Fuoco fatuo (Louis Malle, 1963)


So bene che questo film o lo si ama totalmente o lo si odia con lo stesso viscerale ardore con cui lo si apprezza, perchè non è un'esperienza cinematografica comune.
L'incipit fornisce già l'idea di come sarà l'epilogo, tutto ciò che c'è di mezzo irrita, commuove, esprime un'aderenza al 'problema' della vita disarmante. Odio Alain, anzi lo detesto, eppure non mi è possibile giudicarlo. Mi sento così lontano dalla sua condizione, eppure irrimediabilmente così solidale con alcune riflessioni.
La forza del film è la linearità del ritratto del protagonista; i suoi pensieri e i suoi comportamenti non accusano la minima contraddizione, il filo conduttore del suo malessere è sempre lo stesso, irreversibile ma genuino, inspiegabilmente 'cieco' ma carico di dignità.
La cecità è il non saper accettare il compromesso del tempo e del rapporto con gli altri. Straordinariamente struggente l'immagine di Alain che vorrebbe toccare le cose ma non le sente, mi ricorda il bambino che per esprimere il proprio affetto abbraccia fino a stritolare, nel timore agghiacciante di non saper comunicare la propria emotività.
Un uomo schiacciato dall'incapacità (o non volonta?) di guardare oltre, che avrebbe voluto accattivarsi la gente, legarla a se senza mai perderla, mantenendo tutto immobile attorno a se (o tutto o nulla, tutto è totalizzante, non c'è spazio di mezzo, quasi una personalità borderline). "Volevo tanto essere amato che mi sembra di amare" confida in uno dei momenti più alti del film.
Ma tutto questo infernale malessere che il film è capace di esprimere e generare in ciò in cui ritrovo anche me stesso, ha un valore quasi terapeutico/catartico, e mi conferisce una gran voglia di vivere.
Magistrale Maurice Ronet.

Nessun commento: