Antichrist (di Lars Von Trier, 2009)


Von Trier conferma le doti di regista poliedrico e fuori dagli schemi con un film interessante ma al tempo stesso disomogeneo (per non dire "involontariamente confusionario") e coinvolgente solo a tratti. Meno ambiguo del previsto in termini di significato, è una carrellata di citazioni e rimandi a grandi maestri (Oshima - riflessioni e scene de 'l'impero dei sensi' - , Buttgereit - scena del fallo di 'Nekromantik' - , Tarkovskij, Zulawski..).
Sul piano formale è decisamente più ibrido rispetto a quello dei contenuti, ma funziona. Tuttavia un intro e un prologo così slegati dal resto del film non sono sufficienti a riprodurre la poesia del cinema di Tarkovskij, e muovo il primo personale appunto al film, ossia l'incapacità di creare una reale simbiosi con le mie sensazioni.
Trovo che il film si fondi su una riflessione stimolante non supportata a dovere da artifici narrativi e visivi in grado di elevarla ad una dimensione superiore di piena presa emotiva. Anzichè arricchirne il significato, alcuni elementi (soprattutto i dialoghi e il dispiegarsi narrativo) gravano sulla potenza comunicativa del film, che resta così parzialmente inespressa almeno secondo le prerogative di decodifica che cerco di avere rispetto al Cinema.
Il mezzo 'horror' come degenerazione, degradazione e tramutazione ricalca in parte e talvolta goffamente (è giusto il mio vissuto) il Capolavoro 'Possession' di Zulawski (capolavoro visivo innanzitutto, in cui trova per me il massimo esempio lo svisceramento inconscio delle sottotematiche fondamentali pur in una non completa comprensibilità, ma funzionale al quadro d'insieme - come avrebbe ereditato anche Lynch - ): le scene forti sono sì una bella mazzata, ma non seguono un iter del senso di colpa significativamente sconvolgente, anche perchè i dialoghi non sono il massimo della profondità, e questo trovo sia il limite maggiore del cinema di Von Trier che non può certo anelare alla pregnanza dei maestri del passato a cui si ispira.
In quanto all'accusa di misoginia, ritengo che il film solo superficialmente rappresenti una brutale presa di posizione contro il personaggio femminile. Per me l'uomo (Defoe, ma anche il 'generico', trattandosi di un simbolo) si nutre di un'arroganza che in definitiva, pur rappresentando l'esatto opposto della metabolizzazione psichica della moglie, lo conduce altrettanto tortuosamente allo stesso risultato nei confronti della natura del 'tutto è permesso' in cui il mondo è avvolto fin dalla sua nascita.
Va dato atto al regista di aver osato penetrare al di sotto della Superficie, e di aver (benchè per me solo in parte) raggiunto l'obiettivo al di là (e in virtù) delle critiche bigotte che il suo film ha ricevuto.

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