Dogville (di Lars Von Trier, 2003)


Un gran film, intenso, che offre numerosi spunti di riflessione e di indagine.
Stimoli ambientali quasi del tutto assenti grazie all'eccellente trovata della non-scenografia: in Dogville, piccolo micromondo e riflesso della società, è il comportamento umano ad essere messo a nudo. Comportamento come determinante degli eventi, e non viceversa.
E ancor prima del comportamento, viene la natura umana, sfruttatrice ed egoista, brutale e ipocrita.
Decisamente interessante è l'analisi del comportamento sessuale, privato di ogni minima componente che lo riconduca al sentimento. Riflessione che passa maggiormente mediante l'eccellente ritratto di Tom e della propria condotta: sibillina fin dall'inizio, si arrampica su ideali e sovrastrutture di ordine morale del tutto carenti, che si sgretolano all'ennesimo rifiuto di appagamento di un sentimento forse davvero ritenuto tale (inconsciamente?) ma del quale non è proprio capace. Sotto la maschera, non è minimamente distinguibile da tutti gli altri, è esattamente come loro. E' l'emblema di una natura mistificatrice in grado di camuffare i (presunti) reali, edonistici intenti.
E in tutto ciò come si colloca la figura di Grace? sicuramente per mio conto è troppo stilizzata, troppo identificabile con simbologie religiose (che aborro).
Il finale è bello e spiazzante, ma non segue un'elaborazione completamente convincente. E' anche opportuno sottolineare che dopotutto sto commentando l'edizione italiana decurtata, che non aiuta in tal senso.
Permangono diversi interrogativi proprio sulla autoriduzione (?) etica che la protagonista compie dal pulpito della sua presunta 'arroganza' (parole usate per lei dal padre - che le spiattella il proprio ritratto - ) e sul valore di tale scelta ai fini di una riflessione più allargata, in senso sociale.
Comunque bravi la Kidman e tutto il cast, anche se la Bacall sarebbe potuta essere impiegata in un ruolo di maggior spicco (così come la Andersson).

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