Harold e Maude (di Hal Ashby, 1971)


Ogni film degli anni '70 di Ashby è degno di nota, 'Harold e Maude' pur non essendo quello che preferisco è stato il primo grande successo e risente molto delle idee su concetti fondamentali come libertà e individualità che avevano avuto forse la loro espressione massima pochissimi anni prima.
E' un'opera che nella sua semplicità conserva forza e pregnanza nei significati. Chiesa, esercito e la rigida impostazione della famiglia borghese sono ammutoliti dalla creatività di una vita al di fuori dei dogmi e delle imposizioni. E' un film che trae vigore dalla competenza inconsueta nel cambiare e mescolare continuamente registro: annovera infatti moltissime scene grottesche e irriverenti (dalla serie infinita di simulazioni di suicidi di Harold al viaggio con l'albero in auto) e altre di un lirismo particolarmente ispirato. Ottima Ruth Gordon (la terrificante Mrs. Castevet in 'Rosemary's baby') e perfetti i personaggi di contorno, specialmente lo zio Victor.

JCVD (di Mabrouk El Mechri, 2008)


Un buon esempio di metacinema. Il personaggio di Van Damme offre numerosi spunti narrativi specialmente circa la forte contrapposizione tra i fasti di Hollywood (e gli echi dei suoi film migliori), gli anni di oblio e le sue radici in un contesto come il Belgio, lontano dai riflettori e a misura d'uomo. Ne scaturisce un film diretto e semplice, che ha i suoi punti di forza soprattutto nei momenti in cui non si prende sul serio; difatti è ricco di sequenze divertenti, di aneddoti e battute taglienti, e si ride molto. Il tentativo di fondo è di smitizzare e mostrare il Van Damme 'umano' giocando proprio sulle reazioni di una persona alle aspettative costanti che nella vita quotidiana gli altri costruiscono attorno al suo essere una 'star'. Le conseguenze della notorietà conducono alle stranezze più disparate nelle persone e nei fatti, dalla riverenza di un rapinatore-fan incallito alla delusione di una tassista in cerca di chiacchiere.
Van Damme è orgoglioso, mette in gioco ironia e una incoraggiante voglia di rimettersi in sesto a trecentosessanta gradi. L'attore infatti è ad un'ipotetica 'terza fase' della propria vita: dalla povertà alla celebrità fino al ritorno ad una condizione di 'ritorno sulla terra' che va avanti da moltissimi anni (sul piano professionale l'ultimo film decente è 'senza tregua' di ormai 16 anni fa). Accetta da anni copioni di bassa lega e perfino imbarazzanti, aspetto che egli stesso mostra in una scena tanto divertente quanto triste (con la battuta su Seagal). JC mostra la consapevolezza di voler riscattare il fallimento come uomo, vittima e colpevole in prima persona. Si lambicca in un 'errare humanum est' sincero in un monologo con dio, in cui però da una parte sposta determinate colpe sulle mogli e dall'altra sembra chiedersi impotente che colpa abbia, in fin dei conti, di aver coltivato e realizzato quel sogno che ha vissuto; tuttavia è proprio la profondità che il film cerca tra le righe a non avermi convinto del tutto. Hollywood ne esce certamente presa in giro ma è come se mancasse quella fonte di sarcasmo ulteriore per devastarla. Inoltre, la ricostruzione cronologica non è il massimo. Il finale è alla ricerca della lacrimuccia facile: peccato, le buone intenzioni del regista ci sono e in gran parte hanno centrato il bersaglio: la liberazione, mostrata dapprima come viene sognata e poi come è realmente (con la relativa, assurda condanna) è il momento migliore.

Martyrs (di Pascal Laugier, 2008)


La mia valutazione globale risente di un apprezzamento quasi indiscriminato per i primi 40 minuti seguito dalla delusione relativa alla seconda metà del film.
1. Il furore pantoclastico nel delirio nei piani superiori dell'abitazione: ho trovato la prima parte intensa, adrenalinica. Lo shock è funzionale al mistero che si cela dietro al massacro; la messa in scena ha una sua drammaticità e innesca un'ansia dirompente.
2. Il martirio nel sottoscala dell'abitazione: agonia compiaciuta, ipocrita e artefatta. Il mistero si sgonfia in una delucidazione pretenziosa; la messa in scena è una tortura psicologica estenuante e senza senso, assolutamente non funzionale alla verità che il film pretende di mostrare. Il 'mezzo horror' perde il suo fascino, le redini vengono ora sorrette da una brutalità irritante. L'eccesso di violenza non corrisponde necessariamente a rendere più verosimile un contenuto che si vuol mostrare, non significa essere più aderenti alla realtà, non significa amplificare la tensione. La violenza per me deve essere appropriata ad uno scopo che in questo film nella lunga parte 'muta' che conduce al finale è totalmente inesistente. O meglio, che c'è ma che esula dal film stesso: è la necessità deprimente di scioccare i sensi, al di là della quale regna un vuoto di contenuti da far passare allo spettatore.
Il finale è perlomeno singolare.

Il profeta (di Jacques Audiard, 2009)


Ogni film di Audiard mette in scena un protagonista che utilizza codici comunicativi differenti dalla consuetudine, ci mostra un lato del modo di rapportarci con gli altri fuori dal comune, e lo fa con una regia empatica, coinvolgente. Anche 'un prophete' non fa eccezione, anzi dal punto di vista formale è il miglior film del regista. Il ritmo è lento ma direttamente proporzionale allo sviluppo psicologico del protagonista. Gli elementi di contorno costituiscono un potenziale impressionante, nonostante ci sia qualche aspetto che risulta eccessivamente pretenzioso: il lato 'paranormale' della storia è interessante ma slegato dalla vicenda. Certo il cinema d'autore può permettersi divagazioni incomprensibili e meccanicamente sconnesse rispetto al significato degli avvenimenti su cui si fonda, quindi mi rimane difficile stabilire quanto ciò nel film di Audiard sia voluto e abbia pur sempre una propria logica o meno. Sta di fatto che la sequenza con il segnale di pericolo per la possibile presenza di animali selvatici è molto forte sul piano emotivo.
Malik e il suo mondo, costruito con l'intraprendenza, con un 'furor' disperato che consiste tutto nella ricerca dell'apprendimento, della 'tecnica' migliore e più funzionale che gli permetta di uscire da una situazione opprimente come quella delle costrizioni, di un mondo ostile e brutale in cui si ritrova, il sistema carcerario (lo spettatore non ne conosce le ragioni, e così Malik ci viene presentato come una persona di cui non si sa nulla, si parte ovvero da zero - situazione che ci accomuna agli altri carcerati). E il mondo circostante non è forse illogicamente ricco di punti in comune con quello carcerario?? E' la domanda che sorge spontanea, quando Malik comincia ad avere i permessi per 'buona condotta'. La vicenda si snoda su due mondi separati eppure così vicini, il pathos cresce in modo esponenziale. Un altro grande punto di interesse del film è il rapporto sibillino e doppiogiochista tra Malik e il capo dei Corsi (il grande Niels Arestrup, attore versatile come pochi), continuamente in bilico tra tradimento e una evidente 'forma' di rispetto che nasconde solo l'interesse reciproco nel 'servirsi' dell'altro.
Un gran film, lungo ma elettrizzante, intenso e profondo. La mia palma d'oro.

Tutti i battiti del mio cuore (di Jacques Audiard, 2005)


Questo è un film sul linguaggio delle emozioni, sull'incomunicabilità, sull'eterna dicotomia cerebrale e il mistero magico e incomprensibile riguardo il grado di pervasività dell'emisfero destro nella nostra vita.
Non importano i difetti della sceneggiatura o i discutibili sbalzi temporali non meglio precisati (contrariamente a 'un prophete' di cui una delle attrattive principali risiede proprio nel ritmo della narrazione). Il pathos è spontaneo, ai limiti del compiacimento, ma estremamente trascinante. I comportamenti di Tom (uno straordinario Romain Duris) sono continuamente in bilico tra l'attaccamento morboso per il padre e la madre. Dal primo ha ereditato un lavoro sporco perpetuato come routine senza senso e soddisfacimento, dalla madre una passione per il piano, interrotta dieci anni prima in concomitanza della morte di lei. Il break del film è improvviso e inizialmente difficile da comprendere. Solo dinanzi alla deformazione del rapporto tra il protagonista e il mondo esterno, il valore del film balza agli occhi attraverso sequenze forti e toccanti, tra silenzi eloquenti e un processo di interiorizzazione del protagonista difficilmente quantificabile o sindacabile (ma lungi dall'essere superficiale). Tom è l'applicazione di un concetto eversivo, di codici innati, e concretizza una visione in cui l'ego' è in una dimensione superiore e il mondo non permea più significati in uno scambio continuo di informazioni 'standard'. Il centro di tutto è dunque quel linguaggio meccanico e intraducibile che è la musica. L'ossessione del protagonista trova un punto di sfogo in quel tipo di linguaggio, attraverso cui al tempo stesso veicola il contatto con gli altri. L'unica persona con cui trova una dimensione relazionale è l'insegnante di musica cinese, incapace di scambiare una sola parola in francese.
Il cinema di Audiard è poesia.

Sulle mie labbra (di Jacques Audiard, 2001)


'Sulle mie labbra': cosa accomuna due persone sole e disperate? Un film sulla ricerca di se stessi e sull'incertezza del destino; sull'indefinitezza dei ruoli sociali (la vicenda personale dell'ispettore ne è l'emblema) e sul bisogno di "assomigliare" che la crisi della nostra identità comporta inevitabilmente: i due protagonisti sono persone incomprese ma molto meno "anormali" di chi è dall'altra parte della linea immaginaria. Il ruolo della grande Emmanuelle Davos è tratteggiato con cura maniacale; viviamo le sue sensazioni di pari passo allo snodarsi della trama attraverso i suoi silenzi, le sue smorfie e i suoi monologhi. Ottimo anche Cassel, in un ruolo spigoloso e non semplice. Il thriller è ricco di rimandi ma allo stesso tempo delinea con maestria l'intensificarsi di un rapporto singolare, fuori dagli schemi. Audiard è un poeta del cinema, la sua regia è fenomenale nel cogliere le sensazioni dei personaggi che animano una storia così dura, lasciandoci penetrare nei loro stati d'animo con una sensibilità fuori dal comune, quasi in punta di piedi.

In the mood for love (di Wong Kar-wai, 2000)


Snellire la colpa degli altri a causa della medesima colpa che noi stessi ci accorgiamo di possedere: ciò implica la rinuncia di quel che a tutti gli effetti stiamo costruendo ma che sappiamo non è lecito. Questo è 'in the mood for love', un film basato su una storia impossibile da vivere perchè esclusivamente legata ad un'altra nei confronti della quale i protagonisti sono consapevoli di dover fare i conti. Un film immensamente emozionante, girato meravigliosamente, forte di una fotografia sublime e di due attori eccellenti. La raffinatezza e il pudore nel descrivere la vicenda è gioia per gli occhi, e mette in secondo piano una sceneggiatura non altrettanto brillante. Il finale è di una intensità tale da commuovere.

Ogni cosa è illuminata (di Liev Schreiber, 2005)


Commedia colta o dramma brillante, non importa: la forza del film è nella mescolanza di generi e di sensazioni. Un film di valore sulla memoria e l'importanza della ricerca del passato per scoprire se stessi e l'insopprimibile vicinanza che abbiamo inconsapevolmente in comune con altre persone, che è possibile scoprire. Sembrano concetti banali ma il film è di una delicatezza spaventosa nel proporli. La semplicità e l'eleganza messe in mostra ricoprono una vicenda mai retorica con sapienza e poesia. Ottimo il cast, menzione speciale per la figura del nonno e per la sorprendente interpretazione di Eugene Hutz.

Neolithic - For destroy the lament (1996)




L'esordio dei polacchi Neolithic, per la Adipocere. In realtà il secondo demo della band, 'the personal fragment of life' era già stato ristampato per la seconda volta sempre dall'etichetta francese.
La band all'epoca della registrazione della loro miglior fatica (aprile '95) era dedita ad un gothic/doom vario e dinamico. C'è da premettere che subito dopo questo disco il gruppo in pochi anni giunse a mutare quasi radicalmente genere (anche dopo molti cambi di formazione) fino allo scioglimento. Da una costola dei Neolithic sono nati i Black River, band heavy metal.
Il sound di questo disco benchè improntato sul muro sonoro delle due chitarre ritmiche, canonico per il genere proposto, è arricchito da molteplici elementi suonati con inventiva e inseriti nei momenti opportuni. Tastiera e chitarre acustiche, spoken vocals o una voce pulita alternata al growl, sebbene derivativi, costituivano una caratteristica molto ben definita nel quadro multiforme di ciò che è possibile ascoltare su questo disco. Questi strumenti potrebbero far ritenere a priori di imbattersi in un gruppo simile alla triade del doom ma direi che se proprio la band polacca necessita di essere accostata a una band, citerei i The Gathering di 'Almost a dance'. Inequivocabilmente il risultato finale di 'For destroy the lament' è molto personale, Certo, la voce lamentosa di Piotr omaggia Darren J. White dei primi Anathema ('And I lust'), ma gli altri strumenti combinati sempre con intelligenza e discrete capacità tecniche conferivano ai brani un tocco 'orientale' e particolarmente ricercato, che identificavano a tutti gli effetti i Neolithic nel panorama dell'est europa (tipo gli April Ethereal e il loro indubbio riferimento agli Opeth, sfumato da caratteristiche culturali ben distinte). Le chitarre soliste benchè non persistenti erano sempre ben calibrate. E' raro che la prima traccia di un disco sia una strumentale a tutti gli effetti, ed ecco l'eccezione: la title-track, il brano effettivamente migliore, tecnico e che cela una matrice quasi prog. Gli altri brani sono tutti ispirati, ricchi di melodie, in cui senza mai rallentare esageratamente il connubio degli elementi descritti precedentemente è sempre abile a richiamare l'attenzione. Adoro questo disco, un piccolo gioiello di gran lunga superiore alle proposte di band-clone che giravano in quegli anni e che avevano anche più risalto mediatico (su tutti i Celestial Seasons, il cui 'Solar Lovers', lontano parente, gli è decisamente inferiore al confronto). Occhi puntati su 'Oddity', 'Stained-glass window' e soprattutto sulla splendida 'Last fix'.

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Szacunek Dla Zmarlego

Threnody - Bewildering thoughts (1995)



Accadeva anche in Olanda nella metà degli anni '90: diversi gruppi underground che avevano iniziato a suonare 4-5 anni prima un death metal grezzo e derivativo svilupparono uno stile personale, slegato da etichette. Queste band concorsero a formare una vera e propria 'scena'.
Questo è il secondo album dei Threnody, la loro vetta. Un disco ispirato, originale, maturo nel songwriting ed estremamente professionale.
Un ibrido che è di base death metal ma che di death non ha quasi più nulla. La voce di Rene è sì in growl ma più espressiva e meno rozza che in passato, l'unica vera accelerazione è in 'Profanation' (un brano scritto molto tempo prima, infatti). La band aveva virato le proprie coordinate verso un groove ricchissimo di tempi dispari, stoppate vigorose e melodie che al tempo stesso non ne facevano affatto una band melodica. Il muro sonoro eretto dalla sezione ritmica è spaventoso, la produzione impeccabile e ogni brano ha qualcosa da dire. Da l'opener 'Dare restrain' che traccia subito il marchio groove della band alla sequenza intricata di stoppate vertiginose di 'Willfull' (già uno dei brani imperdibili del disco). La title-track ricorda i Loudblast di quel periodo mentre 'Solitude' è l'episodio più melodico, con un vago sapore prog/rock nella parte iniziale e nell'intermezzo. C'è da sottolineare come i Threnody basino le proprie composizioni quasi esclusivamente su ritmiche mai troppo sostenute, e che nelle parti più compassate sembrano quasi una sorta di Black Sabbath più duri. La qualità dei riff è spettacolare, senza virtuosismi nelle parti soliste. Il più tecnico dei quattro componenti è l'eclettico Richard van Leeuwen, il batterista.
Il brano che preferisco del lotto giunge a metà disco: 'Fin de siecle', perfetto per stile e variazioni. Il riff principale, stoppato e asincrono, è praticamente UGUALE ad uno di 'July' dei Katatonia...che è però del 2006! Ora, non penso che i Katatonia conoscessero i Threnody, ma il riff è proprio lo stesso, anche nel numero di battute. 'Silence' è il brano più lento, la strumentale 'Black nazareth' bellissima, 'Profanation' come detto la più aggressiva ma in piena sintonia col resto del disco, ed è un'altra hit imperdibile. 'Autumn' il brano più melodico mentre la conclusiva 'Farewell' un'altra delle mie preferite, in cui Rene esibisce anche una parte parlata.
Ecco, il gigantesco Rene Scholte, voce, chitarra e leader del gruppo, ha il pregio di aver plasmato un suono maledettamente accattivante, che smuove il culo pur restando su ritmi perlopiù blandi, come già scritto: è la qualità del riff che regna sovrana, unita ad una competenza sublime nell'arrangiamento dei brani e delle linee vocali sul tessuto ritmico ('Willful' è un esempio di maestria, di 'gioco' vocale esuberante), oltre ad una padronanza dei propri mezzi esemplare. I testi arricchiscono il valore del disco. Sopraffino.

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Dare Restrain videoclip
Fin de siecle

Antichrist (di Lars Von Trier, 2009)


Von Trier conferma le doti di regista poliedrico e fuori dagli schemi con un film interessante ma al tempo stesso disomogeneo (per non dire "involontariamente confusionario") e coinvolgente solo a tratti. Meno ambiguo del previsto in termini di significato, è una carrellata di citazioni e rimandi a grandi maestri (Oshima - riflessioni e scene de 'l'impero dei sensi' - , Buttgereit - scena del fallo di 'Nekromantik' - , Tarkovskij, Zulawski..).
Sul piano formale è decisamente più ibrido rispetto a quello dei contenuti, ma funziona. Tuttavia un intro e un prologo così slegati dal resto del film non sono sufficienti a riprodurre la poesia del cinema di Tarkovskij, e muovo il primo personale appunto al film, ossia l'incapacità di creare una reale simbiosi con le mie sensazioni.
Trovo che il film si fondi su una riflessione stimolante non supportata a dovere da artifici narrativi e visivi in grado di elevarla ad una dimensione superiore di piena presa emotiva. Anzichè arricchirne il significato, alcuni elementi (soprattutto i dialoghi e il dispiegarsi narrativo) gravano sulla potenza comunicativa del film, che resta così parzialmente inespressa almeno secondo le prerogative di decodifica che cerco di avere rispetto al Cinema.
Il mezzo 'horror' come degenerazione, degradazione e tramutazione ricalca in parte e talvolta goffamente (è giusto il mio vissuto) il Capolavoro 'Possession' di Zulawski (capolavoro visivo innanzitutto, in cui trova per me il massimo esempio lo svisceramento inconscio delle sottotematiche fondamentali pur in una non completa comprensibilità, ma funzionale al quadro d'insieme - come avrebbe ereditato anche Lynch - ): le scene forti sono sì una bella mazzata, ma non seguono un iter del senso di colpa significativamente sconvolgente, anche perchè i dialoghi non sono il massimo della profondità, e questo trovo sia il limite maggiore del cinema di Von Trier che non può certo anelare alla pregnanza dei maestri del passato a cui si ispira.
In quanto all'accusa di misoginia, ritengo che il film solo superficialmente rappresenti una brutale presa di posizione contro il personaggio femminile. Per me l'uomo (Defoe, ma anche il 'generico', trattandosi di un simbolo) si nutre di un'arroganza che in definitiva, pur rappresentando l'esatto opposto della metabolizzazione psichica della moglie, lo conduce altrettanto tortuosamente allo stesso risultato nei confronti della natura del 'tutto è permesso' in cui il mondo è avvolto fin dalla sua nascita.
Va dato atto al regista di aver osato penetrare al di sotto della Superficie, e di aver (benchè per me solo in parte) raggiunto l'obiettivo al di là (e in virtù) delle critiche bigotte che il suo film ha ricevuto.

Dogville (di Lars Von Trier, 2003)


Un gran film, intenso, che offre numerosi spunti di riflessione e di indagine.
Stimoli ambientali quasi del tutto assenti grazie all'eccellente trovata della non-scenografia: in Dogville, piccolo micromondo e riflesso della società, è il comportamento umano ad essere messo a nudo. Comportamento come determinante degli eventi, e non viceversa.
E ancor prima del comportamento, viene la natura umana, sfruttatrice ed egoista, brutale e ipocrita.
Decisamente interessante è l'analisi del comportamento sessuale, privato di ogni minima componente che lo riconduca al sentimento. Riflessione che passa maggiormente mediante l'eccellente ritratto di Tom e della propria condotta: sibillina fin dall'inizio, si arrampica su ideali e sovrastrutture di ordine morale del tutto carenti, che si sgretolano all'ennesimo rifiuto di appagamento di un sentimento forse davvero ritenuto tale (inconsciamente?) ma del quale non è proprio capace. Sotto la maschera, non è minimamente distinguibile da tutti gli altri, è esattamente come loro. E' l'emblema di una natura mistificatrice in grado di camuffare i (presunti) reali, edonistici intenti.
E in tutto ciò come si colloca la figura di Grace? sicuramente per mio conto è troppo stilizzata, troppo identificabile con simbologie religiose (che aborro).
Il finale è bello e spiazzante, ma non segue un'elaborazione completamente convincente. E' anche opportuno sottolineare che dopotutto sto commentando l'edizione italiana decurtata, che non aiuta in tal senso.
Permangono diversi interrogativi proprio sulla autoriduzione (?) etica che la protagonista compie dal pulpito della sua presunta 'arroganza' (parole usate per lei dal padre - che le spiattella il proprio ritratto - ) e sul valore di tale scelta ai fini di una riflessione più allargata, in senso sociale.
Comunque bravi la Kidman e tutto il cast, anche se la Bacall sarebbe potuta essere impiegata in un ruolo di maggior spicco (così come la Andersson).

The kingdom - Il regno (di Lars Von Trier, 1994)


Un'opera a dir poco geniale non tanto per il costrutto, che ricalca davvero quello del serial quale è, ma per la mescolanza di generi che non hanno nulla a che vedere tra di loro: messi insieme da Von Trier sembrano perfettamente integri.
Il risultato lascia molte cose in sospeso (riprese nel 2) ma graffia, sbigottisce, e interroga chi guarda.
C'è in ballo l'etica professionale che si scontra spesso e volentieri con quella del tutto particolare della 'loggia del Regno' (che non guarda in faccia neppure il giuramento di Ippocrate!), realtà e immaginazione, i fantasmi che ci tormentano e che si tormentano, a cui sono indissolubilmente legati tutti i personaggi del Regno, microcosmo con le sue leggi spesso incomprensibili, come del resto incomprensibile e del tutto privo di logica è il mondo fuoristante.
Eccezionale il personaggio dell'antipaticissimo Stig Elmer (purtroppo l'attore è scomparso, così come l'attrice che interpreta la vecchia rompimaroni), sicuramente per me il più interessante.
Scorrevole, davvero mai noioso o fuori bersaglio.
Farsa, satira e thriller crescono di pari passo, fino ad una parte finale che secondo me è la più bella dell'intera opera.
E poi c'è il medico che rivendica continuamente l'importanza della fantomatica operazione 'aria del mattino': assolutamente straordinario!!