L'eredità (Per Fly, 2003)


Libertà personale e obblighi sociali sembrano inconciliabili, l'uomo è destinato a dover scegliere sacrificando una delle due metà, semplificando molto questa visione esistenziale, stritolando l'altra. Non solo, più si sale in una ipotetica scala sociale, più la scelta diventa accessibile, ma il divario sembra essere più ampio. O meglio, sembra più semplice cadere nell'(auto)inganno. Le difficoltà nel sapere e poter scendere a compromessi quando ci si sente 'moralmente obbligati' a delle scelte. Una promessa, operai che lavorano nell'azienda di famiglia da una vita, quanto siano 'obblighi' a cui il protagonista si sente in dovere di portare rispetto, quale il limite con la propria aspirazione personale, ammesso che sia reale? L'identità biologica in contrapposizione con una naturale evoluzione esistenziale, processo, quest'ultimo, che nella 'upper class' appare frenare.
Lineare e inquietante, ricco di spunti e di dialoghi di spessore. Fly è un regista capace, il suo stile registico in parte simile ai suoi contemporanei Vinterberg e Von Trier (nonostante Fly si chiami fuori dal Dogma) può piacere o meno, ma non è un'eresia considerarlo come uno dei pochi a saper portare ancora alla ribalta una certa tradizione del cinema nordico, condividendo un pressante interesse per il valore del ruolo sociale e famigliare con altri grandi del cinema contemporaneo come Kaurismaki o la recente scoperta Aleksi Salmenpera.
L'aspetto più agghiacciante è la freddezza che il potere comporta. Il potere di decidere il destino lavorativo del cognato, uno dei passaggi chiave del film: figura che cozza con gli ideali di famiglia del protagonista, che sembra al contrario non badare a quanto in realtà la madre faccia anche di peggio. Convenzioni, ruolo, aspirazioni: una caduta verticale di un personaggio che sembra aver tutto e proprio in base a questo, proprio 'per' questo, è destinato a precipitare.
Splendida la sovrapposizione tra i due livelli del film: superficialmente è composto da continui ricongiungimenti; più in profondità, ognuno di essi cela un'ennesimo allontanamento.
Il più bel film della trilogia del regista, con un Ulrich Thomsen (splendido nella parte del figlio abusato in 'Festen') eccellente.

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