JCVD (di Mabrouk El Mechri, 2008)


Un buon esempio di metacinema. Il personaggio di Van Damme offre numerosi spunti narrativi specialmente circa la forte contrapposizione tra i fasti di Hollywood (e gli echi dei suoi film migliori), gli anni di oblio e le sue radici in un contesto come il Belgio, lontano dai riflettori e a misura d'uomo. Ne scaturisce un film diretto e semplice, che ha i suoi punti di forza soprattutto nei momenti in cui non si prende sul serio; difatti è ricco di sequenze divertenti, di aneddoti e battute taglienti, e si ride molto. Il tentativo di fondo è di smitizzare e mostrare il Van Damme 'umano' giocando proprio sulle reazioni di una persona alle aspettative costanti che nella vita quotidiana gli altri costruiscono attorno al suo essere una 'star'. Le conseguenze della notorietà conducono alle stranezze più disparate nelle persone e nei fatti, dalla riverenza di un rapinatore-fan incallito alla delusione di una tassista in cerca di chiacchiere.
Van Damme è orgoglioso, mette in gioco ironia e una incoraggiante voglia di rimettersi in sesto a trecentosessanta gradi. L'attore infatti è ad un'ipotetica 'terza fase' della propria vita: dalla povertà alla celebrità fino al ritorno ad una condizione di 'ritorno sulla terra' che va avanti da moltissimi anni (sul piano professionale l'ultimo film decente è 'senza tregua' di ormai 16 anni fa). Accetta da anni copioni di bassa lega e perfino imbarazzanti, aspetto che egli stesso mostra in una scena tanto divertente quanto triste (con la battuta su Seagal). JC mostra la consapevolezza di voler riscattare il fallimento come uomo, vittima e colpevole in prima persona. Si lambicca in un 'errare humanum est' sincero in un monologo con dio, in cui però da una parte sposta determinate colpe sulle mogli e dall'altra sembra chiedersi impotente che colpa abbia, in fin dei conti, di aver coltivato e realizzato quel sogno che ha vissuto; tuttavia è proprio la profondità che il film cerca tra le righe a non avermi convinto del tutto. Hollywood ne esce certamente presa in giro ma è come se mancasse quella fonte di sarcasmo ulteriore per devastarla. Inoltre, la ricostruzione cronologica non è il massimo. Il finale è alla ricerca della lacrimuccia facile: peccato, le buone intenzioni del regista ci sono e in gran parte hanno centrato il bersaglio: la liberazione, mostrata dapprima come viene sognata e poi come è realmente (con la relativa, assurda condanna) è il momento migliore.

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