Neolithic - For destroy the lament (1996)




L'esordio dei polacchi Neolithic, per la Adipocere. In realtà il secondo demo della band, 'the personal fragment of life' era già stato ristampato per la seconda volta sempre dall'etichetta francese.
La band all'epoca della registrazione della loro miglior fatica (aprile '95) era dedita ad un gothic/doom vario e dinamico. C'è da premettere che subito dopo questo disco il gruppo in pochi anni giunse a mutare quasi radicalmente genere (anche dopo molti cambi di formazione) fino allo scioglimento. Da una costola dei Neolithic sono nati i Black River, band heavy metal.
Il sound di questo disco benchè improntato sul muro sonoro delle due chitarre ritmiche, canonico per il genere proposto, è arricchito da molteplici elementi suonati con inventiva e inseriti nei momenti opportuni. Tastiera e chitarre acustiche, spoken vocals o una voce pulita alternata al growl, sebbene derivativi, costituivano una caratteristica molto ben definita nel quadro multiforme di ciò che è possibile ascoltare su questo disco. Questi strumenti potrebbero far ritenere a priori di imbattersi in un gruppo simile alla triade del doom ma direi che se proprio la band polacca necessita di essere accostata a una band, citerei i The Gathering di 'Almost a dance'. Inequivocabilmente il risultato finale di 'For destroy the lament' è molto personale, Certo, la voce lamentosa di Piotr omaggia Darren J. White dei primi Anathema ('And I lust'), ma gli altri strumenti combinati sempre con intelligenza e discrete capacità tecniche conferivano ai brani un tocco 'orientale' e particolarmente ricercato, che identificavano a tutti gli effetti i Neolithic nel panorama dell'est europa (tipo gli April Ethereal e il loro indubbio riferimento agli Opeth, sfumato da caratteristiche culturali ben distinte). Le chitarre soliste benchè non persistenti erano sempre ben calibrate. E' raro che la prima traccia di un disco sia una strumentale a tutti gli effetti, ed ecco l'eccezione: la title-track, il brano effettivamente migliore, tecnico e che cela una matrice quasi prog. Gli altri brani sono tutti ispirati, ricchi di melodie, in cui senza mai rallentare esageratamente il connubio degli elementi descritti precedentemente è sempre abile a richiamare l'attenzione. Adoro questo disco, un piccolo gioiello di gran lunga superiore alle proposte di band-clone che giravano in quegli anni e che avevano anche più risalto mediatico (su tutti i Celestial Seasons, il cui 'Solar Lovers', lontano parente, gli è decisamente inferiore al confronto). Occhi puntati su 'Oddity', 'Stained-glass window' e soprattutto sulla splendida 'Last fix'.

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Szacunek Dla Zmarlego

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