Teza (di Hailè Gerima, 2008)


Il titolo ("rugiada") racchiude il senso del film: l'inconsistenza della conoscenza difronte a quella macchina chiamata Violenza, che vince su tutto, e che delinea un futuro totalmente vuoto, come se questa parola non avesse significato. E che sconvolge il passato a tal punto da rimuoverlo dalla memoria. La guerra lascia l'uomo solo con il suo presente fatto di speranze indecifrabili e di una consapevolezza inutile: quella di avere le potenzialità, in quanto singolo, di voler costruire, ma di confrontarsi quotidianamente col disfacimento della propria forza.
Teza non è uno di quei film in cui c'è spazio per supposizioni o interpretazioni: tutto è perfettamente chiaro, crudo. Perfino quegli squarci onirici ricorrenti, inseriti magistralmente in un quadro frammentario che si ricompone e che fornisce costantemente l'idea della ripetitività del suo tema cardine, ossia lo sgretolamento dell'individuo dinanzi alla lacerazione della società, di quel tentativo di modulazione che dovrebbe essere il prerequisito per vivere, ma vivere è impossibile, per quanto questo film in realtà paradossalmente esprima una grandissima voglia di vivere, anche se ciò include una battaglia contro dei mulini a vento imponenti e insormontabili. E' quella stessa voglia di vivere che sebbene incomprensibile emerge in tutta la sua purezza nell'immagine finale: i bambini, come la sola speranza, il solo coro capace di intonare quel "urrà per Karamazov" che sembra spuntare con lo stesso, medesimo effetto.
Quel giorno in Germania Cassandra (nome non casuale) aveva profetizzato un futuro inconcepibile per chi si pone dei progetti, per chi non si è ancora imbattuto nell'evanescenza del proprio impegno e dei propri ideali. Avrebbe capito solo molto tempo dopo, Amberber, dopo aver rivisto il suo "nipote" Tedros, vittima di una violenza che è comune denominatore di quella Germania e della sua Etiopia. E ancora inconsapevole che quella stessa violenza si cela dappertutto con nomi diversi, dietro una guerra o dietro l'intolleranza e la discriminazione razziale. Germania e Etiopia, con vissuti completamente differenti, nascondono una spaccatura storica che ha dei punti in comune, sotto quest'ottica, agghiaccianti.
La narrazione per frammenti esaspera il senso di dispersione che il film evoca.
Geniali, a tal proposito, le sovrapposizioni di Amberber bambino con quelle dei bambini uccisi per rifiutarsi di essere reclutati. Il dramma che rivive attraverso la coscienza comune dunque, uno dei richiami più intensi del vivere la sofferenza, e forse un punto di partenza, se tutti avessero la stessa forza, la stessa univocità di intenti. Quel che al contrario emerge in tutta la sua realtà imbarazzante dopo la caduta del regime è uno scenario dominato dal caos in cui c'è chi trova motivo di scontro sulla base di quale tipo di socialismo applicare.
E' per tutto questo che ho trovato eccellente l'artificio del montaggio, perchè evoca un quadro che si ricompone ma che a seconda di quale momento storico sia vissuto da Amberber, mostra il protagonista costantemente impotente difronte ad una situazione che indipendentemente dallo spazio, dal tempo e dagli interpreti, appare soffocante e inoppugnabile: come quel rubinetto che sgocciola continuamente, e che non si può stringere (un'immagine geniale che si ripresenta puntualmente come una pugnalata).
Quel che si forma, al contrario, è la presa di coscienza del protagonista, alter-ego del regista: come nel suo incubo scopre che i buchi da tappare sono infinitamente più grandi dei propri sforzi di cui la conoscenza è il significante più 'alto' in termini di intenti, ma nel concreto la risorsa umana che risulta maggiormente sminuita, seppur la sola àncora che possa configurare un futuro, in quanto seme da impiantare nelle nuove generazioni.
Per me avrebbe meritato il riconoscimento più importante nell'ultima, fiacca rassegna di Venezia. Ma il dato di fatto ancor più beffardo e imbarazzante è che questo film in Italia sia distribuito in BEN 21 sale. Complimenti.

Sadness - Ames de marbre (1993)

Forse il lirismo profondo che trasuda dalle pagine dei loro booklet avrebbe bisogno di un'attenta lettura delle raccolte di poesie di Claude Lugon, ma ci proveremo lo stesso, anche se in pillole. Perchè l'universo Sadness non è facile da avvicinare, figuriamoci da spiegare.
Questo racconto è fondato esclusivamente su alcune informazioni fornite sul web da Stephane Rossli e sulla base dei miei ricordi e delle mie sensazioni legate a questo disco, che tagliando la testa al toro definisco immediatamente come una delle esperienze musicali più entusiasmanti. Un disco dark, che sfugge ad etichette. Vi troviamo un certo approccio doom, ma altre influenze che ne snelliscono il peso inappropriato di "disco metal" e lo conducono verso altri lidi, indefiniti.
Un'opera che brilla di luce propria, inconfondibile tra migliaia.
Innanzitutto il titolo: 'Ames de marbre' = 'Statue di marmo' ha a che fare col concetto lirico che pervade questo gioiello. Scritto in gran parte dal batterista Gradel (Claude Lugon), esso tratta una metamorfosi spirituale che nulla ha a che vedere con quella cristiana. Le persone a cui fa riferimento il titolo sono coloro che frenati dalla religione trovano conforto nella loro spicciola esistenza terrena, spaventati dall'idea della finitezza, della Morte. Corpi rigidi come statue di pietra che a lungo andare divengono dei veri e propri monoliti di marmo.
La copertina invece ritrae tre teenagers di una tribù africana, che secondo la propria cultura devono tenere una maschera sul viso per 5 anni. La maschera è di colore bianco, l'estremo del colore della loro pelle. Attraverso tale procedimento hanno da effettuare un percorso spirituale che possa condurli ad una purificazione attraverso l'accettazione degli estremi della vita.
Ma in fondo chi sono questi Sadness, da dove sono spuntati, come è stata la loro carriera?
"Because I played with Sadness for the cult and not for the glory or the money": questa frase di Stephan Rossli aka Steff Terry, chitarra/voce la dice lunga su quel che i Sadness sono stati. Per il resto parlano le cifre, che li hanno consacrati a una delle più grandi realtà underground del panorama più estremo e meno frequentato del metal dei primissimi anni '90: i due demo del '91 e del '92 (età media del gruppo 18-19 anni) hanno venduto rispettivamente 1000 e 1500 copie. Sono seguiti tour in Polonia, Germania, Olanda e Francia. Il brano 'Red Script', presente sul secondo demo 'Eodipus' del 1992 ha un riff iniziale che assomiglia notevolmente a quello finale della title-track di 'Turn loose the swans' dei My Dying Bride...solo che il disco della band inglese è dell'anno successivo!!! Non credo tuttavia che i Bride conoscessero i Sadness. Dopo aver firmato un contratto con la conterranea Witchhunt i quattro musicisti di Sion realizzarono questo loro primo full-length.
Oltre a Steff, gli altri componenti della band erano fin dall'inizio (1989) Philippe Riand aka Chiva (chitarra), Andre Zuffrey aka Andy (basso) e il già citato Claude Lugon aka Gradel (batteria). E se quest'ultimo è la mente ispiratrice delle liriche, Chiva può definirsi quella dell'aspetto musicale, anche se ciascun membro della band influiva molto e apportava il proprio contributo alla causa. Chiva è un fanatico dei Celtic Frost e avrebbe omaggiato la sua band più amata nel suo progetto solista 'Oracle Morte' del 1996 (non un granchè, a dire il vero...). Ma la musica dei Sadness per quanto avesse molte fonti ispiratrici (le più svariate: dai The Cure ai Bathory...e ciò si riverbera con qualche strascico soprattutto nell'approccio vocale di Steff) risulta un ibrido che come già evidenziato sfugge a marchi o al "questo riff" o ancor meglio "questa atmosfera l'ho già colta nella musica di quest'altro gruppo". Le chitarre nel disco alternano passaggi acustici ad altri elettrici con gran disinvoltura, delineando sempre alternanze sonore di contrasto tra momenti musicali diversi. La musica dei Sadness in fondo è memorabile e struggente perchè si snoda tra improvvisi stacchi malinconici che si configurano come colpi a sorpresa, climax ascendenti in un pattern musicale che già di per sè fa della malinconia il suo significante, quell'algida introspezione che fusa nel comporre un binomio perfettamente congruo coi testi profonde una dolce estasi per i sensi più reconditi. Andy poi è un bassista dotatissimo sul piano creativo, alcuni suoi giri sono memorabili. Flauti orientali (perfino shakuhachi!), violino, violoncello e voce femminile contribuiscono a rendere l'atmosfera ancor più particolare con un tocco di raffinatezza etnica e folkloristica.
Niente da aggiungere, son state spese troppe parole. L'evasione è possibile solo tramite la ricerca dell'originalità del senso delle cose, io credo. 'Ames de marbre' è un'esperienza unica e imprescindibile per ciascun amante del metal oscuro, delle atmosfere dark, o anche per chi cerca semplicemente di avvicinare un gioiello raro. It makes me sane.

The stars guide your destiny. Follow them for ever into an oblivion; follow them to dream of infinity; follow them to die happily; follow them to dry all your tears; tears that believe in their death. Aren't the stars eternal? They reign for ever like queens. They show her their paths. Forget, I'm leaving for their destinations, for infinity. ('Lueurs')

Ames De Marbre

The guardian angel descends from his obscure limbo, to eternally rest on the cold body of beign. 
His melancholic face, empty of sensations, watches over the dead, motionless, rock of stone, on a parallel world. 
Angel of sadness invading your tomb. It seems that a tear rolls down your cheeck. 
Your soul, has maybe rejoined its immortality, thanks to him you'll dream again and forever. Schutzengel deiner seele, der heute wieder weggeht, um ewig stille zu suchen.

La maschera della morte rossa (di Roger Corman, 1964)


R.R.: "Believe? In a deily long dead? -
I would rather be a pagan suckléd in creeds outworn;
Whith faärtytales fill'd up in head;
Thoughts of the Book stillborn."

L.K.E.:"Shadow of annoyance -
Ne'er come hither!
...And when He falleth, He falleth like Lucifer,
Ne'er to ascend again..." (R.R. '96)

La fusione dei due racconti ('la maschera della morte rossa' e 'hop frog') è mirabile: del primo il film conserva solo in parte il fascino spettrale del castello e della pestilenza che incombe al di fuori; del secondo (un racconto che mi piace molto) il personaggio del nano che inserito in quel contesto rende molto la beffa ai danni del patetico e primitivo vuoto dello sfarzo degli invitati e della corte. Lo "scherzo" al consigliere (Patrick Magee, il mitico Mr. Alexander di 'A clocwork orange') è uno degli inserti migliori della sceneggiatura (nel racconto era rivolto al re e ai sette consiglieri) perchè è la base del terzo anello del film, quello cardinale probabilmente, ossia la Morte che livella tutti e che si erge al di sopra delle due figure antitetiche per eccellenza nell'iconografia cristiana. L'utilizzo della 'casta' Francesca e degli altri due personaggi è un'ulteriore sfaccettatura che completa il quadro, in cui tuttavia sposta gli equilibri grazie alla sua performance il solito gigionesco Vincent Price, padrone della scena.
Un buon film a cui tuttavia manca la giusta tensione.

Francesca: "But you need no doors to find God.
If you believe...."

Prospero: "Believe?! If you believe you are gullible.
Can you look around this world and believe
in the goodness of a god who rules it?
Famine, Pestilence, War, Disease and Death!
They rule this world."

Francesca: "There is also love and life and hope."

Prospero: "Very little hope I assure you. No. If a god
of love and life ever did exist... he is long
since dead. Someone... something rules in his
place."

I vivi e i morti - la caduta della casa degli Usher - (di Roger Corman, 1960)


"One candle left to burn now...before the darkness comes"

L'adattamento del racconto di Poe è sensazionale, grazie ad una fedeltà all'atmosfera e alla personalità disturbata di Roderick (uno spettrale e maestoso Vincent Price) pressochè intatta. Pochi i mezzi a disposizione, diverse le sequenze geniali e da brivido, come lo sguardo di Roderick che si accorge che Madeleine si sta risvegliando o gli occhi spiritati di Myrna Fahey nella scena madre. Inquietante.

L.K.E.: "So that thou canst in darkness and inferno vester,
For do I solely what He to me liefly saith."

R.R.: "Death - oh! fair and 'guiling copesmate Death,
Be not a malais'd beggar; CLAIM THIS BLOODY JESTER!" (R.R. '96)

Begotten (di E. Elias Merhige, 1991)


'Destruction.
This stagnant humanity serves only to frustrate.
Unfit to stand alone, huddled in their masses,
Synonymous in their worthless existence' (G.C. '97)

Uno squarcio onirico suggestivo che cattura i sensi o una litania misantropa inquietante, irrisolta e non del tutto chiara? Forse 'Begotten' è tutto questo, con i suoi pregi e i suoi difetti. Quel che penso è che sia qualcosa che necessiti di un vissuto decisamente personale sulla base di un percorso solitario, visivo e di interiorizzazione.
L'aspetto più affascinante è che prima dei titoli di coda non ci è permesso dare un nome ai personaggi: ciò agevola una visione irrazionale e squisitamente percettiva delle immagini. Cogliere il film sotto questa veste costituisce indubbiamente un'esperienza insolita e da provare, anche se non è per tutti sia per la parte centrale estenuante che per le sequenze disturbanti (specie nei primi dieci minuti, che sono i migliori). E' come assistere ad un film horror muto anche se non è un vero b/n: l'immagine è artefatta e garantisce la totale indefinitezza temporale del vissuto; l'assenza della colonna sonora può rappresentare un ostacolo, ma al tempo stesso i suoni in sottofondo (per lo più ambient) accompagnano la visione amplificandone il lato seducente.
La chiave di lettura che viene fornita scorrendo la natura dei personaggi tra i titoli di coda permette di verbalizzare la visione, anche se non risolve tutti i punti oscuri del racconto. Ma questo non è necessario, in fin dei conti, perchè questo film è innanzitutto un'esperienza visiva originale.

'any colours to express apart from bleak is hard
and where you are my thoughts are in guilt so forget me forget me not' (J.R. '97)

Sounds of decay.

Unexpect - In a flesh aquarium (2006)







Forieri di una rielaborazione del tutto personale del concetto di 'avantgarde' sin dagli esordi, i canadesi (della stupefacente scena musicale del Quebec) Unexpect hanno dovuto aspettare il loro secondo album prima della consacrazione a livello mondiale. Il primo disco autoprodotto lasciava intravedere uno stile già strabordante di idee nuove, fresche e stravaganti. Qualche cambio di formazione e in particolare l'ingresso di uno dei bassisti più dotati della scena estrema mondiale hanno permesso un salto di qualità tecnico impressionante. Già il MCD '_we, Invaders' (2003) col quale il sottoscritto fece la conoscenza della proposta del gruppo, la formula era pressochè ridefinita per esplodere tutta la potenzialità tecnica e compositiva. Definire la musica degli Unexpect è realmente impresa ardua. Ci proveremo: una sezione poliritritmica su solide chitarre supportata da ritmiche di batteria e di basso perennemente sfalsate, il tutto arricchito da violino e tastiera/pianoforte che fungono molto di più che da semplice complemento: spesso infatti oltre che collanti dei brani sono i motori da cui si sviluppa l'intera strofa. A ciò si aggiungono le voci dei due chitarristi che rielaborano growl e scream con delle modulazioni quasi-gnomiche in una performance perennemente teatrale. La voce della cantante Leilindel si snoda sinuosamente regalando delle linee vocali eclettiche che ricordano in certi punti vagamente quelle di Monika Edvardsen degli Atrox. Le strutture? I brani sono il trionfo di destrutture continue capaci di far immergere l'ascoltatore in un'atmosfera psicotica che si sposa perfettamente con i testi. Il bassista ChaotH è micidiale, suona quasi costantemente in slap e in tapping il suo QUASI-Chapman, praticamente un basso a 9 corde da lui stesso introdotto per la prima volta al mondo in una data del 2003. E' dotato di una inventiva non comune che impreziosisce la musica degli Unexpect fino a costituirne la vera anima, bizzarra e poliedrica.
I riferimenti della musica degli Unexpect sono e potrebbero essere molteplici, quel che balza inevitabilmente all'orecchio è l'originalità nel rielaborarli in una miscela studiata e efficace, forse quasi del tutto incomprensibile ad un primo approccio, come è giusto che sia. La base per giustificare ciò con cui ci ritroviamo a che fare potrebbe partire da certo death-metal tecnico, a cui si aggiungono segmenti sinfonici, funky, prog, jazz, psichedelici e perfino un certo gusto etnico (ed è per questo che mi viene spontaneo accostare certe sensazioni di questo disco al memorabile 'Ka Ba Ach' dei Forgotten Silence) e per la musica classica, adattati con tale maestria da snellire ed elevare il suono ad un livello indefinibile, bellissimo, totalmente fuori dagli schemi. Un altro disco che potrebbe risultare lontano parente della musica degli Unexpext è il fondamentale 'Immense intense suspense' (1994) degli olandesi Phlebotomized.
Anche come attitudine il gruppo (composto da 7 elementi) si presenta con un look stravagante e folle che riflette la propria musica.
Tutto il disco è magistrale, senza cadute di tono, ed in particolare con la triade 'the shiver' (scritta in ungherese) il gruppo tocca la vetta del proprio istrionismo, folle e geniale.
Questo disco è un capolavoro del metal sperimentale, capace di trascendere con esuberante eleganza e padronanza dei propri mezzi ogni etichetta e concetto in ambito di musica estrema. Solo per aperture mentali.
La band è al lavoro per il terzo album, vedremo cosa sarà capace di tirar fuori ancora una volta dal cilindro magico di cui è in possesso.

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Creepmime - Chiaroscuro (1995)



Il secondo album degli olandesi (anche se per 2/5 inglesi) Creepmime. Il debutto 'Shadows' (1993) era un disco death metal con dei tempi che rasentavano il doom, l'aspetto tecnico emergeva ma non era una componente fondamentale della musica proposta all'epoca.
'Chiaroscuro', forte di una produzione migliore e di una maturità artistica notevole (oltre a qualche cambio di formazione determinante), è un disco che si sposta decisamente sul versante techno-death, in cui spiccano influenze decise di mostri sacri del genere, in primis i conterranei Pestilence e in particolare il loro 'Testimony of the ancients' (1991 - uno dei capolavori della storia del genere ndr - ). La voce di Joost (cantante/bassista) ricorda molto quella di Patrick Mameli. Quest'ultimo tra l'altro ha prodotto il loro debut 'Shadows'.
Il lavoro svolto da tutti i musicisti impegnati nella realizzazione del disco è eccellente, i brani strutturati in maniera impeccabile. I Creepmime sapevano come rendere appetibile la loro proposta, un techno-death come detto derivativo ma reso personale dalle capacità compositive e dal sapiente uso di parti soliste melodiche e varie e synth-guitar, un songwriting di altissimo livello. La copertina è stupenda.
I brani sono tutti molto validi, e i miei preferiti sono 'In the flesh' e 'Chiaroscuro', quest'ultimo in particolare è una gemma strabiliante, per musica e testo.
La band intraprese un tour europeo con due band connazionali, i miei amati Sinister e i Threnody (anche loro proponevano death-tecnico di alta qualità ma sono finiti presto nel dimenticatoio). Si sciolsero subito dopo, per via di una label (la Mascot) troppo piccola per garantire i giusti riconoscimenti, e dissidi interni al gruppo. Si riformarono nel 1997 senza Andy Judd, ma i problemi al ginocchio del batterista Frank Bama costrinsero al secondo e definitivo scioglimento. Un gran peccato perchè questa band aveva potenzialità enormi. Nel frattempo, più o meno consapevolmente, ci avevano lasciato uno dei più bei dischi del genere techno-death.

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Chiaroscuro

[All artists are subjected to the same social prejudices. It's a fight 'til the bloody end so hang on in there. Fuck the rituals]

My godform's a potent reality
A living formula for all shades of divinity
I've felt its soul
Introduce me to modes of insanity
And infinity
It's put me in touch with a real reality

My life forms in ways which you'll never see
A growing enigma for the thoughtless majority
I've had their rules
Reduce me to moments of poverty
Self discovery
I've been put to their test
And I feel a shameless certainty

I'm unknown colour and diversity
A uniting harmony for a world of disharmony
Can you feel it pull?
Seduce you?
Rip and tear at your sanity?
Your entropy?
It will bring you dangerously
Close to understanding me

Chiaroscuro
I see, I know the light for the shadows
Liberty's sacred not shameful
Chiaroscuro
Fuck the rituals
Follow your heart

I live a life of infinite possibilities
I move in other dimensions and realms of being
I experience unknown pleasures
I have conquered my fear of the known
I am removed from the human framework
You cannot take this away

Mille pezzi di un delirio (di Nicholas Roeg, 1988)


Un medico che stringe una relazione extraconiugale con una infermiera orrenda (la stessa attrice che tenta di sedurre Jerry Lewis in 'The king of comedy') che ha una passione insana per i trenini elettrici (la cui pista, da sola, occupa una stanza intera del suo appartamento); sua moglie è una casalinga stuprata a quindici anni e che crede di riconoscere il presunto figlio nato da quel rapporto in un viandante inglese che arriva nella loro cittadina statunitense per cercare la madre che lo ha abbandonato (la prima scena col camionista col tatuaggio 'Mummy' ci introduce meravigliosamente nello spirito grottesco del film).
La sceneggiatura sembra costruita su misura per lo stile visionario del regista. Tutto il film è incentrato sul transfert, un potentissimo transfert che innesca situazioni paradossali, spesso volutamente al di là di un già labile confine tra realtà e delirio. Guardare un film di Roeg significa prendere consapevolezza in partenza che non si assisterà ad un'opera lineare, e che spesso bisogna lasciarsi abbandonare alle meravigliose sequenze onirico-deliroidi e ad un percorso narrativo disgiunto senza necessariamente cercarne un significato logico. Ci sono almeno due sequenze di questo tipo particolarmente suggestive e geniali (Linda in piscina che rivive lo stupro osservata dai vicini di casa e il delirante finale nella stanza dei trenini). A dispetto di una sceneggiatura troppo scarna e ad uno sbocco finale che avrebbe potuto osare di più, è lo humour nero che permea costantemente il film a costituirne una carta vincente, cosa che non sarebbe potuta essere possibile senza tre interpreti sopra le righe: Gary Oldman (soprattutto), Theresa Russell (splendida attrice ex-moglie del regista, finita nel dimenticatoio troppo in fretta) e Christopher Lloyd sono capaci di tre prove superlative.
Il discorso di Henry al congresso dell'associazione degli amatori dei trenini (e guai a chiamarli giocattoli!) è sublime e rappresenta il punto più alto della follia che il film è in grado di raggiungere. Alla fine ci si sente scossi, interdetti, e le domande sul senso di ciò a cui si è assistito vengono repentinamente soffocate dalla consapevolezza che si è appena usciti da un grandioso trip delirante.

L'uomo che cadde sulla terra (di Nicholas Roeg, 1976)


Un film malinconico, molto complesso, prolisso e riuscito solo in parte, ma da vedere assolutamente.
L'attrattiva principale, più che nelle straordinarie capacità del regista, risiede in David Bowie alla sua prima interpretazione ma sicuramente la più intensa e calzante. Un Bowie notevole, sbalorditivo (anche quando non vuole), che col suo volto da pupazzone non poteva che essere perfetto nella parte di un alieno.
Di fondo, la solitudine dell'uomo, ma anche il suo profondo cinismo. Tutto ciò è amplificato dal gusto visionario del regista, un prendere o lasciare che lascia sicuramente spesso frastornati ma inevitabilmente ammaliati. Molto erotico, fantascientifico sì ma anche molto seventies per cultura e costumi.
Da brividi la sequenza della visita.

Don't look now - A Venezia... un dicembre rosso shocking (di Nicholas Roeg, 1973)


Un film geniale di un regista straordinario. I film di Roeg non sono semplici da assimilare in toto, orchestrati come sono, tra elementi della sceneggiatura spesso volutamente ridondanti, grandi invenzioni visive e parallele alla realtà, particolari da adocchiare sparsi qua e là che non sempre si ricongiungono per formare un quadro integro.
'Don't look now' è un'opera spiazzante, un giallo parapsicologico dal ritmo in perenne ascesa fino ad una parte finale che è gioia per gli occhi.
Ambientato in una Venezia suggestiva, sullo sfondo di una catena di omicidi, trae vigore dalla incomprensibilità delle premonizioni e degli eventi, nonchè dal mistero che avvolge i suoi personaggi (anche se è il meno scolpito, quello del vescovo è il mio preferito).
Ottimo il cast tra cui spunta persino il mitico Robertino di 'Ricomincio da tre' nel ruolo dell'ispettore.

Il quarto uomo (di Paul Verhoeven, 1983)


Ultimo film olandese di Verhoeven prima del suo recente (per me strepitoso) ritorno. Forse il più ricco di simbolismi, perfetto a livello registico, con due o tre invenzioni bellissime. Un salto di qualità ulteriore rispetto ai film precedenti sotto molti aspetti, eppure del periodo orange è quello che mi piace meno. Perde un pò di aderenza a tematiche sociali di grande impatto che il regista era stato in grado di evidenziare col suo stile inconfondibile specie nel meraviglioso 'spetters'.
Qui siamo dinanzi ad un film molto più sperimentale, che scava profondamente nell'inconscio, e interroga sul valore e sul significato delle cosiddette 'premonizioni'.
Indubbiamente originale per moltissime trovate, si arena tuttavia pericolosamente sul piano della sceneggiatura nella seconda parte.
Attraverso sequenze oniriche eccezionali (specie quella sul treno) e una vicenda apparentemente misteriosa tiene in bilico la realtà. "Ma quale realtà" sembra voler dimostrare in un convulso finale, un pò frettoloso forse, ma di grande impatto. E l'attenzione sulla potenziale (o reale) vedova nera viene smorzata da una riflessione di ordine superiore. Da thriller superficiale a qualcosa di più sostanzioso, probabilmente una luce puntata sul valore che le persone attribuiscono alla simbologia religiosa nelle situazioni di non-aderenza alla realtà che si prefigura dinanzi a loro, o che sembra prefigurarsi.
Un 'così è se vi pare' alla maniera di Verhoeven, tra sequenze erotiche e la consueta fisicità e sessualità senza tabù che i suoi film descrivono con audacia fin dagli albori.
Gli attori sono i soliti feticci: la coppia Krabbè-Soutendijk, con l'assenza stavolta di Rutger Hauer ormai a Hollywood. Anche Krabbè c'avrebbe provato con modesti risultati (il suo top è la parte del 'cattivo' ne'il fuggitivo') mentre la Soutendijk sparì clamorosamente dopo un promettente inizio di carriera.

Spruzzi - Spetters (di Paul Verhoeven, 1980)


L'attuale società olandese di mentalità tanto aperta sembra quasi faticare a riconoscersi in quella descritta in questo film da Verhoeven, che fotografa al contrario un periodo di sostanziale ristagnamento e chiusura. La provincia in cui è ambientata la storia appare soffocante e priva di sbocchi, e ciò alimenta i sogni facili di successo e arrivismo.
E' un film duro e spinoso, animato dalle consuete scene senza tabù che Verhoeven ha da sempre mostrato, tra cui spicca sicuramente una delle più brutali in assoluto (il famoso stupro per il quale il film viene particolarmente ricordato - anche se trovo l'omicidio del protagonista in 'robocop' ancor più agghiacciante) del suo cinema.
I ragazzi appaiono come vittime sacrificali di qualcosa più grande di loro. Si prova compassione nei loro confronti e odio verso tutto il resto: i vecchi bacchettoni religiosi bigotti e sessuofobi (il padre e il predicatore, anche se poco presenti, sono due figure-chiave del film), il laccato campione di motocross (uno spassoso rutger hauer, nell'ultimo film in patria con il suo amico-regista) e il commentatore televisivo (Jeroen Krabbè, altro attore feticcio), la comunità locale che prima esalta come un campione Rijn e poi lo scarica in modo beffardo con una ridicola cerimonia dopo l'incidente (una delle scene migliori del film).
C'è anche il tema dell'omosessualità latente la cui non espressione appare imputabile al ruolo sociale, e ciò ripropone anche nel film successivo.
Renee Soutendijk, splendida anche se dal look antiquato, è l'unica icona femminile del primo periodo olandese del regista, in un mondo così virile. Dopo due bei ruoli s'è persa nel tentativo di sfondare (anche lei) a hollywood. La Caurice Van Cauten però, sperando possa diventare per il regista altrettanto fondamentale, si fà francamente preferire.

Soldato d'Orange (di Paul Verhoeven, 1977)


Il primo successo di Verhoeven, il film che ha lanciato Rutger Hauer. Il regista fin dagli esordi ha puntato molto sulla spettacolarizzazione e sull'azione piuttosto che sull'indagine della psicologia dei suoi personaggi. L'aspetto curioso che ho sempre trovato è l'alchimia che questa sua propensione ha avuto con lo spaccato sociale che ha voluto rappresentare nei suoi film olandesi, che difatti ritengo i suoi migliori. 'Soldato d'orange' è una storia d'amicizia avvincente e ben sceneggiata, che ha il pregio di mettere su uno stesso livello di partenza tutti gli uomini che si muovono come pedine in un conflitto che mette ciascuno con le spalle al muro. Non c'è psicologia, possiamo evincere le scelte che ciascuno compie solo in base all'azione. Il destino appare come ridimensionato dalla volontà dell'uomo, in una prospettiva talvolta portata all'eccesso (così come è esagerata la dose di eroismo che anima il protagonista). Il limite del film è proprio questo (non a caso è ispirato ad un romanzo patriottico, e nella realizzazione aveva alle spalle esercito e casa reale...) ma i risvolti da thriller spionistico che permeano il film rendono la visione decisamente gradevole. Menzione doverosa per i soliti Hauer e Krabbè.

L'onda (di Dennis Gansel, 2008)


L'autocrazia e il suo agghiacciante comeback. Il film mette in luce con lucidità la crisi identitaria della 'nuova generazione', così mostruosa da nascondere una fertilità all'attecchimento di questa forma di controllo talmente scioccante da apparire irreale. La ricerca della 'normalità' diventa una prerogativa esistenziale che sommerge il riconoscersi come individuo e il rispetto per la diversità inderogabile di qualunque essere umano. L'intolleranza è il passo successivo verso l'annientamento e la spersonalizzazione. Il fascismo è una forma di potere che è tornata pericolosamente in voga, e lo spaccato socio-culturale che il film mostra (maledettamente bene) ci aiuta a capire il perchè. Il professore ha il demerito di sottovalutare la dimensione del suo esperimento. L'incontrollata fiducia nella capacità di discernimento dei suoi studenti è la colpa maggiore, ma è altrettanto ingenua la valutazione che fa della facciata del presunto successo educativo del suo metodo, giacchè ne coglie solo il lato superficiale e di facciata. In una visione più estesa, ciò potrebbe riflettere le colpe quotidiane con cui un intero sistema educativo deve fare i conti, ma che finisce col nascondere inconsapevolmente.
Certo è che la visione ambivalente dei comprimari ai margini del gruppo, seppur presente, sarebbe potuta essere più acuta. Il punto di vista della preside e della compagna incinta ci mostrano due importanti campanelli d'allarme nell'uno e nell'altro senso, ma restano troppo indefiniti. L'unico difetto del film insomma è che il meccanismo viene sviscerato fin troppo dall'interno, mentre la reazione dell'esterno, salvo poche eccezioni, non è che abbozzata. Così l'esercizio stilistico, seppur rigoroso e coinvolgente, sembra mancare di quella forza d'insieme che avrebbe aumentato l'esasperante drammaticità non del tutto presente nella parte finale.
Bellissima ed eloquente l'ultima inquadratura.