Racconto d'inverno (di Eric Rohmer, 1991)


In un primo momento riflettevo sulla possibilità che la protagonista operasse una mera proiezione della storia d'amore con Charles sui due amanti successivi: nulla di più sbagliato. Felicie coglie il suo "raggio verde" durante la rappresentazione della tragicommedia di Shakespeare, e solo allora ho messo a fuoco questa donna ignorante per sua stessa ammissione, maldestra e apparentemente non in grado di voltare le spalle ad una storia interrotta da un destino beffardo.
Ciò che potrebbe sembrare un excursus narrativo fuori luogo è la chiave di volta di cui Rohmer si serve per creare un parallelismo tra Ermione e la sua protagonista. Loic è un intellettuale ma Felicie prova la vibrazione dell'identificazione che il suo amante non è in grado di vivere sulla propria pelle. Il tempo è quel tappeto su cui si stende un destino che può essere tanto crudele quanto riconciliatore. For the sake of what? Domanderebbe a questo punto qualcuno, ma la risposta in questo caso non conta, è il meccanismo che lo sottende ad essere sviscerato e a costituire la ragione del film.
Il taglio è quello di Rohmer, assolutamente inconfondibile, basato su uno stile elegante, ricco di riflessioni e citazioni filosofiche (la lunga sequenza in auto, una perla) e al tempo stesso di una narrazione che presa singolarmente sarebbe lecito definire stucchevole e insignificante. La magia dei film di Rohmer è che ad un immobilismo di azioni corrisponde un movimento invisibile di pensieri e deduzioni.
L'epilogo è banale o addirittura ridicolo, o alla base delle considerazioni che lo anticipano una conseguenza più che logica, assurdamente logica, di un quadro che non è realtà ma l'imprevedibile che anima questa realtà? Peccato che tale imprevedibilità abbia sempre un esito positivo, potrebbe obiettare qualcuno (me in primis, giacchè generalmente spingo per degli epiloghi a-la Fassbinder qualsiasi film), ma un processo di trasformazione è avvenuto, e se a Rohmer interessa convogliare tutto in un epilogo positivo, in fondo che importanza ha?

Augury - Fragmentary evidence (2009)



Li abbiamo aspettati per anni e finalmente sono tornati per regalarci il miglior disco death metal del 2009 (ex-aequo con lo spaventoso 'Process of a new decline' dei francesi Gorod, che merita un capitolo a parte). Non avevo dubbi che gli Augury sarebbero tornati con un disco sfavillante, dopo l'esordio 'Concealed' e il promo del 2006 (i cui due brani trovano posto su 'Fragmentary evidence') che fu la conferma di un potenziale mostruoso del quartetto di Montreal. Dopo l'addio di Ethienne Gallo (ed un problema con i batteristi che continua tuttora, a quanto pare) e l'esclusione di Arianne Fleury (e del cantato femminile, dunque), la firma con una major, finalmente: la Nuclear Blast. Nonostante l'etichetta tedesca possa giustamente far storcere il naso, ciò non ha minimamente influito sulla proposta del gruppo, e questo va sottolineato: torna dunque un concentrato di brutal-death ultratecnico, progressive metal, un certo gusto per il fusion e per l'epic metal (nelle sporadiche parti con le clean vocals), inserti acustici a bizzeffe, un tocco melodico che trapela costantemente ma in maniera soffusa, tra mura di chitarre pesantissime. Il tutto racchiuso tra le solite, intricatissime strutture dei brani.
Cos'abbia realmente questo disco in più di 'Concealed' è difficile stabilirlo, dal momento che l'esordio era di per sè già molto ben definito. Come preannunciato non c'è più spazio per i piccoli inserti di voce femminile, aumentano le sezioni strumentali e c'è maggior variazione all'interno dei brani. Più cura per le sfumature. Insomma piccole novità ci sono, ma ciò che ci si aspetta dagli Augury è presente in toto, migliorato nel dettaglio tecnico. La produzione è sicuramente migliore nei confronti di quella di tutto rispetto dell'esordio.
Nota a parte la merita Dominique 'Forest' Lapointe, che esegue un bass-work sublime, ancor più sbalorditivo e più presente da solo o in primo piano rispetto a 'Concealed'. Una prova che consacra questo mostruoso talento tra i grandissimi di sempre nella storia del genere: Roger Patterson, Tony Choy, Steve DiGiorgio, Sean Malone, Alex Webster, Jean-Jacques Moréac, Chicco Parisi e Thibaut Gerard.
Spaventosa l'ultima traccia, il manifesto degli Augury: 'Oversee the rebirth' nei suoi 11 minuti nasconde tutto ciò che gli Augury si sentono liberi di fare. Intro acustico con clean vocals, una sfuriata clamorosa e ipertecnica seguita da un passaggio nuovamente acustico in cui Dominique crea dei giri di basso di una bellezza struggente. Si riprende con un nuovo assalto frontale in doppia cassa e ancora Dominique che svaria di continuo per i fatti suoi, come del resto per tutto il disco. C'è poi il momento per un secondo intermezzo acustico e del ritorno delle chitarre elettriche con l'assolo di Mathieu. Infine la penultima strofa che si riallaccia alla prima, col cantato pulito e il tapping di entrambi i chitarristi e Dominique che inventa giri geniali (sembrano delle improvvisazioni) e il finale con dei soli di Mathieu e Pat che si rincorrono in fade-out.
L'altra traccia che preferisco su tutte è 'Skyless', già presente nel promo del 2006. Il resto del disco è semplicemente entusiasmante e si mantiene sempre su livelli altissimi senza cadute di tono.
Da acquistare e basta, il death metal degli Augury è una ventata d'ossigeno tra uscite anonime e un trend (quello del brutal tecnico) che annovera uscite spesso avvincenti ma a cui manca da un po' una certa novità che possa andare oltre a quanto già proposto negli ultimi anni da Neuraxis, Psycroptic, Decrepit Birth, Origin e via discorrendo.

Download

Vuvr - Pilgrimage (2001)




Non scopriamo certo oggi l'avanguardia ceca in campo metal; anzi, negli ultimi anni sembra accusare una discreta flessione dopo la straordinaria ondata di dischi originalissimi (e a volte vere e proprie pietre miliari - cfr. 'Elvenefris' - ) che si sono rincorsi a cavallo del nuovo millennio.
Questo è l'unico disco dei Vuvr, un gruppo originalissimo, dotato di una tecnica pregevole e che ha tentato, riuscendovi in pieno, a mescolare jazz e fusion in una salsa death metal senza adeguarsi ai mostri sacri del genere (Atheist in primis). Difatti la forma è decisamente particolare, lontana dai canoni death metal. Qui di death ci sono solo la voce in growl, peraltro presente sporadicamente (nella seconda parte del disco scompare quasi del tutto, e di tanto in tanto è appena accennata in spoken vocals mixate basse) e alcune chitarre distorte, che effettivamente non ricoprono forse che la metà del disco e che non sono dotate di quella possenza tipica del death metal. Gli elementi fusion, le poliritmie e le scale jazz, le partiture acustiche e l'uso di altri strumenti come sax e flauti costituiscono l'essenza del disco. A parte i primi due brani, in cui affiora maggiormente il gusto per il death metal, dalla quinta traccia in poi l'album si sveste quasi del tutto di ogni abito metal e assume le sembianze di un insieme di autentiche composizioni fusion. Di mezzo c'è il brano più eclettico e ad ampio raggio del disco, 'garden of consciousness', che si apre in tinta con il trend dei primi due, ma che nasconde una digressione centrale fusion totalmente strumentale. L'eclettismo dei due chitarristi è encomiabile, hanno gusto e talento. Il bassista (anche cantante) è altrettanto poliedrico, e di tanto in tanto inserisce assoli dal sapore spiccatamente jazz. Impossibile non pensare a Cepel dei Love History o a Krusty dei Forgotten Silence: a proposito, se proprio vogliamo trovare una piccola associazione tra il genere proposto in questo disco e qualcos'altro che gli possa assomigliare, mi viene in mente proprio qualcosa dei vecchi Forgotten Silence.
Il disco è ottimo, resta purtroppo l'unica uscita del gruppo, che è tornato nuovamente nell'anonimato senza lasciare tracce. Non è possibile sapere neppure se i Vuvr si siano sciolti o meno.
E' un disco che può far tranquillamente gola agli appassionati di death metal tecnico e sperimentale, ma che inequivocabilmente si presta maggiormente ad un ascoltatore non propriamente metal, visto che come descritto in precedenza ci troviamo dinanzi ad un album che essenzialmente consta di partiture di altri generi.
Non si tratta di un capolavoro, mancano i brividi che Root, Lykathea Aflame o gli stessi Forgotten Silence sono stati capaci di evocare. Ma i Vuvr si sono fermati ad un'opera prima che aveva tutte le basi per poter essere sviluppata successivamente in una forma più composita e avvincente.
Un gran peccato, ma nel frattempo godetevi questo disco, basta un click! e se possibile fate vostro questo piccolo gioiello nascosto.

Download


The Jesus and Mary Chain - Psychocandy (1985)



Prendendoci una pausa dagli assalti metallici (ma non per le nostre orecchie) ecco il disco apripista del movimento shoegaze. 'Psychocandy' degli scozzesi The Jesus and Mary Chain è un disco fondamentale nel panorama rock degli anni '80. Basato praticamente sui due fratelli Reid (chitarra e voce) questo gruppo ha coniato un nuovo genere mescolando alla melodia vocale e alla composizione pop dei brani un accompagnamento sonoro costituito da impressionanti feedback di chitarre e distorsioni quasi persistenti. Una formula ammaliante: la voce di Jim Reid è profonda, la batteria minimale e il basso crea giri semplici e ripetitivi.
Sono quattro fuori di testa i The Jesus and Mary Chain degli esordi, con un batterista (che lascerà per i Primal Scream - difatti il secondo album dei TJAMC è con la batteria elettronica) perennemente ubriaco; i loro show sono a base di risse e fanno di tutto per farsi etichettare come la classica rock band "maledetta".
Al di là dell'attitudine, musicalmente i quattro sono i classici musicisti che "suonano male da dio": a dir poco sgangherati, ma non sconclusionati, anzi!
La caratteristica che contraddistingue il gruppo e che ne forgia il marchio è l'uso della chitarra da parte di William Reid, come scritto decisamente singolare per i tempi in cui il disco è stato concepito. I ritmi più violenti, di matrice punk (Sex Pistols in primis) lasciano spazio a ballate acustiche che sconfinano in atmosfere più decadenti e dark-wave. Imperdibili le chicche più compassate del disco: l'opener 'Just like honey', 'the hardest walk' e la successiva 'Cut dead' (la mia preferita), 'some candy talking'. A questi brani fanno da contraltare le rumorosissime 'the living end', 'taste the floor', 'in a hole', 'never understand' o 'inside me'.
Era ancora il 1985, e i The Jesus and the Mary Chain erano inconsapevoli di aver impiantato il semino per l'ondata shoegaze che avrebbe preso forma anni dopo, e che per merito soprattutto dei My Bloody Valentine avrebbe perfezionato la formula grezza su cui è improntato questo piccolo gioiello.

Download

Deathspell Omega - Chaining the Katechon (EP 2008)




"The act of a free man
Connected to the balance of the world
Projects itself into the infinite
But the fracture
Its ontological ballast
The dispersion and the overcoming
Bring a harvest of increasing conflict
A descending spiral of splinters
Lacerating the meridians."


Di questi tempi un anno fa usciva l'ennesima, estatica traccia di venti minuti dei francesi Deathspell Omega. Ho sempre pensato che questa band oscura esprimesse nel migliore dei modi il suo talento sulla lunga distanza, fin da quel capolavoro chiamato 'Kenose'. 'Chaining the Katechon', ennesimo split (questa volta con i bravissimi conterranei S.V.E.S.T.) chiude o alimenta (staremo a vedere le prossime uscite) il percorso straordinario inaugurato con 'Mass grave Aesthetics' e proseguito con 'Diabolus absconditus' (che fanno da contorno a 'Kenose').
Con la competenza che li contraddistingue sia sul piano tecnico che compositivo, i DO creano una nuova suite entusiasmante, ricca di riff spettacolari e di atmosfere suggestive.
Basterebbe il drum 'n' bass (6:44) a polverizzare tutto. E' una delle poche sezioni che si ripetono, e che tornano a far da preludio alla parte finale in un tripudio di trombe.
Si parte in quinta con una strofa velocissima, si conclude con un rallentamento degno dell'inquietante 'III' ma con un Aspa diviso tra litania (in pulito??!) e un brutale 'Ho-sanna' che si ripete per tre volte. Sin dalla seconda strofa le chitarre compongono riff dissonanti straordinari. 'Fas' e i precedenti capolavori sono rievocati in un turbine di sensazioni, tra tecnicismi, riff morbidangeleni e claustrofobici rallentamenti a-la Blut Aus Nord. I DO sono l'evoluzione di tutto ciò, con delle chitarre incredibilmente ispirate, un cantato malsano e un batterista eccellente. Tra le linee si aggiunge la solita prestazione jazzata di un bassista che a mio avviso potrebbe sempre fare meglio, perchè ha capacità non comuni nel genere. I DO non ascoltano solo black metal, anzi non sono più una realtà black metal tout-court da almeno 4 anni. Si sentono liberi di inventare stravaganze sonore nel modo che più gradiscono, senza alcun limite. Sono lontani dal fetore di tematiche sataniche da 'Kenose' e continuano a sviluppare testi incredibilmente corposi di riflessioni e citazioni.
Quattro anni dopo 'Si monumentum...', dieci dalle chitarrine ritmiche di 'Legends of evil and eternal death'. Un processo musicale che prende nuove forme tendendo costantemente verso lo sconosciuto, la sperimentazione, l'imprevedibile e l'inetichettabile.

Download

Alastis - The other side (1997)



Il terzo disco degli Alastis segna anche l'inizio del sodalizio con una major, nella fattispecie la tedesca Century Media. Il tentativo di ammodernare il sound consiste nell'inserimento ormai basilare di guitar synth e un tappeto di tastiere nell'esecuzione dei brani, in modo da ottenere un suono più "atmosferico". 'Passage' dei Samael aveva segnato pochi mesi prima un nuovo percorso musicale, ricco di synth e campionamenti. Gli Alastis pur utilizzando in minima parte l'elettronica si ispirano notevolmente ai concittadini e ben più noti compagni di etichetta discografica. Quasi del tutto privo di partiture in doppio pedale, 'The other side' è un disco elegante, che rasenta il gothic pur incorporando come di consueto altri elementi doom, groove e persino thrash. Con questo disco gli Alastis preservano le tinte fosche con cui avevano dipinto la propria proposta in passato, nonostante un cambio di alchimie in fase di composizione: ecco perchè questo terzo capitolo è un degno successore dei primi due dischi, che erano già molto differenti tra di loro. Le chitarre sono pesanti e sempre ben presenti, con l'inserimento di un secondo chitarrista, tale Nick, che si occupa delle parti soliste che sebbene non accentuate fanno capolino di tanto in tanto per sfumare una sezione ritmica comunque maggiormente affinata che in passato. Si segnala anche un utilizzo prominente del basso (purtroppo l'ultimo disco con Didier Rotten) rispetto a '...And Death smiled'. War D. a parte qualche spoken vocals non offre sperimentazioni vocali. La lentezza e i minor cambi di tempo stabilizzano il disco forse eccessivamente in composizioni sì ben definite ma non sempre accattivanti. In definitiva, a parte segnalare un artwork e dei testi trascurabili, bisogna dire che musicalmente l'album pur non essendo notevole merita rispetto, può far gola a chi è in cerca di un gothic-metal lento e atmosferico (anche se questa definizione non è calzante per questa band insolita) ma non è certo per chi cerca varietà in questo gran calderone...

Download

Alastis - ...and Death smiled (1995)



'...And death smiled', "il disco verde", il secondo degli svizzeri Alastis, uscito per la Adipocere nel 1995.
Chitarroni ritmici molto groove con un appoggio di tastiera ad amplificare un'atmosfera crepuscolare, spesso realmente incisiva ('Let me die'). Uso del doppio pedale senza mai pestare, voce roca (stile Steff dei cugini Sadness): in sintesi ecco gli elementi del primo (e più importante) distacco degli Alastis dal black/doom di 'The just law' (l'esordio, che per me resta tuttavia il miglior disco, oscuro ed evocativo).
Per fan di Samael e Celtic Frost gli Alastis possono essere una vera chicca o una brutta copia dei loro miti, questione di punti di vista. Lo stile seppur a-la 'ceremony of the opposites' testimonia un cambiamento interessante e molto catchy. 'Passage' dei Samael l'anno successivo avrebbe impiantato solidamente le basi per un nuovo approccio al quale gli Alastis si sarebbero un pò troppo conformati, con risultati non sempre soddisfacenti o addirittura mediocri. Ricordo un'intervista in cui War D. riguardo ai testi sottolineava che la propria intenzione fosse di spronare chi leggesse a compiere un processo di ricerca volto al recupero di libertà sopraffatte dalla religione; 'From the U.W.' è il preambolo che si rivolge direttamente all'ascoltatore:

"You can be master and worship yourself,
Fight at our side for the return of lost liberties"

Al di là di queste stronzate, il disco musicalmente è accattivante e seppur di breve durata costituisce un ascolto consigliato. Hit: 'Through your torpor', 'let me die', 'Your god'.

Download

Nocturnus - The Key (1990)






Tanto geniali nella musica quanto pacchiani nei testi e nell'attitudine: una band che ha realizzato due dischi seminali nel death metal (di cui solo uno compreso) prima di essere sopraffatta dalle faide interne e dal pettegolezzo.
'The key' è stato registrato nei Morrisound: produzione potente, che mette al tempo stesso in risalto il lavoro della tastiera. I Nocturnus sono stati i primi ad inserire la tastiera come strumento basilare nel death metal.
Mike Browning (voce e batteria) è il membro fondatore: militava nei Morbid Angel prima di lasciare non senza turbolenze la band: la leggenda vuole che Trey Azagthoth fosse stato trovato a letto con la ragazza dell'epoca di Browning. La forza della band risiede tuttavia nella coppia di chitarristi Mike Davis e Sean McNenney. Dotatissimi tecnicamente sfoderano una prestazione incredibile, tra virtuosismi solisti e un muro sonoro ritmico da paura. Mike Browning invece non è nè un buon cantante nè tantomeno un buon batterista: il suo istrionismo lo ha portato ad abbandonare la band l'anno successivo. 'Threshold' e l'EP omonimo che seguono sono due capolavori, ma la band risentì della crisi del genere e il peso della dipartita di Browning a livello d'immagine: quando l'attitudine diventa mito e ricopre la sostanza della musica...
'The key' è un capolavoro del genere da riscoprire: risente di echi thrash (slayerani) ma già espone le sperimentazioni sonore che caratterizzano il seguente, e più personale 'Thresholds'. La parte centrale di 'Lake of fire' è leggenda. Le mie preferite: 'Standing in blood', 'Andromeda strain', 'Lake of fire'. Un cosiglio spassionato: ascoltate il disco senza badare ai testi ridicoli che accompagnano quell'autentico caos sognante che è la musica...



Download

Machine head - Burn my eyes (1994)





Davidian

Blind man ask me forgiveness
I won't deny myself
Disrespect you have given
Your suffering's my wealth
I feed off pain, force fed to love it
And now I swallow whole
I'll never live in the past
Let freedom ring with a shotgun blast

Burn my fist to the concrete
My fear is my strength
Power, rage unbound because
Been pounded by the streets
Cyanide blood burns down the skyline
Hatred is purity
The bullet connects at last
Let freedom ring with a shotgun blast

Scarred
Pour the salt in the wound
Unscarred


Musica e ricordi della nostra vita spesso sono legati a doppia mandata, non sono certo io a scoprirlo. Tale connubio può giungere a rappresentare una forza trascinante capace di trasportarci in un luogo che risulta ameno nella routine ma che rievocato sprigiona significati profondi, indipendentemente dal valore della musica. Figurarsi quando la musica in questione è sbalorditiva, obiettivamente speciale, un anello di congiunzione con altre persone. 'Burn my eyes' è uno di quei dischi "eistenziali" per questo motivo, perchè trascende rispetto al suo valore di disco musicale esponenziale per il genere e il periodo in cui è uscito (1994), per la rottura di schemi, per il suo contenuto oserei dire quasi 'algebrico' delle complesse architetture che lo sorreggono e della rabbia che anima i testi, che fa riferimento alla dignità di essere umano laico e sognatore a cospetto di una società che reprime e etichetta, che distrugge e ci offre il niente a cospetto delle reali potenzialità del nostro pensiero di cui non usufruiamo più o meno consapevolmente. Questo disco ha lasciato un segno in più di un'occasione, mi ha accompagnato nell'infanzia, nell'adolescenza e nella maturità, mi ha aiutato a costruire, condividere e a recuperare tracce indelebili di solidarietà, benessere, e soprattutto emozione.
Mettere di fianco l'uno all'altro questi due booklet và decisamente al di là del feticismo o della commemorazione.
Settembre '94. Ancora non ci riprendevamo dalla sconfitta ai rigori del mondiale statunitense. C. riportò a casa in sequenza 'Fear, emtiness, despair' dei Napalm Death e il primo, già acclamatissimo album dei Machine Head, uscito da qualche settimana. Titolo: 'Burn my eyes'. La copertina è minimale e francamente trascurabile. Passivamente prima, attivamente e consapevolmente in un secondo momento, è assieme a 'Demanufacture' dei Fear Factory il disco che ho ascoltato di più in vita mia.
Sul retro booklet quattro facce incazzose (cfr. più tardi Kontos, dopo essere stato cacciato dal gruppo, disse che Flynn era un maledetto poser che obbligava gli altri a posare con le facce da duri sul modello Biohazard - ma c'era davvero bisogno che lo sottolineasse?? - ). Il tipo col cappello recante la scritta Oakland (la città californiana da cui provengono i Machine Head, eccezion fatta per il chitarrista canadese Logan Mader) è Chris Kontos, il batterista della band, l'ultimo ad essere stato reclutato. Aveva 24 anni e un talento incredibile. Tra i molti motivi per cui 'Burn my eyes' lega il suo nome alla storia c'è una prestazione memorabile di Kontos dietro le pelli, qualcosa di cui si parla ancora al giorno d'oggi tra una birra e l'altra. Dopo i tour nel '95 si ammalò e venne scaricato dal resto del gruppo.
Robb Flynn era un chitarrista ventiseienne stanco della sua band piuttosto famosa, i Vio-lence. Dopo due album acclamati dai sostenitori dell'old school thrash-metal della Bay Area "Trashers" di San Francisco-Oakland nel 1993 'Nothing to gain' ha fatto un buco nell'acqua, rallentando i tempi e non spaccando i culi come i puristi avrebbero voluto. Robb repentinamente mise su un nuovo gruppo con Logan Mader come seconda chitarra, Adam Duce al basso, e inizialmente Tony Costanza alla batteria, poi rimpiazzato dal già menzionato Chris Kontos. Dopo un demo ecco il contratto con la potentissima Roadrunner.
Flynn sorprese i più col suo timbro roco e aggressivo, ma anche con le sue divagazioni in pulito, un contrasto che si riflette anche nella musica e che sarebbe diventato il trademark della band.
La grandezza di ques'opera prima è riassumibile in pochi concetti con le parole: i Machine Head sono stati in grado di concepire un disco variegatissimo, ricco di rallentamenti e di accelerazioni improvvise, stravolgendo i canoni del thrash metal. Si dice spesso che non sia un album innovativo perchè gruppi come Exhorder e Pantera avevano già operato rivoluzioni determinanti nell'ambito del genere, battezzando quello che più tardi sarebbe stato definito come 'post-thrash', 'groove metal' o (termine usato maggiormente con un'accezione negativa) 'half-thrash'. Poco importa, se è per questo i puristi continuano a storcere il naso e fatti loro. Per quanto mi riguarda penso semplicemente che il post-thrash dei Pantera fosse diverso proprio nel senso. Flynn ha creato dei riff geniali mescolandoli su ritmiche sempre in contrasto, ma questa alternanza tra 'slow' e 'fast' ha una sua logica ben definita e non è confusionaria! Ogni brano nasconde sorprese, capovolgimenti inaspettati. Arpeggi e feedback (esageratissimi per essere un disco thrash, dopotutto), le stranezze nell'approccio vocale del frontman (che spesso utilizza dei 'go' o anche solo versi brutali per indicare un momento di svolta della strofa, è difficile esprimere questo concetto e sembra complicato da capire, ma chi conosce i brani sà a cosa alludo), un quadro in perenne chiaro/scuro ('None but my own', una delle mie hit, è probabilmente l'esemplificazione). 12 assoli stupefacenti dell'accoppiata Flynn/Mader, il disco successivo ne contiene soltanto la metà. Una produzione allucinante di Colin Richardson, i suoni sono cupi e claustrofobici al punto giusto.
Adoro 'None but my own', 'the rage to overcome' che ha un'intro spaziale, fino alle più compassate 'a nation of fire' (la tua preferita) introdotta dall'arpeggio di Logan e la struggente 'I'm your god now', che ti dedico: non c'è più nulla da chiarire o da esplicitare, dentro di me un altro mondo sommerso inesplicabile di aneddoti, ricordi e emozioni che appartengono solo a me.

I'm Your God Now

So pain told you to take her
Well I learned to accept that feeling
'Cause I found how to numb it
If only for just a short while
I'd get so high, I'd forget my own name
I scarred my fist, I scarred my brain
I think that i'm going insane
I think that I'm going insane

So Drink up, so shoot in
Why must this feeling end
I crawled in my narcotic shell
Was crucified in my own hell
A gutter's where I found myself
Among the waste I chose to dwell
I chose to dwell

So now I'm in your system
And I'm what helps you numb your pain
With time you will confide in me
So lonely my friend, I've made you lose control
You'll use me more and more with time
Our friendship grows with each mainline
So glad that you could be so blind
So glad that you could be so blind

So drink up, so shoot in
'Cause I'll make this feeling end
I built you this narcotic shell
I crucifies you in your hell
Your life not yours, you're just my slave
I am your messiah of pain
And time has come to
Time has come to, time has come to
There is no time to pray

'Cause I'm your God now


Machine Head - Burn my eyes (1994)

video

video Download

Il figlio (di Luc e Jean-Pierre Dardenne, 2002)


Una delle esperienze cinematografiche più forti, più ricche di suspense (quasi fosse un thriller) e più profonde degli ultimi anni.
Per l'antefatto (anche se qui non viene rivelato prima di metà film) e buona parte delle tematiche predominanti il film che associo immediatamente a 'Ucciderò un uomo' di Chabrol è 'Il figlio', a mio avviso la vetta del cinema dei fratelli Dardenne. Ovviamente i due film sono profondamente diversi. Lo stile dei registi belgi lo conosciamo fin troppo bene, non è minimamente didascalico, e attraverso un taglio documentaristico fa in modo che lo spettatore totalmente ignaro dei pensieri dei protagonisti (in questo caso un unico, grande protagonista) possa interpretarli soltanto attraverso i gesti e i dialoghi scarni, e viva "in tempo reale" il dipanarsi della lenta narrazione. Carcere minorile e commutazione della pena: il problema del risvolto sociale lambisce la vicenda ma non occupa il focus della riflessione, che è molto più intimo rispetto al film precedente, perchè si trasferisce su un piano squisitamente personale. Si fa strada in modo naturale e omogeneo il miglior pregio del film: fermare tempo e spazio, estinguere l'azione e contemporaneamente generare l'attivazione dell'identificazione dello spettatore, e metterlo alla prova. Mettiamo in discussione le nostre convinzioni e le nostre emozioni dinanzi a questo film, e il finale cinematografico coincide con un livello più profondo della nostra ricerca parallela, indipendentemente se si tratti della stessa conclusione. Cinema e immedesimazione.
Magistrale Olivier Gourmet.

Ucciderò un uomo (di Claude Chabrol, 1969)


Da un romanzo di Nicholas Blake (padre dell'attore Daniel Day-Lewis), Chabrol dirige un film straordinario.
Un trhiller teso, profondo, che esplora sentimenti di colpa, perdono/vendetta, senso di giustizia e libero arbitrio.
Per scoprire chi ha investito il proprio figlio di 6 anni, uccidendolo, lo scrittore Charles Thenier (Michel Duchaussoy) conduce un'indagine personale indipendente da quella canonica della polizia e ordinaria della legge: il suo obiettivo è di vendicarsi uccidendo l'assassino di suo figlio. Manca un passaggio, quello di come si regolerebbe la giustizia se egli stesso si macchiasse dello stesso delitto. Il codice della vendetta sembra non considerare il problema di vincoli morali insormontabili secondo i codici della legge. Si appella ad un senso della giustizia che coincide con il libero arbitrio. Fin dall'inizio lo scrittore appunta regolarmente su un'agenda i suoi pensieri e progetti. Questo particolare, che nel finale si rivelerà decisivo per sciogliere i dubbi sulla risoluzione del giallo, è anche un espediente per rivelare come voce fuori campo l'evolversi delle riflessioni del protagonista. Un artificio che potrebbe apparire didascalico o superfluo, ma la profondità e la sincerità che egli profonde tra quelle pagine rivelano una persona distrutta dal dolore e coincidono con le sue azioni, che sebbene razionalmente calcolate e apparentemente fredde, non esulano dal contaminarsi gradualmente nei sentimenti e nelle emozioni: la farsa con Helene si confonde con un amore sincero; il rapporto "paterno" con Philippe è una condivisione spontanea perchè entrambi trovano la stessa lunghezza d'onda nell'odio verso Paul.
E così infine Charles scopre la paura della conseguenza della sua azione e và incontro ad una fine più che onorevole alla stregua del Samourai di Melville (cfr. 'Frank Costello faccia d'angelo').
I ritratti sono sfumati con maestria e forse l'unica pecca risiede nel fatto che l'istrionico Paul Decourt (un fenomenale Jean Yanne) è palesemente odioso e ciò alleggerisce la questione legata alla colpa dei personaggi coinvolti nel suo turbine e alla riflessione sul concetto di giustizia. Ma il film è così ricco di labilità emotiva e dei comportamenti, che in questo caos dettato dalla fragilità umana emergono persone estremamente disperate, la cui solitudine per "cause di forza maggiore" resta incolmabile. Ciò invero accresce lo spessore della tragedia greca che si compone nella clamorosa parte finale e al tempo stesso l'accorata sintonia tra Charles e Helene.
Regia superba: la sequenza della gita in barca è suspense d'autore. Toccante oltremisura Helene, colpevole e vittima, una bellissima Caroline Cellier.
Ottimo comprimario Maurice Pialat nella parte dell'ispettore.

Paradise Lost - Shades of God (1992)




Anche i Paradise Lost hanno conosciuto un passo falso nel percorso folgorante che li ha portati al successo. Dopo il seminale 'Gothic' (1991) il tentativo è stato di sgrezzare le radici death metal in favore di un approccio più groove, senza perdere tuttavia la ruvidezza di quel suono granitico che fin da 'Lost Paradise' li aveva portati alla ribalta. I brani sono stati così concepiti in modo tale da essere più lunghi, articolati e intricati, ma come sappiamo complessità non sempre equivale a maturità: ci troviamo di fronte a composizioni poderose che tuttavia difficilmente decollano e trasportano, ostiche nel loro labirintico gioco di rallentamenti e accelerazioni. Ma un occhio di riguardo anche alla grande novità positiva, che è rimasta intatta a partire dal disco seguente e che anzi è divenuto il vero e proprio marchio di fabbrica del gruppo: la chitarra solista quasi persistente di Gregor Mackintosh. Il chitarrista mancino, leader della band, trova spazio nel contorto groviglio ritmico del disco permettendo ai brani di respirare su dolci e talvolta travolgenti giri melodici. Anche gli assoli sono molto più presenti che in passato, e conferiscono ancora oggi a questo disco incompreso un tratto distintivo. Tra i tentativi di alleggerire la pesantezza del disco ci sono anche inserti acustici ('Daylight torn', 'No forgiveness') e un intermezzo particolarmente riuscito in 'Your hand in mine'. A livello stilistico è forse il disco che ha più echi Sabbathiani e in generale del doom classico, e il disco è anche per questo il primo vero tentativo del gruppo di cominciare a scucirsi di dosso i panni di death metallers. La voce di Holmes è però l'elemento meno riuscito del disco: un growling meno brutale ma ugualmente possente rispetto al passato, in definitiva un cambiamento poco persuasivo. Da notare anche le primissime 'deep clean vocals' ('No forgiveness' e la prima strofa di 'Your hand in mine') che egli avrebbe utilizzato con successo sugli album seguenti.
Ho sempre apprezzato questo disco, per 'Crying for eternity' che è una delle mie hit (l'assolo chilometrico di Mackintosh resta uno dei frangenti più incantevoli della produzione musicale della band), la splendida 'The word made flesh' ma soprattutto per 'As I die': il brano conclusivo, quasi un episodio a parte rispetto a tutto il disco, con cui non azzecca quasi nulla a causa della struttura basilare e molto ma molto immediata. Il risultato? Successo mostruoso del video estratto (il primo videoclip della band, seguito da quello di 'Pity the sadness', altra hit), seguito da un singolo e la consapevolezza di aver trovato la strada giusta per sfondare definitivamente: più melodia e brani più semplici. Ecco il prototipo del clamoroso salto di qualità (in tutti i sensi) di 'Icon', il disco che ha consacrato definitivamente il gruppo (vedi commento).

As I die



Pity the sadness



Download

La piscina (di Jacques Deray, 1968)


Ciò che rende il film degno di nota è che non si capisca mai cosa realmente avvenga (o non avvenga) tra Jean Paul e Penelope. Ciò scatena un'infinità di considerazioni e sospetti.
Il non verbale è l'aspetto fondamentale del film, machiavellico e forse eccessivamente pretenzioso, ma sicuramente originale.
Peccato che la prima parte però vada eccessivamente a rilento, e i maliziosi ammiccamenti che pervadono l'atmosfera spesso finiscano per scadere nel patinato e nel 'rosa'.
Anche il giallo della seconda parte non convince fino in fondo, smorzandosi in un finale bruttino, tuttavia tiene alta la tensione.
Buona la caratterizzazione dei personaggi e dei rapporti tra di loro. Tra gli attori il più in forma m'è sembrato Maurice Ronet, il suo è un personaggio esuberante e antipatico, molto ben riuscito.
Vale una buona sufficienza, peccato perchè c'erano le prerogative per farne un film migliore a livello qualitativo.

Rocco e i suoi fratelli (di Luchino Visconti, 1960)


Un capolavoro che rimane immutato perchè è un film di significati non soltanto legati al periodo storico difficile e delicato in cui è ambientato.
Per me stenta un pò a decollare nei primi tre quarti d'ora; successivamente la crescita dei personaggi e le loro differenze marcate disegnano scenari di grandissimo impatto emozionale. Un film intenso, rabbioso e angosciante, in cui l'uomo si misura con sè stesso e con il contesto che lo accompagna.
Vincenzo, menefreghista e trasparente, un personaggio che colgo in una natura pesantemente negativa e egoista. Potrebbe accadere di tutto attorno a lui, ma rimane sempre nella sua posizione di chi 'ha una famiglia' e deve sacrificare tutto per essa.
Ciro, il più equilibrato, forse spesso esprime poca personalità ma è quantomeno coerente nella sua moralità.
Simone (un grandissimo Renato Salvatori), perduto nella propria natura ribelle in un contesto che lo frena e lo isola, non ha le chiavi per ricongiungersi col nucleo che lo potrebbe risanare. I suoi due atti criminali (tra le scene più ricche di pathos del film) ci appaiono come tentativo di riaffermare il proprio onore perduto e al tempo stesso esercizio di una moralità definitivamente perduta, persino aberrante, alla quale tuttavia la famiglia tramite Rocco mostra ancora uno scudo protettivo di perdono e comprensione che si rifanno a codici insiti nella natura del rapporto di consanguineità, che trascende dall'atto stesso, che non segue le leggi ordinarie della società.
Rocco è colui che perdona tutto in nome di questo codice, amatelo o detestatelo per questa sua bontà estrema e persino ingenua, ma almeno considerate l'umanità che è in grado di esprimere.
Il lavoro come fonte di generazione di sè stessi e dei propri piccoli obiettivi, di affermazione della propria personalità nella difficoltà di un contesto avverso e spesso incomprensibile.
Luca, il predestinato, colui che tornerà a O Paese per dar frutto della propria esperienza, l'incarnazione del sogno che tutto anche giù possa un giorno cambiare, il ricongiungimento con un'identità che non deve rimanere integra anche se esercitata in un luogo lontano nel quale è difficile riconoscersi.

Crash (di David Cronenberg, 1996)


"Stranamente, i nostri atti sessuali si compivano solo nella mia automobile. Nell'ampia camera da letto della sua casa d'affitto io non riuscivo infatti nemmeno a provocarmi un'erezione, ed Helen, divenendo polemica e distante, parlava a non finire dei lati più noiosi della sua professione."

(da 'Crash' di J.G. Ballard, ed. Feltrinelli, pag 74)


Siamo noi, intesi come parte integrante della società post-moderna, i protagonisti di 'Crash'. Siamo figli del secolo della "morte del sentimento" (cit.), accomunati da un ateismo che non è la conseguenza di una ricerca interiore ma sviluppatosi piuttosto in funzione di una necessità dell'Io di liberarsi del vincolo morale di un d.io che possa frenare il piacere irresistibile di rendersi schiavo del leitmotiv della società in cui viviamo, quella del "tutto è possibile". In questa 'nuova' prospettiva stiamo rigettando il futuro in favore di un presente allargato a dismisura dal moltiplicarsi delle possibilità di appagamento dei nostri piaceri, che una volta soddisfatti ci rimandano un'immagine di noi stessi priva di contenuti, effimera; maschere omologate di noi stessi in un mondo sempre più tecnologico in cui proviamo quotidianamente il piacere perverso di poter ottenere tutto in molte forme, e andiamo a letto (in tutti i sensi) convinti di essere in possesso dunque di capacità illimitate di concettualizzazione. Questo presente si ripete in un circolo vizioso, ci allontana gradualmente da un futuro vero e possibile ma totalmente inarrivabile. Giungiamo a perdere il valore della vita e la paura della morte in una sindrome di onnipotenza pericolosa per noi e per gli altri. La tecnologia è il nostro fiero prodotto-feticcio, mezzo di appagamento, culla di una perversione diabolica. Viviamo questo connubio in una danza macabra che è l'emblema del raggiungimento di un modo nuovo di vivere, ma non di esistere. I protagonisti di 'Crash', in sintesi, provano quotidianamente l'eccesso, si sostituiscono al libero arbitrio, hanno un concetto di 'libertà' fittizio e attuano dunque la negazione dell'esistere, dell'esperire, del riflettere, del provare emozioni, del concepire un futuro.
L'auto è una metafora sessuale eppure anche il crogiolo della perversione, in cui il sentimento è sostituito dal piacere che se ne ricava dall'unire l'atto sessuale al desiderio di mutilazione e autodistruzione. Simboleggia altresì il potentissimo e pericolosissimo connubio della società omologata, tra uomo e tecnologia. Un legame indissolubile che come ho letto da qualcuno, in un'immagine eloquente, conduce alla progressiva "meccanizzazione dell'Io".
Cronenberg fin dalla fine degli anni '60 aveva mostrato interesse per l'omnisessualità e la modificazione della sessualità in concomitanza dell'avvento sempre più massiccio della tecnologia nelle nostre vite. Il romanzo di Ballard e questo suo capolavoro degli anni '90 sono la perfetta sintonia che fantascienza letteraria e cinematografica potessero trovare.
Colonna sonora di Howard Shore brillante e calzante. Ciascun attore è in grado di ritagliarsi un ruolo indimenticabile. Il protagonista è in effetti James Ballard, ma dopo la visione del film è difficile non mettere sullo stesso piano l'imponenza fisica e carismatica dei personaggi che si rincorrono, si scambiano e si congiungono in coiti e scontri assurdi e morbosi, uniti da una perversione comune che li ha resi tutti uguali. Ed è questo il maggior merito del film, quello di tradurre sapientemente la spersonalizzazione e di rendere ogni personaggio la copia identica di ciascun altro, in conformità ad una sceneggiatura perfettamente ripetitiva e alienante.

Il margine (di Walerian Borowczyk, 1976)


Adoro 'il margine' pur nei suoi enormi difetti. Un film amaro, forte (ma non abbastanza) nei contenuti ma così delicato nel gusto formale. Un quadro in movimento di un regista che cominciava ad accusare i primi segnali di decadimento dopo il grandioso e meritato successo del suo miglior film ('La bestia'). Anche questo film rischia di cadere spesso più nella provocazione e nel compiacimento quasi dimenticando i risvolti psicologici del protagonista, che sembrano inizialmente interessare. Sigimond giura fedeltà, sappiamo che qualcosa è dietro l'angolo: la mancanza di godere del vero senso della libertà si trasforma in noia, e la trasgressione è dietro l'angolo. La lettera che riceve sulle sorti di sua moglie e suo figlio, che qui non rivelo, lo spingono a darsi un margine (da qui, presumo, il titolo) di tempo in cui collocare il proprio senso di colpa. Continuare il proprio atto infedele sopprime la coscienza o rischia di esasperare il proprio senso di colpa? Ovviamente c'è una risoluzione plausibile, ma manca quasi del tutto, da un momento in poi, l'interiorizzazione del protagonista. Non di certo aiutato da uno spentissimo e monoespressivo Joe Dallesandro, il film non decolla. Ma che bella e sensuale Sylvia Kristel: il suo personaggio finisce per risultare il più uniforme, e il finale eloquente sulla routine del suo mestiere che l'ha preservata da un coinvolgimento affettivo al punto da rinvigorire un circolo infinito, getta nuova luce sulle ambizioni del film, ossia di divaricare in misura decisamente netta i due mondi morali e psichici dei protagonisti. Alla fine resta tuttavia superficialmente un film di indubbia eleganza, tra sequenze erotiche molto belle, su un taciturno legame che si crea apparentemente per passione ma a volerlo indagare per uno (Sigimond) è il perpetuare di un atto di cui egli cerca una sorta di consacrazione morale che possa giustificarlo ai suoi stessi occhi, per l'altra (Diana) è la possibilità di accumulare compensi sempre maggiori. Il fine utilitaristico in questo caso del sesso, almeno quello, attraverso delle sequenze erotiche così orchestrate, è rappresentato con ineccepibile correttezza. La colonna sonora è meravigliosa, tuttavia non tutti i brani sono collocati nei momenti giusti (non era proprio il caso di inserire "Shine on you crazy diamond" nel momento in cui è stato fatto).

I racconti immorali di Borowczyk (di Walerian Borowczyk, 1974)


Film a episodi, rovinato nell'edizione italiana (come quasi ogni film del regista, specie tra quelli degli anni '70). Erotismo raffinato da cui trapelano molti dei contenuti del cinema di Borowczyk, qui ancora nel pieno della sua forma. Il primo episodio, il più lungo, è quello relativo alla contessa Bathory. Storia nota, vista e stravista in tutte le salse, a cui Borowczyk aggiunge la solita vena graffiante di cui è capace sul tradimento. E la ferocia con cui la contessa e il paggio compiono i propri misfatti resta velata, fuori campo, in un tripudio di sequenze eleganti in un estetismo ricercato. Bellissima Paloma Picasso, scelta azzeccata, inquietante nella sua espressione di beatitudine compiaciuta.
Con 'Teresa filosofa' ecco il Borowczyk anticlericale, con sfumature grottesche come di consueto, in un breve episodio con un finale beffardo.
'La marea' è l'episodio più raffinato e devo ammettere il mio preferito, penso che il regista polacco qui sfiori la sua vetta nella rappresentazione dell'eros, per quanto di norma preferisca le sue sfumature irriverenti e un po meno esteticamente ricercate. Bellissimo il trapasso al suono della marea, un episodio memorabile per gusto e cornice degna di un grande dipinto; la forza dell'immagine si commenta da sola, racchiusa in una fotografia sublime.
'Lucrezia Borgia' è un altro breve excursus storico, pervaso da sentimenti anticlericali in una delle vicende più oscure dei papati, ossia i presunti incesti tra il papa Alessandro VI e i suoi due figli. Troppo breve per lasciare un segno, troppo lungo 'Erzesbet Báthory': i soliti sbalzi dei film a episodi del regista.

Carlito's way (di Brian De Palma, 1993)


Portoricano in un quartiere di gangster Carlito ha navigato fin da bambino nella melma, ha raschiato il fondo della disumanità e dei giochi di potere e di onore/rispetto nauseabondi, ora esce di prigione dopo 5 anni con la strenua determinazione di cambiar vita, di dare forma concreta al suo "sogno" (rilevare un autonoleggio). Ma è come una gara di cui l'arrivo è solo un miraggio, ogni tentativo di avvicinarsi al traguardo è minato da decine di ostacoli beffardi. E' un film sul grandissimo paradosso che è la vita, sull'impossibilità di cambiare un destino segnato, in una galleria di personaggi controversi, amicizie di facciata, squallide alleanze e meschinità di ogni genere. Carlito è accompagnato in questa discesa negli inferi da un avvocato di cui ogni passo sintomatico verso la follia è un tassello orchestrato magistralmente e reso in modo sublime dalla verve di Sean Penn. Forse non ha pensato abbastanza a se stesso, forse ha voluto rendere omaggio con un fervore maniacale ai "favori" in un mondo in cui l'onore e il relativo credito/debito è la regola basilare. Ma Carlito è nato e cresciuto in quel mondo, sono anche le sue regole, da cui apprende che è impossibile uscire pur riuscendo a guardare 'al di là' di quella barriera (ed è l'unico personaggio del film). Uno dei migliori De Palma, il plot è meno ricco di azione di 'Scarface' ma la sua potentissima introspezione lo eleva nei confronti del suo scomodo predecessore (che a sua volta paga dazio anche con l'originale di Hawks), e Al Pacino più misurato e malinconico mostra un altro lato eccezionale della sua straordinaria versatilità recitativa.

Cordero de dios (di Lucia Cedron, 2009)


Rosa camuna d'oro al Bergamo film meeting 2009 assegnata ad un film interessante sul ruolo della coscienza collettiva nella rivisitazione dei grandi eventi che hanno sconvolto il tessuto sociale di un paese. Questo film attraverso la storia di una famiglia e conseguentemente ad un fatto di cronaca si pone come prerogativa pregevole quella di unire su uno stesso piano di realtà due periodi bui per la storia dell'Argentina. Apparentemente privi di legami, dittatura degli anni '70 e crisi economica dei primissimi anni del nuovo millennio custodiscono un profondo vincolo. L'introspezione di una madre/figlia segnata da segreti che vengono alla luce e un'asciutta ricostruzione storica del passato sono le chiavi per comprendere le dinamiche del rancore, dei sensi di colpa, di un profondo segno tenuto dentro per troppo a lungo e che una volta rivelatosi in tutta la sua chiarezza pone la questione del perdono, in una parte finale convincente. D'altra parte c'è Guillermina, troppo piccola alla fine degli anni '70 ma per la quale gli eventi sono stati talmente determinanti nel cambiare la sua vita da restare vividissimi. Ma quanto è imprescindibile rivelare e unire la propria coscienza degli eventi che hanno cambiato la vita dei protagonisti, seppur nell'arduo compito di farla emergere, perchè ciò significa aprire totalmente dapprima a se stessi e in un secondo momento agli altri il senso che ciascuno può attribuire al proprio vissuto.
La nostalgia è l'aspetto più dolce di questo film sincero fino in fondo.

Lo specchio (di Andrei Tarkovskij, 1974)


Conoscere un minimo di biografia del regista è indispensabile per avvicinarsi a questo film tutt'altro che criptico, benchè risulti senza dubbio difficilmente fruibile.
Questo film racconta di un uomo di quarant'anni che costretto a letto da una forma non meglio specificata di angina si ritrova a dover fare i conti con tutto: sentimenti di colpa verso la madre, un matrimonio fallito e l'educazione dei propri figli, un'infanzia e un'adolescenza trascorsa con sole donne, la mancanza di una figura genitoriale come quella del padre poeta e in generale eredità pesante con cui confrontarsi costantemente.
Mentre ripercorre questi momenti personali, il protagonista su un piano equivalente in termini di importanza pone vicende che hanno segnato il proprio paese, e sia direttamente che di riflesso anche la storia della propria famiglia.
I tormenti non derivano solo dai rapporti con se stesso e con gli altri, ma anche dal peso storico degli avvenimenti che hanno segnato la sua crescita: il regime di Stalin, la seconda guerra mondiale, l'ascesa al potere di Mao. Tutti questi frammenti, personali e non, compongono un quadro multiforme, disposto su diversi strati tra realtà e sogno, tra passato e presente. Intervallate dalle poesie di suo padre Arsenij, le immagini spesso comunicano da sole senza dialoghi, dotate di una forza espressiva notevole, raccolte in una fotografia splendida alternata tra b/n, colore e seppia.
Viene da chiedersi come è possibile se non identificarsi, associare i propri vissuti a tutte queste sequenze di una cultura così differente dalla nostra, segnata da altri fattori; cosa c'entriamo ad esempio con la rivendicazione dell'appartenenza alle proprie irrinunciabili origini di un artista vittima di un ostracismo insensato (sè stesso/Ignat che legge la lettera di Puškin) del suo paese. E' la magia di questo film, ossia di svelare un motore nascosto che muove la ricerca che onestamente cerchiamo di compiere nei confronti di noi stessi. Tempi, eventi, spazi cambiano, ma la domanda è universale. Ne 'L'infanzia di Ivan' c'è un'infanzia strappata da un evento più grande, un macigno che sconvolge inevitabilmente una 'normale' crescita. C'è un sentimento individuale ma anche un avvenimento storico come sfondo, di grandissima portata. In 'Andrej Rublev' è la crisi dell'artista il nodo cruciale, ma anche qui eventi storici intaccano l'individuo, il suo rapporto con l'arte e la natura, e in una visione più intima il rapporto con se stesso. Ne 'lo specchio' c'è tutto questo, ma è il regista stesso ad essere il protagonista, il centro, vittima, artefice, concausa degli avvenimenti. "Lasciatemi in pace, in fin dei conti volevo solo essere felice". Quale lo strumento per cercare di scoprire la felicità, il senso di colpa, rivalutare e modificare i propri giudizi? E' la regressione ad uno stadio antecedente al presente, riappropriarsi di immagini, suoni, sensazioni dimenticate. Lì trovano posto le ragioni che ci hanno cullato e che ci hanno cambiato, lì era tutto possibile, la morte non esisteva e la speranza regnava.
Dinanzi ai film grandi film autobiografici ho sempre avuto una sorta di soggezione e di riverenza nei confronti di quell'autoreferenzialità dell'autore che in qualche modo potesse sfuggirmi, risultare distante e persino incomprensibile. Ho guardato questo film diversi anni fa, e sono rimasto estasiato soprattutto dalla magnificenza visiva. Poi è accaduto qualcosa, nel corso del tempo diverse immagini continuavano a martellarmi, si riunivano, s'incollavano a dei vissuti che sentivo come propri. Ho selezionato questo dvd dalla mia libreria prima di un viaggio apparentemente senza un reale motivo; ciò è avvenuto prima di prendere consapevolezza che la mia scelta riguardava una singolare concomitanza, il ritorno tra i miei luoghi d'infanzia, rimossi da anni di 'esilio'. Ed è qui che ho accarezzato l'universalità di quelle immagini, di quelle sensazioni, in pace e armonia con me stesso in un'esperienza personale inspiegabile e intraducibile.
E' un film che fornisce la speranza, come non a caso un altro grande film d'autore autobiografico come '8 e 1/2'. E' un film in cui il protagonista è allettato come Bergman per 'Persona' o Proust per la sua 'Recherche'. E' un film che testimonia la riappropriazione di significati reali e la formazione di pensieri diversi nell'accettazione che questa esistenza è più grande di essi. Ma è soprattutto un film che attraverso quel volo di uccello e la frase finale dell'Aleksei/Andrej ci ribadisce che tutto è possibile: Yuri ha smesso di balbettare quando ha considerato, più in generale, che esiste un'altra prospettiva di guardare la vita in cui la paura scompare.

I gatti persiani (di Bahman Ghobadi, 2009)


Dopo il bellissimo 'Persepolis' un altro film che spero si diffonderà nel resto del mondo e riscuoterà il suo meritato successo. Il regista è lo stesso del meraviglioso 'Anche le tartarughe volano'.
Questo è di gran lunga uno dei migliori film proiettati durante lo scorso festival di Cannes (insieme a 'Un prophete' e 'Polytechnique' è quello che ho apprezzato maggiormente). Un ritratto toccante e commovente di una realtà, o meglio dire 'della realtà' nascosta di un paese. Il film è stato girato ovviamente senza autorizzazione, clandestinamente. Con taglio documentaristico mostra e raccoglie voci ed esperienze di vita, piccoli e grandi escamotage per sfuggire ad una legge barbarica che proibisce la libertà di esprimere il proprio estro creativo. Dotato di una grandissima capacità comunicativa attraverso il linguaggio della musica, non è solo un film musicale. Tratteggia ritratti di vita di una nuova generazione stanca di sottostare ad un regime soffocante. L'alba del malessere serpeggiante sfociato nei recenti scontri e (mal)celati massacri all'indomani delle elezioni in Iran. Ma questo film è stato girato diverso tempo prima: facendo mente a ritroso di un solo anno, dopo 'Valzer con Bashir' un nuovo, profetico (?) lungometraggio ad aprirci gli occhi.

La pivellina (di Tizza Covi, Rainer Frimmel, 2009)


Il degrado della periferia nord-est di Roma (San Basilio) vista dal suo interno con garbo e naturalezza. Un film girato con pochissimi mezzi, semplicissimo, in grado di far sorridere e riflettere.
Un'attrice di strada trova una bimba di due anni in un parco, in tasca un bigliettino misero. L'accoglie, la nutre, stravolge la sua vita già di per sè difficoltosa per prendersene cura. Ma non bada a tutto ciò, il suo impegno è totalmente devoto, quasi si fossero rovesciati i ruoli di chi è la 'sconosciuta' e chi la 'madre'. Tutto il circondario tra le roulotte di San Basilio accolgono la piccola Asia come una grande famiglia (su tutti menzione speciale per Tairo Caroli che si ritaglia un personaggio esilarante). Ma la favola dolcissima nasconde qualcosa di tremendamente reale che piomba come una mazzata in un finale struggente.

Il mio amico Eric (di Ken Loach, 2009)


Ken Loach cambia pelle, si regala e ci regala un film apparentemente più leggero e frizzante, con un protagonista in gran forma (Steve Evets) e un personaggio come Eric Cantona utilizzato nel migliore dei modi. E' proprio quest'ultimo il fulcro della vicenda, che tra commedia e dramma sviscera problemi di convivenza familiare, relazione con la memoria e la pace con se stessi. E' in qualche modo sempre un film incentrato su un risvolto sociale, è il modo in cui il regista stavolta analizza il suo focus perenne ad essere indubbiamente di maggior presa e fascino. Devo dire che dispetto alle attese il film è decisamente in grado di bilanciare i suoi momenti più pittoreschi con quelli più 'forti'. Un mix elegante che varrebbe la pena guardare anche solo per le citazioni a ripetizione di proverbi da parte del campione indimenticato del Machester. E' anche un'occasione per rivedere qualche bel gol, e ovviamente il calcione allo spettatore, pur menzionato, ci viene risparmiato.
Innumerevole presenza di 'fuck'.

Hakuchi - L'idiota (di Akira Kurosawa, 1951)


Lev N. - Moriva a ventisette anni, sano e forte; ricordava che nel salutare i compagni a uno di loro aveva posto una domanda che non c'entrava nulla, e si era anche molto interessato alla risposta. Dopo che ebbe dato l'addio ai compagni vennero i due minuti che aveva destinato a 'pensare a se stesso'; sapeva già prima a che cosa avrebbe pensato, aveva sempre desiderato figurarsi nel modo più rapido e chiaro possibile quel che sarebbe accaduto: lui adesso esisteva e viveva, ma in capo a tre minuti sarebbe stato già 'un non so che', qualcuno, qualcosa, ma chi? E dove? Pensava di risolvere tutto questo in quei due minuti! Non lontano c'era una chiesa, e il suo tetto dorato brillava sotto il sole splendente. Ricordava di aver fissato molto intensamente quella cupola, e i raggi che vi si riflettevano; non poteva staccarsi dai raggi, gli pareva che quei raggi sarebbero stati la sua nuova natura, e che tre minuti dopo sarebbe in qualche modo confluito in essi... L'incertezza e la repulsione verso quell'ignoto che sarebbe diventato e che stava proprio per giungere erano tremende; ma lui diceva che in quel momento niente era per lui più penoso dell'incessante pensiero "Oh, poter non morire! Poter far tornare indietro la vita: che eternità! E tutto questo sarebbe mio! Allora trasformerei ogni minuto in un intero secolo, non ne perderei niente, terrei in conto ogni minuto, per non sprecare invano nemmeno più un istante!". Diceva che questo pensiero alla fine gli era degenerato in una rabbia tale da fargli desiderare che gli sparassero al più presto. -
- Avete finito? - chiese Aglaja.
- Come? Sì, ho finito - disse il principe, riaffiorando da una fissità pensosa.
- Ma con che scopo ci avete raccontato questo? -
- Così... Mi era tornato in mente... a proposito della conversazione... -
- Siete molto frammentario, principe - notò Aleksandra. - Con tutta probabilità volevate concludere che non bisogna dare a nessun istante il valore solamente di una kopejka, e che a volte cinque minuti sono più preziosi di un tesoro. Tutto ciò è lodevole, ma permettete, questo vostro conoscente, che vi ha raccontato tutte quelle cose atroci... a lui avevano commutato la pena, e perciò donato quella 'vita infinita'. Bè, che ha fatto lui in seguito di questa ricchezza? Ha vissuto 'tenendo in conto' ogni attimo? -
- Oh, no, me l'ha detto lui stesso, rispondendo alle mie domande, che non aveva poi affatto vissuto così, e aveva perduto moltissimi attimi. -
(Ed. Mondadori pagg 82-83)

Unitamente a Visconti, Kurosawa è colui che ha saputo trasporre con più incisività Dostoevskij sul grande schermo.
Tra i suoi primi film 'L'Idiota' è sicuramente il più pretenzioso: un'opera mastodontica realizzata con grandi mezzi a disposizione, ma mutilata dalla casa di produzione (la Shochiku) addirittura quasi della metà rispetto alla durata totale, che inizialmente superava le quattro ore. Le parti tagliate sono andate perdute per sempre. Un vero scempio a cui consegue una visione parziale di ciò che il regista aveva intenzione di comunicare.
Di conseguenza ci troviamo dinanzi ad un dato di fatto obiettivo, al quale se ne aggiunge un secondo, prettamente soggettivo.
Il primo è che, malinconicamente, della visione di ciò che era negli intenti del regista non ci perviene che un frammento. Ciò penalizza notevolmente il risultato finale con cui dobbiamo confrontarci.
Il secondo, come scritto soggettivo e che accomuna chi ha affrontato questa prova esistenziale, è la consapevolezza che il romanzo è intraducibile; nella fattispecie, che esso custodisce un segreto che alcun linguaggio cinematografico potrà mai essere capace di cogliere.
Il tentativo di Kurosawa tuttavia, per quel che possiamo verificare ovviamente, risulta eccellente, encomiabile. Traspone gli ambienti del romanzo (essenzialmente -San- Pietroburgo, Pavlovsk e Mosca) nel Giappone del primo dopoguerra (Sapporo, principalmente). Snellisce gli ambienti di ogni connotazione aristocratica, fino ad eliminare ogni scontro dialettico politico e sociologico del romanzo. Tutto ciò in favore di una uniformità di scenari accomunati da paesaggi innevati negli esterni e locali spogli negli interni. Il bianco e nero profonde una sensazione forte e suggestiva di contrasto, l'ambiguità degli intenti e dei personaggi. La capacità di scavare all'interno dei protagonisti è in alcuni casi perfino superlativa: Akama/Rogozin è il personaggio più fedele, non solo per merito dello straordinario Toshiro Mifune. Il suo profilo è dettagliato, il suo ghigno e i suoi occhi (che Kameda/Myskin coglie su di sè dappertutto) sono particolari non di poco conto su cui Kurosawa fa giustamente affidamento, assieme a molte altre sfumature di altri personaggi e situazioni che arricchiscono il quadro generale e su cui evidentemente è stato svolto un lavoro maniacale. Descriverli tutti sarebbe impossibile e superfluo.
Viceversa è il personaggio di Taeko/Nastas'ja Filippovna (la deliziosa Setsuko Hara) a risultare meno "potente" e influente di quel che realmente è nell'economia dello svolgimento dei fatti e del fascino maliardo (dovuto alla sua -presunta?- follia nel romanzo, che qui viene alquanto sminuita) che produce su tutti i personaggi. Questo è uno dei tanti particolari che fanno riferimento a quella sfera di 'intraducibilità' che pervade il romanzo, a cui evidentemente i tagli corposi della casa di produzione sul risultato finale hanno contribuito nella resa finale.
La dilatazione mostruosa dei passaggi temporali, altra caratteristica di importanza capitale, è un'altra dimensione invalutabile, sempre sia per via della decurtazione di pellicola che per la loro resa effettiva su celluloide. Kurosawa cambia molte carte in tavola nelle situazioni (un esempio su tutti è la rottura del vaso: ma quella scena, mancando del tutto i riferimenti ad ambienti borghesi nel film, non sarebbe potuta essere raccontata in altro modo) ma realizza, nella sua aderenza accanita alla teatralità delle 'scene madri', sequenze riuscitissime, emozionanti: l'attacco epilettico di Myskin, oppure il confronto tra Nastas'ja e Aglaja davanti agli occhi impietriti di Myskin e Parfen Rogozin, che nel romanzo è commovente. Kurosawa aveva a disposizione una squadra di attori di altissimo livello, in grado di adattarsi di pari passo alla versatilità delle sue opere.
Alla fine l'Imperatore riesce nell'impresa faticosissima, al di là di tutti i problemi, di realizzare un film degnissimo di nota, mettendo in mostra molti temi importanti e adeguandosi nel migliore dei modi ad un testo di partenza quasi proibitivo. Questo film è un esempio ulteriore della capacità di questo regista eccelso di costruire ritratti psicologici magistrali e di profondere emozioni con una sensibilità rara. Resta tutto in quella scena appena citata, o negli sguardi del principe e Rogozin nella nottata di veglia: la disperazione della solitudine, nella sua forma più agghiacciante.

Lev N. - E' mai possibile?... Ma non vedete com'è infelice? -
Fece a malapena in tempo a pronunciare queste parole, poi ammutolì sotto lo sguardo terribile di Aglaja. Quello sguardo esprimeva un dolore così atroce e nello stesso tempo un odio così infinito, che egli giunse le mani, gridò e si slanciò verso di lei, ma era troppo tardi!
(Ed. Mondadori pag. 781)

Quelli che camminavano sulla coda della tigre (di Akira Kurosawa, 1945)


L'appellativo 'drammatico' difficilmente si addice ad un film di Kurosawa.
Trattasi di pièce teatrale ispirata al No nipponico, ma arricchita dal regista da gran parte degli elementi che caratterizzano i 'jidai geki' successivi: l'azione epica esteriore e l'uomo nella sua compattezza etica come nucleo fondante. I samurai protagonisti sembrerebbero davvero dei semplici monaci se non sapessimo la loro reale identità. Ma soprattutto quel tocco ironico in grado di disgregare un'apparente solenne e drammatica azione scenica, in modo da rendere ciò che vediamo così reale e ci permette di amplificare la nostra soggettività nell'entrare e nell'identificarsi in quei personaggi così umani e così cosmopoliti, frutto della visione artistica e esistenziale di un regista che ha saputo coniugare come nessun altro oriente e occidente in un unico quadro d'insieme.
Mi chiedo cosa sarebbe venuto fuori se il film fosse stato più lungo. In fondo ciò che vediamo in quest'ora scarsa è un plot sviluppato solo nel suo cuore fondante e troncato all'inizio e alla fine. Possiamo solo immaginare cosa accadrà a quegli uomini e ci viene raccontato in breve cosa è già accaduto.
Ne sarebbe venuto fuori certamente un film molto più complesso e dispendioso, all'epoca era impossibile realizzare certi film, per cui è bene gosersi questo concentrato in pieno stile Kurosawa con esiti soprendenti. Io stesso avevo vergognosamente storto il naso quando il mio negoziante di dvd di fiducia (che per inciso non capisce una mazza di Kurosawa tant'è che sostiene che 'Sogni' sia il migliore, cosa che è obiettivamente opinabile) mi disse che era uscito questo dvd. Il problema era e rimane che ormai quasi tutti i primi Kurosawa sono disponibili in dvd (grazie al lavorone della Mondo Home Entertainment 2005-2006) mentre 'Ran' continua a rimanere sullo scaffale in forma di VHS de 'L'Espresso'. Bisogna pazientare ancora.
Tornando al film, è se non mi sbaglio anche l'esordio di Masayuki Mori. Ovviamente non piacque tanto da uscire solo cinque anni più tardi, e in dvd se non sbaglio nel Febbraio 2007. Consigliato specie se riuscite a beccare l'offerta a prezzo economico.

Sugata sanshiro (di Akira Kurosawa, 1943)


Con il suo primo film Kurosawa descrive il mondo del judo, sottolineando i suoi princìpi tramite una bella storia in cui si fondono i valori della lotta e i buoni sentimenti.
Il protagonista e Chee (anche se nella versione italiana credo che il suo nome sia stato cambiato) che a fatica e con grande determinzaione riesce ad entrare a far parte di una scuola di judo, ben presto rivelandosi come un bravo e tenace judoka.
I due momenti più importanti sono sicuramente la sfida del torneo contro il padre della ragazza di cui si innamora (il padre è il mitico Takashi Shimura), in cui spicca la morale di chi è sconfitto nelle competizioni, e lo scontro finale con Kuo, il suo eterno sfidante per tutto il film.
Kurosawa realizza il suo primo film con poche pretese centrando gli obiettivi in pieno. Un film scorrevole e godibilissimo.

Augury - Concealed (2004)




"The ultimate recipe for power:
First spread the disease, then come selling the pill"

Canada, Quebec, Montreal. Se intendiamo conoscere i pregressi di questo capolavoro assoluto di un genere che pochi anni prima era stato giudicato a più voci "incapace di rinnovarsi", scoperchiamo una scena prolifica più che mai, nata prepotentemente nella seconda metà degli anni '90, ed erettasi su tre pietre miliari come 'None so vile' (il secondo album dei Cryptopsy, del 1996),‘The erosion of sanity’ e ‘Obscura’ (rispettivamente secondo e terzo album dei Gorguts), senza dimenticare i primi Kataklysm (di ‘The Mystical Gate of Reincarnation’ del 1993 – EP – e ‘Sorcery’ del 1995).
Gli Augury sono una band che ruota su tre musicisti di grandissimo spessore tecnico: Patrick Loisel (voce e chitarra), Mathieu Marcotte (chitarra) e Dominic ‘Forest’ Lapointe (basso). Patrick ha radici thrash in una band, Foreshadow, rimasta underground. In ‘Origin’ (1999) dei Kralizec suona un pò di tutto e in quel disco un bel po’ controverso (per un’etichetta portoghese, tra l’altro) dà prova della sua versatilità vocale e di un certo apprezzamento per melodie epiche e orientali che costituiscono anche buona parte del ‘mood’ degli Augury. Risale al bellissimo ‘Deep Inside’ download (2000), primo e unico disco degli Spasme, il primo incontro musicale con Mathieu Marcotte: quest’ultimo era la mente degli Spasme, alla chitarra, mentre Patrick in quel disco è un semplice session alla tastiera.
E’ dell’anno seguente invece il primo disco degli Atheretic, anch’essi fautori di un death-metal brutale e tecnico in cui il basso era suonato da Dominic (‘Adhesion, Aversion’ download), anche se è un elemento penalizzato dalla registrazione.
Con Ethienne Gallo, batterista strepitoso che ritroviamo tra gli altri anche nei primi Neuraxis e nel primo e unico disco dei Disembarkation (‘Rancorous Observision’ del 2000, bellissimo, sempre per la Neoblast download) i tre formarono gli Augury.
Una band che si contraddistingue per la varietà e la ricercatezza della proposta. Una padronanza degli strumenti invidiabile. Ogni musicista si ritaglia il suo spazio in una composizione finale che è il risultato di tasselli diversi che si combinano in un unico quadro multiforme e vario, sempre imprevedibile, tra giochi di chiaro/scuro magici creati con le alternanze e compresenze di chitarre acustiche, giri e soli di basso meravigliosi, assoli e melodie esemplari.
Di brutal gli Augury non hanno molto. Il loro death metal è improntato su ritmiche possenti e claustrofobiche che ricordano quelle del citato ‘Obscura’, effettivamente, ma a cui aggiungono poliritmie in diverse salse. Gli assalti sonori sono veramente devastanti ma i blast beats di Ethienne non sono esageratamente sostenuti come quelli di Flo Mounier, per fare un esempio. L'uso delle melodie è eccezionale perchè esse non sono la base del suono ma un supplemento utilizzato spesso per diversificare il pattern ritmico. E hanno lo stesso scopo l'uso magistrale del basso da parte di Dominic, l'utilizzo dei cori femminili, la versatilità della voce di Patrick anche nell'uso del growling stesso.
La creatività è invidiabile, il quadro complessivo è vario ma calcolato in ogni suo dettaglio, mai inutile sfoggio di tecnica o tentativo di impastare suoni e generi diversi (un po la pecca del disco dei Kralizec anticipato sopra).
E poi ci sono quegli intermezzi acustici veramente deliziosi, quell'atmosfera onnipresente dal sapore solenne e malinconico. E non è quel gusto orientale che i Nile o i conterranei Necronomicon (che si fanno preferire ai ben più blasonati statunitensi) pongono come prerogativa, ma un fascino che aleggia in modo persistente sull’intero disco evocato dall'insieme. Dominic è uno dei bassisti più dotati della scena metal, da solo vale l’acquisto di questo monumentale disco già di culto a soli 5 anni dalla sua uscita per la piccola Galy records.
E' difficile stabilire i brani più suggestivi. 'Nocebo' è uno dei miei preferiti in assoluto, ma potrei citare qualunque brano, da 'Beatus' che ha una parte finale trasinante fino al solo di Pat con la risonanza, o l'intro di basso di 'Cosmic migration'. '...ever know peace again' ha un climax finale da brividi, in cui Patrick tocca la vetta del coinvolgimento emozionale che è capace di trasmettere. 'From eden estranged...' una strumentale contraddistinta da arpeggi mozzafiato, 'Alien shores' un intro delicato in cui spicca un assolo incredibile di Patrick e più in là un intermezzo acustico (tanto per cambiare) con voce femminile da capogiro.
Anche i primi due minuti di 'The lair of purity', il brano più lungo del lotto, sono acustici e la voce di Arianne è perfettamente calzante all'atmosfera.
Un disco strabiliante da avere assolutamente per qualunque amante del death-metal tecnico e sperimentale.

Download





Download

Ordet (di Carl Theodor Dreyer, 1955)


Rivisto allo Sp.Ob., è un film che cita e che è intriso di Kierkegaard: in particolare delle sue riflessioni sullo 'stadio religioso' nell'ostico ma stupefacente 'Timore e tremore'.
Ho letto quasi per intero l'opera del filosofo danese e pur non condividendone il frutto dell'indagine, sono rimasto affascinato dal suo meccanismo. Lo stesso discorso vale per ‘Ordet’ che confronta "fede" e "fede": questo dato di fatto deve necessariamente essere preso in considerazione prima di addentrarsi nella visione del film.
Dreyer è strepitoso nel preparare il terreno a quel che è la svolta narrativa e di significato in un celebre finale.
Servendosi di un'atmosfera grigia, attraverso un ritmo cadenzato e sfruttando un'ambientazione quasi esclusivamente in interni angusti e minimali, il regista danese mostra una serie di personaggi incapaci di credere fino in fondo, rei (è proprio il caso di dirlo) di intendere il cristianesimo in base alle proprie esigenze: i due padri di famiglia, il pastore. Mikkel l'ateo è una figura quasi marginale, sebbene sia 'l'oggetto' della rivelazione finale, e allo stesso tempo è così il medico. Il film si snoda essenzialmente sull'inquietante apparire e scomparire di Johannes, questa figura mistica e fortemente stridente rispetto al contesto. Uno schizofrenico (?), un Gesù, un Profeta: la risposta simbolica è nel finale, e per chi vuole mettere del suo (ma ripeto, difronte a questo film è come se gli fosse vietato di farlo) risulta impossibile riconoscerlo come nel primo caso.
Ebbro di spiritualità, il film accresce l'angoscia di minuto in minuto e sviscera il senso della fede dei personaggi attraverso le loro reazioni alle condizioni di salute di Inger.
Bello, intenso, magistrale: il miglior film sul tema della fede, senz’altro.

Roulette cinese (di Rainer Werner Fassbinder, 1976)


Un film di breve durata orchestrato unicamente in funzione del 'gioco' finale.
Agghiacciante e diretto come al solito, senza compromessi, il regista mostra ogni velleità e infamia della coppia ma anche del singolo, e del rapporto genitore-figlio. Quest'ultimo è privato di qualsiasi calore che si confà ad un siffatto legame. C'è un disgustoso rigetto che anima le due figure genitoriali, ma è opportuno fare una distinzione: non esattamente di entrambe, ma della madre nei confronti della figlia storpia. Il padre è una sorta di surrogato, fragile e trasparente, legato a doppia mandata alla propria 'teorica' metà, che non appare tale, ma una sorta di padrona psichica. Rapporto non approfondito per esigenze di sceneggiatura, ma indubbiamente di grande interesse, specie nella gelosia rivelata a mezza bocca da parte di lui nel corso di una scena.
Tutti i personaggi si muovono come marionette, tutte le situazioni soltanto ammiccate sono amplificate dalle simbologie del gioco. Emergono i particolari più disumani. E una madre talmente vigliacca da non avere il coraggio di realizzare il folle desiderio di una figlia che non ha nulla da chiedere alla vita, prendendosela col suo feticcio: l'istitutrice muta.
Sicuramente non si tratta di un minore, anche se formalmente il film potrebbe apparire tale. Ma c'è quasi tutto Fassbinder concentrato qui, con risultati non eccelsi ma di qualità.

Tutti lo chiamano Alì - La paura mangia l'anima (di Rainer Werner Fassbinder, 1973)


Per entrare nel film bisogna necessariamente prendere in considerazione il fatto che è stato girato un solo anno dopo i ben noti fatti delle olimpiadi di Monaco del 1972. E' una fotografia di una Germania xenofoba e insicura, e più a fondo deperita di un certo rigore morale necessario ai fini dell'accettazione degli altri.
Il titolo è perfetto: la xenofobia è paura, che a sua volta è generata dall'invidia per qualcosa di diverso, che non si possiede e in cui non ci si vuol riconoscere, per ignoranza e coltivazione di una propria sadica autoghettizzazione.
L'accettazione è invece apertura mentale, è ampliare la propria conoscenza, e coltivare un'esistenza costruttiva all'insegna del rispetto: è quanto fà la protagonista, anche se a caro prezzo.
Credo che le reazioni di figli e vicini e i loro cambiamenti opportunistici siano stati rappresentati nel migliore dei modi, ma una certa impostazione rigidamente schematica (che evolverà alla grande negli ultimi film del regista) e una parte finale forse troppo frettolosa tolgono qualcosa ad un film che fondamentalmente rimane purtroppo attuale ed è interessante ancora oggi. Fassbinder qui nel ruolo del marito di una delle figlie della protagonista, come al solito fuma.
El Hedi Ben Salem, protagonista maschile del film e attore in alcuni film di Fassbinder (tra cui 'Martha' e 'Il diritto del più forte') si è impiccato in un carcere di Nimes nel 1982 e a lui è dedicato l'ultimo film del regista, 'Querelle'.