Hakuchi - L'idiota (di Akira Kurosawa, 1951)


Lev N. - Moriva a ventisette anni, sano e forte; ricordava che nel salutare i compagni a uno di loro aveva posto una domanda che non c'entrava nulla, e si era anche molto interessato alla risposta. Dopo che ebbe dato l'addio ai compagni vennero i due minuti che aveva destinato a 'pensare a se stesso'; sapeva già prima a che cosa avrebbe pensato, aveva sempre desiderato figurarsi nel modo più rapido e chiaro possibile quel che sarebbe accaduto: lui adesso esisteva e viveva, ma in capo a tre minuti sarebbe stato già 'un non so che', qualcuno, qualcosa, ma chi? E dove? Pensava di risolvere tutto questo in quei due minuti! Non lontano c'era una chiesa, e il suo tetto dorato brillava sotto il sole splendente. Ricordava di aver fissato molto intensamente quella cupola, e i raggi che vi si riflettevano; non poteva staccarsi dai raggi, gli pareva che quei raggi sarebbero stati la sua nuova natura, e che tre minuti dopo sarebbe in qualche modo confluito in essi... L'incertezza e la repulsione verso quell'ignoto che sarebbe diventato e che stava proprio per giungere erano tremende; ma lui diceva che in quel momento niente era per lui più penoso dell'incessante pensiero "Oh, poter non morire! Poter far tornare indietro la vita: che eternità! E tutto questo sarebbe mio! Allora trasformerei ogni minuto in un intero secolo, non ne perderei niente, terrei in conto ogni minuto, per non sprecare invano nemmeno più un istante!". Diceva che questo pensiero alla fine gli era degenerato in una rabbia tale da fargli desiderare che gli sparassero al più presto. -
- Avete finito? - chiese Aglaja.
- Come? Sì, ho finito - disse il principe, riaffiorando da una fissità pensosa.
- Ma con che scopo ci avete raccontato questo? -
- Così... Mi era tornato in mente... a proposito della conversazione... -
- Siete molto frammentario, principe - notò Aleksandra. - Con tutta probabilità volevate concludere che non bisogna dare a nessun istante il valore solamente di una kopejka, e che a volte cinque minuti sono più preziosi di un tesoro. Tutto ciò è lodevole, ma permettete, questo vostro conoscente, che vi ha raccontato tutte quelle cose atroci... a lui avevano commutato la pena, e perciò donato quella 'vita infinita'. Bè, che ha fatto lui in seguito di questa ricchezza? Ha vissuto 'tenendo in conto' ogni attimo? -
- Oh, no, me l'ha detto lui stesso, rispondendo alle mie domande, che non aveva poi affatto vissuto così, e aveva perduto moltissimi attimi. -
(Ed. Mondadori pagg 82-83)

Unitamente a Visconti, Kurosawa è colui che ha saputo trasporre con più incisività Dostoevskij sul grande schermo.
Tra i suoi primi film 'L'Idiota' è sicuramente il più pretenzioso: un'opera mastodontica realizzata con grandi mezzi a disposizione, ma mutilata dalla casa di produzione (la Shochiku) addirittura quasi della metà rispetto alla durata totale, che inizialmente superava le quattro ore. Le parti tagliate sono andate perdute per sempre. Un vero scempio a cui consegue una visione parziale di ciò che il regista aveva intenzione di comunicare.
Di conseguenza ci troviamo dinanzi ad un dato di fatto obiettivo, al quale se ne aggiunge un secondo, prettamente soggettivo.
Il primo è che, malinconicamente, della visione di ciò che era negli intenti del regista non ci perviene che un frammento. Ciò penalizza notevolmente il risultato finale con cui dobbiamo confrontarci.
Il secondo, come scritto soggettivo e che accomuna chi ha affrontato questa prova esistenziale, è la consapevolezza che il romanzo è intraducibile; nella fattispecie, che esso custodisce un segreto che alcun linguaggio cinematografico potrà mai essere capace di cogliere.
Il tentativo di Kurosawa tuttavia, per quel che possiamo verificare ovviamente, risulta eccellente, encomiabile. Traspone gli ambienti del romanzo (essenzialmente -San- Pietroburgo, Pavlovsk e Mosca) nel Giappone del primo dopoguerra (Sapporo, principalmente). Snellisce gli ambienti di ogni connotazione aristocratica, fino ad eliminare ogni scontro dialettico politico e sociologico del romanzo. Tutto ciò in favore di una uniformità di scenari accomunati da paesaggi innevati negli esterni e locali spogli negli interni. Il bianco e nero profonde una sensazione forte e suggestiva di contrasto, l'ambiguità degli intenti e dei personaggi. La capacità di scavare all'interno dei protagonisti è in alcuni casi perfino superlativa: Akama/Rogozin è il personaggio più fedele, non solo per merito dello straordinario Toshiro Mifune. Il suo profilo è dettagliato, il suo ghigno e i suoi occhi (che Kameda/Myskin coglie su di sè dappertutto) sono particolari non di poco conto su cui Kurosawa fa giustamente affidamento, assieme a molte altre sfumature di altri personaggi e situazioni che arricchiscono il quadro generale e su cui evidentemente è stato svolto un lavoro maniacale. Descriverli tutti sarebbe impossibile e superfluo.
Viceversa è il personaggio di Taeko/Nastas'ja Filippovna (la deliziosa Setsuko Hara) a risultare meno "potente" e influente di quel che realmente è nell'economia dello svolgimento dei fatti e del fascino maliardo (dovuto alla sua -presunta?- follia nel romanzo, che qui viene alquanto sminuita) che produce su tutti i personaggi. Questo è uno dei tanti particolari che fanno riferimento a quella sfera di 'intraducibilità' che pervade il romanzo, a cui evidentemente i tagli corposi della casa di produzione sul risultato finale hanno contribuito nella resa finale.
La dilatazione mostruosa dei passaggi temporali, altra caratteristica di importanza capitale, è un'altra dimensione invalutabile, sempre sia per via della decurtazione di pellicola che per la loro resa effettiva su celluloide. Kurosawa cambia molte carte in tavola nelle situazioni (un esempio su tutti è la rottura del vaso: ma quella scena, mancando del tutto i riferimenti ad ambienti borghesi nel film, non sarebbe potuta essere raccontata in altro modo) ma realizza, nella sua aderenza accanita alla teatralità delle 'scene madri', sequenze riuscitissime, emozionanti: l'attacco epilettico di Myskin, oppure il confronto tra Nastas'ja e Aglaja davanti agli occhi impietriti di Myskin e Parfen Rogozin, che nel romanzo è commovente. Kurosawa aveva a disposizione una squadra di attori di altissimo livello, in grado di adattarsi di pari passo alla versatilità delle sue opere.
Alla fine l'Imperatore riesce nell'impresa faticosissima, al di là di tutti i problemi, di realizzare un film degnissimo di nota, mettendo in mostra molti temi importanti e adeguandosi nel migliore dei modi ad un testo di partenza quasi proibitivo. Questo film è un esempio ulteriore della capacità di questo regista eccelso di costruire ritratti psicologici magistrali e di profondere emozioni con una sensibilità rara. Resta tutto in quella scena appena citata, o negli sguardi del principe e Rogozin nella nottata di veglia: la disperazione della solitudine, nella sua forma più agghiacciante.

Lev N. - E' mai possibile?... Ma non vedete com'è infelice? -
Fece a malapena in tempo a pronunciare queste parole, poi ammutolì sotto lo sguardo terribile di Aglaja. Quello sguardo esprimeva un dolore così atroce e nello stesso tempo un odio così infinito, che egli giunse le mani, gridò e si slanciò verso di lei, ma era troppo tardi!
(Ed. Mondadori pag. 781)

Quelli che camminavano sulla coda della tigre (di Akira Kurosawa, 1945)


L'appellativo 'drammatico' difficilmente si addice ad un film di Kurosawa.
Trattasi di pièce teatrale ispirata al No nipponico, ma arricchita dal regista da gran parte degli elementi che caratterizzano i 'jidai geki' successivi: l'azione epica esteriore e l'uomo nella sua compattezza etica come nucleo fondante. I samurai protagonisti sembrerebbero davvero dei semplici monaci se non sapessimo la loro reale identità. Ma soprattutto quel tocco ironico in grado di disgregare un'apparente solenne e drammatica azione scenica, in modo da rendere ciò che vediamo così reale e ci permette di amplificare la nostra soggettività nell'entrare e nell'identificarsi in quei personaggi così umani e così cosmopoliti, frutto della visione artistica e esistenziale di un regista che ha saputo coniugare come nessun altro oriente e occidente in un unico quadro d'insieme.
Mi chiedo cosa sarebbe venuto fuori se il film fosse stato più lungo. In fondo ciò che vediamo in quest'ora scarsa è un plot sviluppato solo nel suo cuore fondante e troncato all'inizio e alla fine. Possiamo solo immaginare cosa accadrà a quegli uomini e ci viene raccontato in breve cosa è già accaduto.
Ne sarebbe venuto fuori certamente un film molto più complesso e dispendioso, all'epoca era impossibile realizzare certi film, per cui è bene gosersi questo concentrato in pieno stile Kurosawa con esiti soprendenti. Io stesso avevo vergognosamente storto il naso quando il mio negoziante di dvd di fiducia (che per inciso non capisce una mazza di Kurosawa tant'è che sostiene che 'Sogni' sia il migliore, cosa che è obiettivamente opinabile) mi disse che era uscito questo dvd. Il problema era e rimane che ormai quasi tutti i primi Kurosawa sono disponibili in dvd (grazie al lavorone della Mondo Home Entertainment 2005-2006) mentre 'Ran' continua a rimanere sullo scaffale in forma di VHS de 'L'Espresso'. Bisogna pazientare ancora.
Tornando al film, è se non mi sbaglio anche l'esordio di Masayuki Mori. Ovviamente non piacque tanto da uscire solo cinque anni più tardi, e in dvd se non sbaglio nel Febbraio 2007. Consigliato specie se riuscite a beccare l'offerta a prezzo economico.

Sugata sanshiro (di Akira Kurosawa, 1943)


Con il suo primo film Kurosawa descrive il mondo del judo, sottolineando i suoi princìpi tramite una bella storia in cui si fondono i valori della lotta e i buoni sentimenti.
Il protagonista e Chee (anche se nella versione italiana credo che il suo nome sia stato cambiato) che a fatica e con grande determinzaione riesce ad entrare a far parte di una scuola di judo, ben presto rivelandosi come un bravo e tenace judoka.
I due momenti più importanti sono sicuramente la sfida del torneo contro il padre della ragazza di cui si innamora (il padre è il mitico Takashi Shimura), in cui spicca la morale di chi è sconfitto nelle competizioni, e lo scontro finale con Kuo, il suo eterno sfidante per tutto il film.
Kurosawa realizza il suo primo film con poche pretese centrando gli obiettivi in pieno. Un film scorrevole e godibilissimo.

Augury - Concealed (2004)




"The ultimate recipe for power:
First spread the disease, then come selling the pill"

Canada, Quebec, Montreal. Se intendiamo conoscere i pregressi di questo capolavoro assoluto di un genere che pochi anni prima era stato giudicato a più voci "incapace di rinnovarsi", scoperchiamo una scena prolifica più che mai, nata prepotentemente nella seconda metà degli anni '90, ed erettasi su tre pietre miliari come 'None so vile' (il secondo album dei Cryptopsy, del 1996),‘The erosion of sanity’ e ‘Obscura’ (rispettivamente secondo e terzo album dei Gorguts), senza dimenticare i primi Kataklysm (di ‘The Mystical Gate of Reincarnation’ del 1993 – EP – e ‘Sorcery’ del 1995).
Gli Augury sono una band che ruota su tre musicisti di grandissimo spessore tecnico: Patrick Loisel (voce e chitarra), Mathieu Marcotte (chitarra) e Dominic ‘Forest’ Lapointe (basso). Patrick ha radici thrash in una band, Foreshadow, rimasta underground. In ‘Origin’ (1999) dei Kralizec suona un pò di tutto e in quel disco un bel po’ controverso (per un’etichetta portoghese, tra l’altro) dà prova della sua versatilità vocale e di un certo apprezzamento per melodie epiche e orientali che costituiscono anche buona parte del ‘mood’ degli Augury. Risale al bellissimo ‘Deep Inside’ download (2000), primo e unico disco degli Spasme, il primo incontro musicale con Mathieu Marcotte: quest’ultimo era la mente degli Spasme, alla chitarra, mentre Patrick in quel disco è un semplice session alla tastiera.
E’ dell’anno seguente invece il primo disco degli Atheretic, anch’essi fautori di un death-metal brutale e tecnico in cui il basso era suonato da Dominic (‘Adhesion, Aversion’ download), anche se è un elemento penalizzato dalla registrazione.
Con Ethienne Gallo, batterista strepitoso che ritroviamo tra gli altri anche nei primi Neuraxis e nel primo e unico disco dei Disembarkation (‘Rancorous Observision’ del 2000, bellissimo, sempre per la Neoblast download) i tre formarono gli Augury.
Una band che si contraddistingue per la varietà e la ricercatezza della proposta. Una padronanza degli strumenti invidiabile. Ogni musicista si ritaglia il suo spazio in una composizione finale che è il risultato di tasselli diversi che si combinano in un unico quadro multiforme e vario, sempre imprevedibile, tra giochi di chiaro/scuro magici creati con le alternanze e compresenze di chitarre acustiche, giri e soli di basso meravigliosi, assoli e melodie esemplari.
Di brutal gli Augury non hanno molto. Il loro death metal è improntato su ritmiche possenti e claustrofobiche che ricordano quelle del citato ‘Obscura’, effettivamente, ma a cui aggiungono poliritmie in diverse salse. Gli assalti sonori sono veramente devastanti ma i blast beats di Ethienne non sono esageratamente sostenuti come quelli di Flo Mounier, per fare un esempio. L'uso delle melodie è eccezionale perchè esse non sono la base del suono ma un supplemento utilizzato spesso per diversificare il pattern ritmico. E hanno lo stesso scopo l'uso magistrale del basso da parte di Dominic, l'utilizzo dei cori femminili, la versatilità della voce di Patrick anche nell'uso del growling stesso.
La creatività è invidiabile, il quadro complessivo è vario ma calcolato in ogni suo dettaglio, mai inutile sfoggio di tecnica o tentativo di impastare suoni e generi diversi (un po la pecca del disco dei Kralizec anticipato sopra).
E poi ci sono quegli intermezzi acustici veramente deliziosi, quell'atmosfera onnipresente dal sapore solenne e malinconico. E non è quel gusto orientale che i Nile o i conterranei Necronomicon (che si fanno preferire ai ben più blasonati statunitensi) pongono come prerogativa, ma un fascino che aleggia in modo persistente sull’intero disco evocato dall'insieme. Dominic è uno dei bassisti più dotati della scena metal, da solo vale l’acquisto di questo monumentale disco già di culto a soli 5 anni dalla sua uscita per la piccola Galy records.
E' difficile stabilire i brani più suggestivi. 'Nocebo' è uno dei miei preferiti in assoluto, ma potrei citare qualunque brano, da 'Beatus' che ha una parte finale trasinante fino al solo di Pat con la risonanza, o l'intro di basso di 'Cosmic migration'. '...ever know peace again' ha un climax finale da brividi, in cui Patrick tocca la vetta del coinvolgimento emozionale che è capace di trasmettere. 'From eden estranged...' una strumentale contraddistinta da arpeggi mozzafiato, 'Alien shores' un intro delicato in cui spicca un assolo incredibile di Patrick e più in là un intermezzo acustico (tanto per cambiare) con voce femminile da capogiro.
Anche i primi due minuti di 'The lair of purity', il brano più lungo del lotto, sono acustici e la voce di Arianne è perfettamente calzante all'atmosfera.
Un disco strabiliante da avere assolutamente per qualunque amante del death-metal tecnico e sperimentale.

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Ordet (di Carl Theodor Dreyer, 1955)


Rivisto allo Sp.Ob., è un film che cita e che è intriso di Kierkegaard: in particolare delle sue riflessioni sullo 'stadio religioso' nell'ostico ma stupefacente 'Timore e tremore'.
Ho letto quasi per intero l'opera del filosofo danese e pur non condividendone il frutto dell'indagine, sono rimasto affascinato dal suo meccanismo. Lo stesso discorso vale per ‘Ordet’ che confronta "fede" e "fede": questo dato di fatto deve necessariamente essere preso in considerazione prima di addentrarsi nella visione del film.
Dreyer è strepitoso nel preparare il terreno a quel che è la svolta narrativa e di significato in un celebre finale.
Servendosi di un'atmosfera grigia, attraverso un ritmo cadenzato e sfruttando un'ambientazione quasi esclusivamente in interni angusti e minimali, il regista danese mostra una serie di personaggi incapaci di credere fino in fondo, rei (è proprio il caso di dirlo) di intendere il cristianesimo in base alle proprie esigenze: i due padri di famiglia, il pastore. Mikkel l'ateo è una figura quasi marginale, sebbene sia 'l'oggetto' della rivelazione finale, e allo stesso tempo è così il medico. Il film si snoda essenzialmente sull'inquietante apparire e scomparire di Johannes, questa figura mistica e fortemente stridente rispetto al contesto. Uno schizofrenico (?), un Gesù, un Profeta: la risposta simbolica è nel finale, e per chi vuole mettere del suo (ma ripeto, difronte a questo film è come se gli fosse vietato di farlo) risulta impossibile riconoscerlo come nel primo caso.
Ebbro di spiritualità, il film accresce l'angoscia di minuto in minuto e sviscera il senso della fede dei personaggi attraverso le loro reazioni alle condizioni di salute di Inger.
Bello, intenso, magistrale: il miglior film sul tema della fede, senz’altro.

Roulette cinese (di Rainer Werner Fassbinder, 1976)


Un film di breve durata orchestrato unicamente in funzione del 'gioco' finale.
Agghiacciante e diretto come al solito, senza compromessi, il regista mostra ogni velleità e infamia della coppia ma anche del singolo, e del rapporto genitore-figlio. Quest'ultimo è privato di qualsiasi calore che si confà ad un siffatto legame. C'è un disgustoso rigetto che anima le due figure genitoriali, ma è opportuno fare una distinzione: non esattamente di entrambe, ma della madre nei confronti della figlia storpia. Il padre è una sorta di surrogato, fragile e trasparente, legato a doppia mandata alla propria 'teorica' metà, che non appare tale, ma una sorta di padrona psichica. Rapporto non approfondito per esigenze di sceneggiatura, ma indubbiamente di grande interesse, specie nella gelosia rivelata a mezza bocca da parte di lui nel corso di una scena.
Tutti i personaggi si muovono come marionette, tutte le situazioni soltanto ammiccate sono amplificate dalle simbologie del gioco. Emergono i particolari più disumani. E una madre talmente vigliacca da non avere il coraggio di realizzare il folle desiderio di una figlia che non ha nulla da chiedere alla vita, prendendosela col suo feticcio: l'istitutrice muta.
Sicuramente non si tratta di un minore, anche se formalmente il film potrebbe apparire tale. Ma c'è quasi tutto Fassbinder concentrato qui, con risultati non eccelsi ma di qualità.

Tutti lo chiamano Alì - La paura mangia l'anima (di Rainer Werner Fassbinder, 1973)


Per entrare nel film bisogna necessariamente prendere in considerazione il fatto che è stato girato un solo anno dopo i ben noti fatti delle olimpiadi di Monaco del 1972. E' una fotografia di una Germania xenofoba e insicura, e più a fondo deperita di un certo rigore morale necessario ai fini dell'accettazione degli altri.
Il titolo è perfetto: la xenofobia è paura, che a sua volta è generata dall'invidia per qualcosa di diverso, che non si possiede e in cui non ci si vuol riconoscere, per ignoranza e coltivazione di una propria sadica autoghettizzazione.
L'accettazione è invece apertura mentale, è ampliare la propria conoscenza, e coltivare un'esistenza costruttiva all'insegna del rispetto: è quanto fà la protagonista, anche se a caro prezzo.
Credo che le reazioni di figli e vicini e i loro cambiamenti opportunistici siano stati rappresentati nel migliore dei modi, ma una certa impostazione rigidamente schematica (che evolverà alla grande negli ultimi film del regista) e una parte finale forse troppo frettolosa tolgono qualcosa ad un film che fondamentalmente rimane purtroppo attuale ed è interessante ancora oggi. Fassbinder qui nel ruolo del marito di una delle figlie della protagonista, come al solito fuma.
El Hedi Ben Salem, protagonista maschile del film e attore in alcuni film di Fassbinder (tra cui 'Martha' e 'Il diritto del più forte') si è impiccato in un carcere di Nimes nel 1982 e a lui è dedicato l'ultimo film del regista, 'Querelle'.

Strada senza ritorno (di Samuel Fuller, 1989)


Cupo e apocalittico, è il commiato di Fuller. Non poteva esserci location migliore per ambientare una storia così disperata e rabbiosa (il film è ambientato a Lisbona).
Dannatamente privo di approfondimenti, è un videoclippone grezzo ma che non può risultare indifferente. Da prendere così, lasciandosi trascinare senza il tempo per riflettere. Quasi un ibrido tra 'i guerrieri della notte' di Hill e uno scenario più dark a-la Proyas o qualcosa di Carpenter, ma tutto è abbozzato con quella mano 'primitiva' (e non 'principiante' come scrisse qualcuno) e vigorosa di un regista che amabile o detestabile ha lasciato un segno.
Keith Carradine grandioso, riprende in mano la chitarra come nel film che lo lanciò ('Nashville'); la Ferreol delirante e sclerotica, grande attrice in tutti i sensi. L'imponente Bill Duke in una delle sue migliori performance da grande caratterista qual è.

Cane bianco (di Samuel Fuller, 1982)


'Cane bianco' è al tempo stesso un manifesto contro il razzismo e una metafora sul comportamento umano. L'uomo è condizionabile fin dallo svezzamento in un clima di istigazione alla violenza verso il 'diverso'. Tra le righe emerge tutto l'amaro rigetto di Fuller nei confronti del prototipo di società statunitense in cui è cresciuto e con cui si è dovuto confrontare da sempre.
Il male è impossibile da estirpare, tantomeno da ricondizionare.
Personaggi (volutamente?) abbozzati, marginali nella storia e nel senso. L'unico vero protagonista è il pastore bianco, vittima e carnefice, dualismo figlio di un condizionamento radicale e fascista.
Il perno del film è la riflessione sottesa all'azione, trasposta attraverso i sentimenti di speranza e di rassegnazione che gravitano sensibilmente attorno al cane. Le sue sorti sono costantemente in bilico nell'effetto scenico ma non nella presa di coscienza effettiva che lo spettatore è capace di stabilire ben prima della parte finale.
Le scene migliori, bisogna ammetterlo, sono quelle di suspance, soprattutto nel finale. Credo senz'altro che le aggressioni sarebbero potute essere realizzate meglio.
Le musiche di Morricone, sebbene non memorabili, accompagnano il film adattandosi nel migliore dei modi all'aspetto visivo.
Il film inoltre è registicamente valido nonostante segua un rigoroso e profondo schematismo. La sceneggiatura è debole ma costituisce un aspetto di secondo piano al fine della valutazione globale. La sequenza in chiesa col riferimento sarcastico a San Francesco è una delle migliori: bollata come 'blasfema', trascinò il film in un penoso oscuramento negli States. E' quantomeno singolare infatti il caso di Sam Fuller: realizza quell'opera semiautobiografica considerata da molti il suo capolavoro dopo 7 anni di silenzio ('il grande uno rosso', 1980) e successivamente con questo film contro il razzismo finisce per essere bollato come 'politicamente scorretto' e persino 'fascista' (?!), creando al contrario un'opera sentita, pervasa da significati di enorme valenza sociale.

Un piccione morto in Beethovenstrasse (di Samuel Fuller, 1973)


Tutt'altro che memorabile, è l'ultimo film di Fuller prima di un lungo periodo di silenzio in qualità di regista. Girato in Germania con un budget irrisorio, è fin dall'incipit un frenetico intreccio di spionaggio, humour, azione che intrattiene e diverte. Scapestrato ma efficace, con alcune sequenze degne del nome del regista, nonostante si tratti decisamente di un minore. Come non citare il duello di scherma (trasformato in qualcos'altro..) tra il protagonista e il diabolico Mensur (un Anton Diffring in formissima, tanto per cambiare)?
Cameo di Stephane Audran.

Polytechnique (di Denis Villeneuve, 2009)


Il film è la risposta a quel che ho cercato al posto del presuntuoso esercizio di stile quale è 'Elephant': l'introspezione, la reazione concreta ad un evento così sconvolgente.
In parte il riferimento al film di Van Sant c'è, ma quel che emerge in tutta la sua franchezza è una legittimità rivendicata a denti stretti da parte di una protagonista ferita nel corpo e nell'anima dal massacro avvenuto in un'università canadese nel 1989 ad opera di un folle, mosso dall'odio per il femminismo.
Privo di pretenziose metafore, inutili fronzoli e riprese in mdp a schiene e nuche di persone in movimento, il film si avvale di un b/n gelido e appropriato, di una regia ottima e uno script convincente, che scava dietro alla narrazione documentaristica della tragedia. La narrazione è a incastro ma non abusa di flashback e risulta sempre essenziale. Inoltre la tensione è palpabile costantemente. Sono numerose le sequenze degne di nota: dalla visita alla madre da parte del protagonista maschile alla lettera scritta dalla protagonista nel finale. Nessuna morale e nessun fine artificioso: questo film esprime forti emozioni e stabilisce un contatto con lo spettatore deciso, diretto e schietto.
Bellissimo.

Vivere (di Akira Kurosawa, 1952)


"Cosa farebbe se le dicessero che le rimangono solo 6 mesi da vivere?"
Dei "Gendai geki" (i film contemporanei che compongono i 2/3 dei film di Kurosawa) 'Vivere' per me è il più bello, intenso, completo. Un capolavoro, un film speciale.
Realizzato nel pieno della maturità artistica del regista, conclude al meglio la triade neorealista inaugurata con "l'angelo ubriaco" ('48) e proseguita con "cane randagio" ('49).
Ciò che innanzitutto mi preme sottolineare è che non è un film che si propone di fornire il (o un) significato della vita, non ha presunzioni di alcun genere.
E' un film che induce a riflettere su alcuni aspetti della vita che talora mettiamo in disparte e sui quali ci soffermiamo spesso quando è troppo tardi. L'uomo non è una macchina perfetta, però può fare di più per vivere meglio il proprio rapporto con il trascorrere del tempo? (forse io ora non lo sto facendo visto che da 5 minuti mi sto impelagando in questo inutile commento ahah). Kenji Watanabe (incredibOL ho ricordato il nome stavolta..) è un impiegato di un ufficio del comune chiamato "ufficio richieste", e da trent'anni vive passivamente la propria vita. Più o meno da quando è morta sua moglie và al lavoro, si siede, non parla con nessuno e apporta timbri qua e là senza cambiare nulla, soffocato dalla propria routine.
Tutto cambia quando scopre di avere un cancro allo stomaco. In questa prima parte del film si rincorrono flashback molto molto belli: a ritmo frenetico egli ripercorre alcune tappe importanti del proprio passato col rancore di chi scopre che non ha fatto abbastanza, di chi ha perso troppo tempo.
Da qui parte la riscossa, forse parziale e tardiva, ma efficace e straordinaria da parte del protagonista (un Takashi Shimura superlativo, anche se a tratti un pò troppo patetico) che prima si chiede come vivere (ed è bellissima la scena in cui dialoga nel locale con l'impiegata che lo ha accompagnato) e, una volta trovato il proprio "senso", si batte come un dannato per mettere in atto ciò che gli è balenato in testa.
La parte finale, senza anticipare nulla, è basata su un flashforward geniale di cui il regista si serve per ricomporre il puzzle degli ultimi mesi di vita del protagonista.
Più in generale, la denuncia al sistema burocratico è evidentissima (verrà ripresa, in modo diversa, ne 'i cattivi dormono in pace'), e trova la sua sublimazione nel finale ironico in superficie ma tremendo in profondità.
E' un film che fà male ma al tempo stesso dà una grossa carica, sprizza energia positiva che può risvegliare in noi la voglia di essere attivi nella vita, di viverla momento per momento senza un briciolo di passività, come spesso ci capita purtroppo.
Per certi versi (non molti, ma quanto basta per fare un abbozzo di paragone) è riconducibile a 'il posto delle fragole'.

Cane randagio (di Akira Kurosawa, 1949)


Segue di un solo anno 'l'angelo ubriaco' e in parte ne ricalca le stesse atmosfere. La storia però è diversa: si tratta di un poliziesco che ha come protagonista una giovane recluta (Toshiro mifune), inesperta ma impavida, a cui ben presto viene affiancata la saggia presenza di un navigato ispettore (Takashi Shimura). La recluta perde la propria pistola d'ordinanza ma tramite la sua testardaggine riesce a scoprire un traffico di armi e un'omicida che per frustrazione uccide proprio con la stessa, e per questo si sente in colpa. Tra i due poliziotti nasce un'ottima intesa e soprattutto un legame che gioverà ad entrambi.
Si tratta di un poliziesco bellissimo, con scene che non scorderò mai (come quando la recluta in pochi secondi deve riconoscere l'assassino di cui non conosce il volto). Di fondo inoltre c'è ancora una volta il tema della devianza sociale in una storia che affonda le proprie radici in un contesto di difficile introspezione, nel Giappone del dopoguerra. Il film non pretende di dare una spiegazione del fenomeno dell'emarginazione ma si limita qua e là, tramite le parole dell'ispettore, a fornire una chiave di lettura.

L'angelo ubriaco (di Akira Kurosawa, 1948)


Il primo film di Kurosawa ad aver avuto un certo successo (dopo un periodo di censura) tratta una storia che si svolge nei bassifondi di una Tokyo post-guerra. Oltre ad emergere temi tipici del regista come l'amicizia (un'amicizia del tutto particolare, che anche in questo film drammatico non manca di far sorridere di tanto in tanto), il rispetto e la contrapposizione tra due realtà diverse.
Toshiro Mifune (qui giovanissimo, appena ventottenne) azzeccatissimo nel suo ruolo (come al solito) è vittima del suo codice d'onore, della sua esistenza di eccessi e di disprezzo per la vita, che il medico (il grandissimo Takashi Shimura) non può comprendere, dal momento che oltre a rivestire un ruolo nella società completamente agli antipodi è nel profondo una persona umana, che si nutre di altri valori. Entrambi comunque hanno un'accezione positiva, persino lo yakuza, perchè tenta di seguire i consigli del medico (niente donne e niente alcool) che tanto cerca di sradicarlo dalla sua vera natura gangster. Cosa impossibile.
Unico punto in comune tra i due, che si legano l'un l'altro ovviamente non senza qualche problema, è costituito dall'alcool.
Al di là della torbida e intrigante vicenda che caratterizza il film, ossia la rivalità tra Okada, gangster appena uscito di carcere e i due protagonisti, per ragioni diverse, anche lo scenario di contorno e i più piccoli particolari sono degni di nota: il laghetto putrido ai margini del quale spesso i protagonisti conversano, il rapporto medico-paziente (qui del tutto particolare, ma efficace: la bambina si salva dalla tubercolosi perchè ha altre motivazioni rispetto al gangster), e lo spaccato della vita dopo la guerra in Giappone.

A snake of june (di Shinya Tsukamoto, 2002)


Il film che segna una svolta nel cinema del regista giapponese. Essendo un film di Tsukamoto non bisogna aspettarsi un erotico tout court, ma qualcosa di eterogeneo, ricco di sfaccettature, di dicotomie: libido/repressione, sanità/malattia, integrità/mutilazione, solo per citare quelle che mi hanno colpito maggiormente.
La catarsi (altro tema caro al regista) di coppia, che si compie nella bellissima scena finale, passa attraverso delle riconciliazioni individuali con delle parti di sè, di Rinko e del marito, represse o nascoste. E' una presa di coscienza che si impone come una vera e propria prova di sofferenza e espiazione, per entrambi. Forse troppo più dinamica e centrale quella di Rinko, meno tratteggiato invece il profilo del marito, a mio avviso.
Il nodo centrale di coppia e dell'intero film, ed elemento di maggior fascino per me, è rappresentato dal cancro. Esso si pone come interrogativo morale per entrambi, ulteriore elemento di incomunicabilità (la scena in cui Rinko confessa al marito che per guarire dovrebbero asportarle il seno, è uno dei momenti reali più interessanti) e pur tuttavia risolvibile, forse solo sul piano psichico (?) nella conturbante scena finale a cui ho già accennato. Forse che al dolore (altro tema fondante) si possa rimediare psichicamente attraverso il pieno insight della propria sessualità?

Bullet ballet (di Shinya Tsukamoto, 1998)


Questo è il film che preferisco di Tsukamoto. In linea di continuità con 'Tokyo Fist' sia per le tematiche che per l'impatto visivo, ma personalmente mi ha dato qualcosina in più sul piano delle emozioni e del coinvolgimento.
Non trovo sinceramente delle congruenze con Scorsese come ho letto spesso, anche se la scena allo specchio effettivamente ricorda quella di 'Taxi Driver'.
Tsukamoto sorride nella prima scena, dieci secondi di 'normalità' prima di essere catapultati, protagonista e spettatore all'unisono, in un vortice di angoscia e inappagamento continuo, senza sbocchi. E' per questo che lo stile del regista mi dà sempre delle sensazioni di claustrofobia, di non uscita (poi 'Haze' lo sarà in tutto e per tutto anche a livello squisitamente visivo).
L'autodistruzione come mezzo per trovare una catarsi, una ricerca ossessionante che dapprima personale trova una condivisione con Chisato (la splendida Kirina Mano). Ai pugni del film precedente qui è la ricerca costante dell'arma a fare da artificio tramite il quale cercare una soluzione disperata.
La Tokyo dei sotterranei poi è la vera arma in più del film, a cui fà da contrappunto la solita, anonima e impersonale metropoli dei piani alti, da cui sfuggire a tutti i costi, per ritrovare il vero Sè.
Il finale è meraviglioso.

Tokyo fist (di Shinya Tsukamoto, 1995)


Ci troviamo di fronte ad un film ottimo, di un regista veramente capace, sicuramente fuori dagli schemi e che spesso personalmente mi colpisce veramente duro, mi riferisco alla modalità col quale adotta il mezzo cinematografico come esternazione del proprio essere e rappresentazione delle proprie tematiche, tra le quali quella che preferisco sinceramente è il ricongiungimento con sè stessi, la (ri)appropriazione di una peculiarità che la moderna alienazione sociale sta scucendo letteralmente dall'individuo. Riappropriazione che si attua attraverso una sorta di 'catarsi'.
Questo processo si attua attraverso il dolore. Dolore fisico, in tutte le sue forme, dal piercing (un piercing del tutto particolare, però) alle testate contro il muro. C'è molta fisicità, talmente tanta da disgustare, da far abbassare lo sguardo in più d'un occasione, ma che entra dentro chi guarda impotente, e che metaforicamente subisce.
'Tokyo fist' mi sembra anche un film che punta l'attenzione su un forte individualismo dei protagonisti. Ciascuno rivendica qualcosa, senza troppe ipocrisie, ma con quel muso duro che lascia sbigottiti e perchè no, ci rende perfino antipatici quei personaggi così determinati a non tacere ma piuttosto a fare rumore e a deformare la propria esteriorità (la scena di Tsukamoto - Tsuda col suo faccione mostrificato e irriconoscibile è uno dei momenti più intensi e significativi del film).
Il risultato è qualcosa di pulsante e tremendo. E a larghe vedute, condivisibile o meno, fà riflettere.

Nightmare detective 2 (di Shinya Tsukamoto, 2008)


Tsukamoto continua a mescolare realtà e irrealtà, a sovrapporre i due strati e ad indagare i temi che ultimamente hanno priorità nei suoi interessi (soprattutto il fenomeno 'sociale' dei suicidi in Giappone). Opera questa ricerca tortuosa con la solita efficacia pur non apportando novità nel linguaggio e nella forma. Rispetto al primo capitolo del suo progetto (che al momento resta congelato per volontà dei produttori - ha dichiarato - ) il tentativo è di estendere i contenuti congiungendoli meglio con il processo di regressione che opera il protagonista. Negli ultimi film la 'ribellione' di un singolo ad una intera città (Tokyo) si è gradualmente spostata su un piano più intimista e più allargato. Come già scritto in passato è una metamorfosi cinematografica con i suoi pro e i suoi contro. Quella 'magia' devastante che 'tokyo fist' e 'bullet ballet' sprigionano si fa più sottile ma meno sconvolgente, almeno in teoria.
Torna il Nightmare detective (Ryuhei Matsuda), questa volta alle prese con gli incubi di una ragazzina rea di aver architettato, assieme a due amiche, un macabro scherzo ad una compagna di classe 'un pò strana' (cit.). Il protagonista, inizialmente riluttante ad occuparsene, trova un collegamento tra la storia della sventurata e quella della propria figura materna. Il filo conduttore del film si rivela essere una panfobia indiscriminata e senza spiegazione apparente. Il viaggio (irreale e reale, fino a confondersi) alla ricerca della causa di tale paura è ne costituisce il leitmotiv, tra flashback e il solito climax ascendente fino al recupero di quelle informazioni-chiave che svelano (anche se non completamente) una natura sommersa, insita nell'uomo. Essa è quella verità, quell'invisibile 'che è nel sangue' (dice Tsukamoto), sopraffatto dalla società moderna alienante (che trova il suo simbolo in Tokyo) che costruisce un falso Sè e in cui 'tutto è visibile'.
E così la paura generalizzata per ogni cosa, di cui siamo vittime nell'ambito di un processo radicale che ci scollega dai nostri bisogni 'reali', trova forma nei volti mostrificati della madre della protagonista e degli altri personaggi inquietanti (siamo sicuri che siano irreali? ecco quando realtà e irrealtà si sovrappongono, si scambiano di significato) che imperversano in questo 'enorme incubo fatto di incubi'. Al di sopra del mondo sotterraneo che il film rivela nel suo dipanarsi, pur non apportando come detto novità la trama si lascia seguire piacevolmente e in particolare ci sono sequenze che generano una suspance notevole (quella dell'ascensore e i capelli rimasti nella porta...brrrr).
A questo punto non so cosa succederà, Tsukamoto parla di un possibile mediometraggio (come 'haze'? magari), del tema bellico che lo affascina e su cui ha intenzione di lavorare (il fatto che in Giappone non ci siano guerre da 60 anni e il conseguente, agghiacciante bisogno che deriva da tale vuoto), e di proposte di Hollywood di operare un remake del primo 'Nightmare Detective', di cui non è soddisfatto in pieno. Su quest'ultimo punto lui si dichiara scettico, e come dargli torto?

Nightmare detective (di Shinya Tsukamoto, 2006)


E' stato più che un indizio, una conferma. Ossia che sul piano formale Tsukamoto stesse cambiando pelle senza snaturare la qualità dei soliti contenuti interessantissimi.
Personalmente lo trovo un film in cui il consueto stile caustico e dal forte impatto sul versante delle sensazioni ha perso un pò di vigore, in favore di un'analisi che si è fatta tuttavia più inconscia e meno svelata.
E così il dramma esistenziale viene recuperato non tramite una trasformazione fisica quanto inconscia: i primi segnali del cambiamento erano giunti con 'a snake of june', in tal senso.
Nel connubio tra sequenze oniriche e realtà, amalgamate perfettamente, è un film sul recupero di sensazioni primordiali perse nella routine e nell'immagine di un falso Sè che costruiamo col trascorrere degli anni fino ad identificarci con esso. E così la protagonista (sinceramente non ho trovato molto convincente l'attrice che la interpreta, Hitomi, nota pop star - !! -) dovrà fare i conti con questa riscoperta che l'accomuna agli altri più di quanto potesse pensare.
Non si tratta ovviamente di una 'normale' indagine investigativa, bensì di un mezzo tramite cui approfondire la tematica e contrapporre maggiormente l'inconscio alla parte conscia, l'indagine introspettiva a quella sul campo (della quale ci scorderemo presto).
Un gran bel film, avvalorato da sequenze tremende, alcune delle quali mi hanno riportato alla mente il bellissimo corto 'haze' del regista.

Coraline e la porta magica (di Henry Selick, 2008)


Carrol in versione 'dark': un film d'animazione per adulti che tratta temi di una certa complessità attraverso gli occhi di una bambina.
Coraline è arguta, sdrammatizza, è alla ricerca del gioco e dotata di grande fantasia. Peccato che debba fare i conti quotidianamente con un contesto famigliare deprimente: i genitori della 'new generation' costantemente indaffarati nel lavoro e incapaci di prestare alla figlia la benchè minima attenzione. Lo stile educativo è di deprivazione e rigidità nelle regole, a cui si accompagna un'affettività rappresentata all'eccesso della sua durezza. Di conseguenza il giudizio critico di Coraline su cosa si concentrerà? Ovviamente su ciò che in qualche modo le 'spetta': mangiare ciò che vuole, essere amata e coccolata. Avere voce in capitolo. La scoperta della porta apre un mondo parallelo che rivoluziona tutto: i personaggi, le loro vesti, le loro accezioni. E soprattutto il senso critico: quali sono realmente i nostri bisogni, come comportarci in prima persona per migliorare le situazioni; cosa si nasconde dietro il magnifico 'teatro dell'assurdo' che è la vita, che passa anche e direi soprattutto 'attraverso' quei personaggi così weird che affollano il vicinato (le due sorelle sono il top...febbrilmente esilaranti).
Coraline si misura con tutto ciò, e inizialmente affascinata (giustamente) da ciò che ha sempre coltivato nella propria fantasia di cambiamento e di rinnovamento, scopre che dietro quel mondo zuccheroso si nasconde la vera anaffettività. La vita è quella quotidiana, bisognerebbe riportare il desiderio immaginifico ad un livello di realtà che è insito in ciascuno di noi; risvegliare quel che gli altri già posseggono. In questo modo possiamo operare a partire da noi un processo di conversione che è irrealizzabile nel feticcio. L'orpello è solo un punto immaginario della ricerca, dietro nasconde il vuoto, e tale vuoto non può essere oggetto di conversione, appunto, ma solo una meta temporaneamente illusoria.
L'animazione in stop motion è poi grandiosa, e per giunta per la prima volta sposa il 3D (la visione bidimensionale temo penalizzi questo gioiello tecnico).
In conclusione ci troviamo dinanzi ad film d'animazione coraggioso, totalmente fuori dagli schemi, e ricco di contenuti (su tutti, ribadisco, quello del 'doppio').