Il profeta (di Jacques Audiard, 2009)


Ogni film di Audiard mette in scena un protagonista che utilizza codici comunicativi differenti dalla consuetudine, ci mostra un lato del modo di rapportarci con gli altri fuori dal comune, e lo fa con una regia empatica, coinvolgente. Anche 'un prophete' non fa eccezione, anzi dal punto di vista formale è il miglior film del regista. Il ritmo è lento ma direttamente proporzionale allo sviluppo psicologico del protagonista. Gli elementi di contorno costituiscono un potenziale impressionante, nonostante ci sia qualche aspetto che risulta eccessivamente pretenzioso: il lato 'paranormale' della storia è interessante ma slegato dalla vicenda. Certo il cinema d'autore può permettersi divagazioni incomprensibili e meccanicamente sconnesse rispetto al significato degli avvenimenti su cui si fonda, quindi mi rimane difficile stabilire quanto ciò nel film di Audiard sia voluto e abbia pur sempre una propria logica o meno. Sta di fatto che la sequenza con il segnale di pericolo per la possibile presenza di animali selvatici è molto forte sul piano emotivo.
Malik e il suo mondo, costruito con l'intraprendenza, con un 'furor' disperato che consiste tutto nella ricerca dell'apprendimento, della 'tecnica' migliore e più funzionale che gli permetta di uscire da una situazione opprimente come quella delle costrizioni, di un mondo ostile e brutale in cui si ritrova, il sistema carcerario (lo spettatore non ne conosce le ragioni, e così Malik ci viene presentato come una persona di cui non si sa nulla, si parte ovvero da zero - situazione che ci accomuna agli altri carcerati). E il mondo circostante non è forse illogicamente ricco di punti in comune con quello carcerario?? E' la domanda che sorge spontanea, quando Malik comincia ad avere i permessi per 'buona condotta'. La vicenda si snoda su due mondi separati eppure così vicini, il pathos cresce in modo esponenziale. Un altro grande punto di interesse del film è il rapporto sibillino e doppiogiochista tra Malik e il capo dei Corsi (il grande Niels Arestrup, attore versatile come pochi), continuamente in bilico tra tradimento e una evidente 'forma' di rispetto che nasconde solo l'interesse reciproco nel 'servirsi' dell'altro.
Un gran film, lungo ma elettrizzante, intenso e profondo. La mia palma d'oro.

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