Fuoco fatuo (Louis Malle, 1963)


So bene che questo film o lo si ama totalmente o lo si odia con lo stesso viscerale ardore con cui lo si apprezza, perchè non è un'esperienza cinematografica comune.
L'incipit fornisce già l'idea di come sarà l'epilogo, tutto ciò che c'è di mezzo irrita, commuove, esprime un'aderenza al 'problema' della vita disarmante. Odio Alain, anzi lo detesto, eppure non mi è possibile giudicarlo. Mi sento così lontano dalla sua condizione, eppure irrimediabilmente così solidale con alcune riflessioni.
La forza del film è la linearità del ritratto del protagonista; i suoi pensieri e i suoi comportamenti non accusano la minima contraddizione, il filo conduttore del suo malessere è sempre lo stesso, irreversibile ma genuino, inspiegabilmente 'cieco' ma carico di dignità.
La cecità è il non saper accettare il compromesso del tempo e del rapporto con gli altri. Straordinariamente struggente l'immagine di Alain che vorrebbe toccare le cose ma non le sente, mi ricorda il bambino che per esprimere il proprio affetto abbraccia fino a stritolare, nel timore agghiacciante di non saper comunicare la propria emotività.
Un uomo schiacciato dall'incapacità (o non volonta?) di guardare oltre, che avrebbe voluto accattivarsi la gente, legarla a se senza mai perderla, mantenendo tutto immobile attorno a se (o tutto o nulla, tutto è totalizzante, non c'è spazio di mezzo, quasi una personalità borderline). "Volevo tanto essere amato che mi sembra di amare" confida in uno dei momenti più alti del film.
Ma tutto questo infernale malessere che il film è capace di esprimere e generare in ciò in cui ritrovo anche me stesso, ha un valore quasi terapeutico/catartico, e mi conferisce una gran voglia di vivere.
Magistrale Maurice Ronet.

Ascensore per il patibolo (Louis Malle, 1957)


Il cinema di Malle nel suo periodo d'oro, di questo suo esordio rimangono soprattutto le immagini dell'eterna disperata Moreau (peraltro qui ancor di più che in altri film, particolarmente affascinante) che cerca una spiegazione razionale a qualsiasi cosa (a partire da che fine abbia fatto il suo amante), laddove tutto ciò che di assurdo accade nel film è semplicemente inarrivabile. La deduzione cede il passo al caos, i progetti si sgretolano in un quadro beffardo che appare per certi versi persino grottesco (il piano 'diabolico' dei due amanti deve fare i conti con un'ascensore e una macchina fotografica, mica male).
Colonna sonora di Miles Davis bellissima.

Le due inglesi (François Truffaut, 1971)


Trovo che la chiave consista nello smantellare quella parvenza di leggerezza e disincanto. Lo stile è un conto (e Truffaut è stato indubbiamente magistrale per la capacità di creare una visione d'insieme di così grande effetto e coinvolgimento in modo così 'elementare', per certi versi), ma sui contenuti questo è un film che, contrariamente a quell'aura di eccessivo riserbo e candore che una lettura superficiale potrebbe cogliere, ferisce. D'altronde, 'Adele H.' o 'La signora della porta accanto' anche nei toni del dramma stesso dimostrano quanto il regista sapesse colpire duro sulla - a grandi linee - labilità degli equilibri razionali contrapposti a questo enorme nodo esistenziale chiamato "passione".
Questo film è molto più simile a 'Jules e Jim', non a caso l'autore del romanzo da cui è tratto è lo stesso, ed è capace di cogliere allo stesso modo le sottigliezze di problematiche così complesse legate alle relazioni affettive. Tutto è legato poi al trascorrere del tempo, al rapporto con la propria educazione ricevuta (o impartita, vedi mamma Brown), alle consuetudini e soprattutto alla religione: è persino agghiacciante a tal proposito il resoconto che Muriel fornisce della propria esperienza d'infanzia, che inevitabilmente le ha condizionato tutta l'esistenza nel rapportarsi col proprio corpo e con l'idea di sessualità.
Non si può infatti non cogliere una dura e audace analisi su come determinate componenti sociali e di credenza possano costituire veri e propri freni inibitori alla naturale, spontanea e quanto più Libera concezione della propria sessualità.
Per quanto mi riguarda è un film magnifico, con un Leaud sopraffino. Uno dei miei preferiti di Truffaut, per quanto non mi sconvolga come una Adele Hugo.