Mille pezzi di un delirio (di Nicholas Roeg, 1988)


Un medico che stringe una relazione extraconiugale con una infermiera orrenda (la stessa attrice che tenta di sedurre Jerry Lewis in 'The king of comedy') che ha una passione insana per i trenini elettrici (la cui pista, da sola, occupa una stanza intera del suo appartamento); sua moglie è una casalinga stuprata a quindici anni e che crede di riconoscere il presunto figlio nato da quel rapporto in un viandante inglese che arriva nella loro cittadina statunitense per cercare la madre che lo ha abbandonato (la prima scena col camionista col tatuaggio 'Mummy' ci introduce meravigliosamente nello spirito grottesco del film).
La sceneggiatura sembra costruita su misura per lo stile visionario del regista. Tutto il film è incentrato sul transfert, un potentissimo transfert che innesca situazioni paradossali, spesso volutamente al di là di un già labile confine tra realtà e delirio. Guardare un film di Roeg significa prendere consapevolezza in partenza che non si assisterà ad un'opera lineare, e che spesso bisogna lasciarsi abbandonare alle meravigliose sequenze onirico-deliroidi e ad un percorso narrativo disgiunto senza necessariamente cercarne un significato logico. Ci sono almeno due sequenze di questo tipo particolarmente suggestive e geniali (Linda in piscina che rivive lo stupro osservata dai vicini di casa e il delirante finale nella stanza dei trenini). A dispetto di una sceneggiatura troppo scarna e ad uno sbocco finale che avrebbe potuto osare di più, è lo humour nero che permea costantemente il film a costituirne una carta vincente, cosa che non sarebbe potuta essere possibile senza tre interpreti sopra le righe: Gary Oldman (soprattutto), Theresa Russell (splendida attrice ex-moglie del regista, finita nel dimenticatoio troppo in fretta) e Christopher Lloyd sono capaci di tre prove superlative.
Il discorso di Henry al congresso dell'associazione degli amatori dei trenini (e guai a chiamarli giocattoli!) è sublime e rappresenta il punto più alto della follia che il film è in grado di raggiungere. Alla fine ci si sente scossi, interdetti, e le domande sul senso di ciò a cui si è assistito vengono repentinamente soffocate dalla consapevolezza che si è appena usciti da un grandioso trip delirante.

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