Tutti i battiti del mio cuore (di Jacques Audiard, 2005)


Questo è un film sul linguaggio delle emozioni, sull'incomunicabilità, sull'eterna dicotomia cerebrale e il mistero magico e incomprensibile riguardo il grado di pervasività dell'emisfero destro nella nostra vita.
Non importano i difetti della sceneggiatura o i discutibili sbalzi temporali non meglio precisati (contrariamente a 'un prophete' di cui una delle attrattive principali risiede proprio nel ritmo della narrazione). Il pathos è spontaneo, ai limiti del compiacimento, ma estremamente trascinante. I comportamenti di Tom (uno straordinario Romain Duris) sono continuamente in bilico tra l'attaccamento morboso per il padre e la madre. Dal primo ha ereditato un lavoro sporco perpetuato come routine senza senso e soddisfacimento, dalla madre una passione per il piano, interrotta dieci anni prima in concomitanza della morte di lei. Il break del film è improvviso e inizialmente difficile da comprendere. Solo dinanzi alla deformazione del rapporto tra il protagonista e il mondo esterno, il valore del film balza agli occhi attraverso sequenze forti e toccanti, tra silenzi eloquenti e un processo di interiorizzazione del protagonista difficilmente quantificabile o sindacabile (ma lungi dall'essere superficiale). Tom è l'applicazione di un concetto eversivo, di codici innati, e concretizza una visione in cui l'ego è in una dimensione superiore e il mondo non permea più significati in uno scambio continuo di informazioni 'standard'. Il centro di tutto è dunque quel linguaggio meccanico e intraducibile che è la musica. L'ossessione del protagonista trova un punto di sfogo in quel tipo di linguaggio, attraverso cui al tempo stesso veicola il contatto con gli altri. L'unica persona con cui trova una dimensione relazionale è l'insegnante di musica cinese, incapace di scambiare una sola parola in francese.
Il cinema di Audiard è poesia.

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