Il quarto uomo (di Paul Verhoeven, 1983)


Ultimo film olandese di Verhoeven prima del suo recente (per me strepitoso) ritorno. Forse il più ricco di simbolismi, perfetto a livello registico, con due o tre invenzioni bellissime. Un salto di qualità ulteriore rispetto ai film precedenti sotto molti aspetti, eppure del periodo orange è quello che mi piace meno. Perde un pò di aderenza a tematiche sociali di grande impatto che il regista era stato in grado di evidenziare col suo stile inconfondibile specie nel meraviglioso 'spetters'.
Qui siamo dinanzi ad un film molto più sperimentale, che scava profondamente nell'inconscio, e interroga sul valore e sul significato delle cosiddette 'premonizioni'.
Indubbiamente originale per moltissime trovate, si arena tuttavia pericolosamente sul piano della sceneggiatura nella seconda parte.
Attraverso sequenze oniriche eccezionali (specie quella sul treno) e una vicenda apparentemente misteriosa tiene in bilico la realtà. "Ma quale realtà" sembra voler dimostrare in un convulso finale, un pò frettoloso forse, ma di grande impatto. E l'attenzione sulla potenziale (o reale) vedova nera viene smorzata da una riflessione di ordine superiore. Da thriller superficiale a qualcosa di più sostanzioso, probabilmente una luce puntata sul valore che le persone attribuiscono alla simbologia religiosa nelle situazioni di non-aderenza alla realtà che si prefigura dinanzi a loro, o che sembra prefigurarsi.
Un 'così è se vi pare' alla maniera di Verhoeven, tra sequenze erotiche e la consueta fisicità e sessualità senza tabù che i suoi film descrivono con audacia fin dagli albori.
Gli attori sono i soliti feticci: la coppia Krabbè-Soutendijk, con l'assenza stavolta di Rutger Hauer ormai a Hollywood. Anche Krabbè c'avrebbe provato con modesti risultati (il suo top è la parte del 'cattivo' ne'il fuggitivo') mentre la Soutendijk sparì clamorosamente dopo un promettente inizio di carriera.

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