Stéphane, una moglie infedele (Claude Chabrol, 1968)


Il vuoto della vita borghese è il tema predominante in Chabrol, lo sappiamo, e qui viene analizzato sotto la sfumatura della rivendicazione del diritto di esercitare la propria figura di coniuge.
Ciò che sfugge di mano al protagonista è la normalità. La moglie lo tradisce, ed egli solo con l'omicidio può riaffermare il proprio ruolo, e di conseguenza la routine di un rapporto di coppia che dietro la facciata di sacralità non ha nient'altro.
Questo è ciò che emerge dal punto di vista dei fatti, ma il cinema di Chabrol è ben altro, alcune cose ritengo non si possano nemmeno descrivere perchè giocano sull'aspetto non verbale. Credo a tal proposito che la sequenza in cui il protagonista scopre l'accendisigari gigantesco in casa dell'amante sia forse il momento più 'alto' del film, per tutto ciò che un semplice dettaglio possa significare ai fini della lettura della personalità del protagonista.
E poi c'è la descrizione degli ambienti: il ritratto della routine borghese è agghiacciante, forse noioso dal punto di vista narrativo, ma di eccellente presa su quello analitico.
E poi c'è la prova degli attori, che considerando ciò a cui ulteriormente, in un film del regista, sono chiamati a trasmettere, è spesso almeno per me motivo di interesse anche maggiore rispetto ad un film qualunque. Caso vuole che adoro i tre protagonisti: Michel Bouquet superlativo come sempre, forse secondo solo al pedante commissario di 'Due contro la città'. Maurice Ronet qui sbriga una particina, ma quella in cui appare per maggior tempo è una delle sequenze migliori del film. Che si tratti di Malle, Clement o Deray, i personaggi che interpreta fanno sempre la stessa fine..
Stephane Audran, sguardo magnetico e a mio avviso ottima espressività, è solo al preludio della sua mitica "Signorina Helene" de 'Il tagliagole', e di una carriera che tra alti e bassi l'ha vista interprete di altri grandiosi film.