed. Mondadori pag. 781)

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