Andrej Rublëv (Andrei Tarkovskij, 1966)


Ogni film di Tarkovskij è un'esperienza unica, indipendentemente da come ci si pone rispetto alle sue tematiche predominanti. Un cinema che non c'è più, inteso sia come contenuti che come potenza visiva.La trasposizione della crocifissione nella taiga russa è una delle sequenze più suggestive del cinema del regista russo: un gelido silenzio, una commistione di immagini, dialoghi pregni di significato: Tarkovskij riesce perfettamente nel ricreare il dualismo tra paganesimo e cristianesimo in una Russia medievale dilaniata dagli scontri tra uomini e negli uomini. Il protagonista vive la crisi della propria concezione esistenziale che si riverbera inevitabilente sulla sua arte. La vera arte è vissuta in conformità del proprio sentirsi come uomo, una connubio imprescindibile ai fini della lettura di un personaggio come Andrej Rublev.Una maestosa galleria di personaggi carichi di fascino, da Teofane a Kiril, il lento incedere della narrazione si snoda tra tempi volutamente dilatati e per questo apparentemente distanti tra loro, che compongono tuttavia un percorso interiore di grande dignità, a prescindere dalla condivisione o meno della propria ragione d'esistere. Sarà il ragazzo, vera mosca bianca, a costituire il rilancio della creatività dell'artista, in un finale che lascia senza parole.

The Hurt Locker (Kathryn Bigelow, 2008)


Sia per come è girato che per i contenuti, 'the hurt locker' è un film che merita la visione, e avrebbe meritato qualche riconoscimento al festival di Venezia. Gran film, di una lentezza che ho trovato pertinente alle sensazioni che è capace di far maturare. L'ho trovato persino piuttosto originale per certi versi. Un ritratto asciutto e molto ben curato, la guerra è vissuta come una droga di cui non si può più fare a meno, lentamente progredisce nel sistema nervoso e sostituisce tutti i valori e le convinzioni su società, famiglia, e soprattutto sulla funzione che l'individuo ricopre al mondo. I punti di forza sono alcuni dettagli, delle trovate originali e molto ben rappresentate: i componenti degli ordigni che per James sono parte integrante del cassetto degli affetti mentre per Sanborn oggetti comuni ad ogni negozio di ferramenta; il bambino 'Beckham', parte di una sottotrama persino prolissa ma che ha il suo significato per come si conclude (ed è una delle scene pi agghiaccianti); il dialogo nel camion tra James e Sanborn: la priorità e unica via di uscita/salvezza per il soldato di colore appare quella di generare un figlio, una volta presa coscienza dello smarrimento di sè. Questi gli aspetti che mi hanno maggiormente colpito. Oltre ad essere valido sul piano dei contenuti, il film tiene quasi sempre alta la tensione mediante parecchie scene adrenaliniche, soprattutto quelle legate alle operazioni di disinnesco.
Ottimo il cast, fa la sua breve apparizione anche Ralph Fiennes. Bravissimo Jeremy Renner.

Gli innocenti (Per Fly, 2005)


La crisi della mezza età causata dalla decisione di prendere in mano le redini della propria esistenza senza aver prima elaborato il fallimento dei propri ideali, l'impossibilità della loro perpetuazione, il cinismo di un destino capace di soffocarti se ti ribelli alle sue regole: questi i temi portati alla ribalta da Fly nell'ultimo capitolo della sua trilogia incentrata sulle classi sociali.
Protagonista è un uomo appartenente alla 'classe media': professore oltre i quaranta con ideologie filo-terroristiche mai tramontate, che ricopre uno status sociale 'normale', fin quando decide di tradire la moglie, vivere apparentemente 'con', ma in realtà 'per' una giovane attivista in cui vede un riflesso dei propri ideali, liberi da sensi di colpa.
Dialoghi ben costruiti e finale emblematico.
Bellissima Beate Bille, l'attrice che interpreta Pil, il vero motore del film.
Brave Pernilla August e Charlotte Fich, la moglie di Per Fly.
Un'intenso Jesper Christensen, attore superlativo, caratterizza un profilo interessante. L'unico difetto che imputo al film è di trovarlo un pò troppo freddo, ed è ciò che non lo eleva ad opera imperdibile.

My Dying Bride - The thrash of naked limbs (1993)




Così fanno a questi lumi
anche i medici e coloro
che ti curan la coscienza
e ti costano un tesoro.
O che tempi, o che costumi!
Ma che far? ci vuol pazienza.

('il cervo malato', de la Fontaine)

Il secondo EP dei My Dying Bride, registrato negli Academy nel settembre del 1992 e uscito all'inizio del 1993.
Ancora un EP privo di testi (che sarebbero stati pubblicati sulla raccolta 'Trinity', ma per la prima volta con delle foto (se si fa eccezione del singolo 'God is alone' su vinile uscito nel '91 per la francese Listenable).
'The thrash of naked limbs' è un brano epocale. Tra i grandi classici del gruppo, ne è stato estratto anche un videoclip di lunghezza inferiore, come sempre. Durante le riprese, Rick cadde malamente e si ruppe un polso: diverse date live annullate. Si sarebbero rifatti presto.
Un brano con struttura circolare, con incipit e finale che coincidono, dunque.
Il violino di Martin è ormai una caratteristica fondamentale per lo sviluppo del senso musicale che i My Dying Bride intendono portare avanti, soprattutto nei momenti più melodici e lenti.
La strofa che apre e chiude il brano esprime una poesia difficile da descrivere. E' un brano dai momenti più movimentati, ma mai su ritmi esageratamente sostenuti. Trovo straordinario, ancora una volta, il lavoro di Rick. Non dimenticherò mai il suo passaggio all'inizio del quarto minuto (prima di "Take me/anywhere/that you like").
'Le cerf malade', traccia interamente ambient, con echi orientali e nel finale anche tribali. Un trip che sconvolse non pochi. Sul retro del CD, il finale della favola di de la Fontaine da cui prende il titolo. Trovo che la traduzione italiana della favola non renda tanto quanto quella inglese. E' una favola dissacrante, in cui un vecchio cervo malato che vuol starsene per conto proprio non muore a causa delle proprie condizioni, ma di fame perchè gli 'amici' che vanno a fargli visita prima di andarsene bevono e mangiano le sue provviste.
'Gather me up forever' è il brano conclusivo, il più accelerato di questo Mini. Ho sempre avuto una predilezione per questo brano, sia per il lato musicale che lirico.

The Thrash of Naked Limbs

Beauty is fragile, and time eats at it
This passion play
Smothered in effort, The thrash of naked limbs
Glistening skin
Close your eyes, the whispered sighs
Frightening lust
Sweet was her breath, tasted by mine
Words are more effective when concealed
Through the halflight on her body
My fearful hands tremble their way
Take me, anywhere that you like
Hold me, deep within. Do what you like
Take me, anywhere. Warm the night
Take me, take me, take me
With the lights low, and you naked on the warm floor
Me besides you, softly kissing, caressing
Make love to her while she's crying
I could die now, and die happy

Gather Me Up Forever

The pain never stops The race ignore me I sit here twisted, and it hurts me. The Son is near His way made for him Among the hopes Ten thousand suffering Oh how my heart aches The brilliant stories cascade about me To be handsome again Thou art all deformed, and I feel your pain What I touch with my hand, I touch with my heart. The affection of stillness Kiss the hand that blesses me And as the panting ceased My blood runs now fierce This when I was young, before I knew nothing Now I'm the hunted, for the guilt that stains my hands.

My Dying Bride - As the flower withers (1992)



Il primo disco intero dei My Dying Bride è stato registrato negli Academy e prodotto dal fedele Hammy tra il dicembre del '91 e il gennaio dell'anno seguente.
Un disco fuori dagli schemi, a partire dalla copertina che si commenta da sola. E' un disco che musicalmente vive di picchi pazzeschi, ma anche di momenti meno brillanti.
Non di certo si può dire dei testi: ricco di forzature decadenti, scadono a tratti perfino in latinismi completamente sgrammaticati. Ma Aaron ha altre frecce al proprio arco, e le scaglia con grande perspicacia nel momento della maturazione del gruppo, solo un paio d'anni più tardi.
'Sear me' risente di questo lirismo controproducente, totalmente in latino, ma un latino sballato. Sul piano musicale, al contrario, è già uno dei più bei brani della discografia del gruppo. Dopo un intro scolastico Rick/Ade/Calvin/Andy, s'innesca uno dei riff più memorabili (quello portante di 'the cry of mankind', a grandi linee, gli assomiglia). Il violino di Martin (ancora session) crea una melodia geniale e dopo questa stupenda prima strofa, c'è una accelerazione death metal brutale, a cui fa seguito un'altra di una lentezza esasperante. In sintesi, ecco i My Dying Bride degli esordi: cambi di tempo grandiosi in un binomio che varia tra il death metal classico e il doom più funereo. Molto più 'pestate' le accelerazioni rispetto ai Paradise Lost di quei tempi, che erano già molto più catchy di quanto si possa immaginare.
Il brano si conclude con la ripetizione della prima strofa, secondo una struttura circolare che è tipica di molte composizioni della band britannica, almeno fino a 'like gods of the sun'.
'The Forever people' è al contrario un brano esclusivamente death metal, e veniva spesso utilizzato per concludere i concerti.
'The bitterness and the bereavement' è un brano volutamente ripetitivo, lentissimo ma molto poco ispirato. 'Vast choirs' è il primo brano realizzato dai Bride nel lontano 1989, e questa versione benchè leggermente differente, non aggiunge molto a quel death metal grezzo del demo. E' uno dei grandi 'classici' del gruppo (che di recente l'ha addirittura riproposto dal vivo) e ha dei buoni momenti, devo ammettere, anche se non l'ascolto da molto tempo a questa parte. C'è perfino un assolo di Andy, e credo sia uno dei rarissimi.
E poi c'è la suite 'the return of the beautiful', a cui sono molto legato, penso sia una delle migliori prove della band dei primi tempi. Alternanze di strofe indovinate e riff ispirati. Anche il testo si segue piacevolmente. Il violino ancora una volta regala quel tocco in più di eleganza. Questo brano è stato ri-registrato 10 anni dopo per 'the dreadful hours', un tentativo a mio avviso evitabile, specie per l'assenza del violino, in quel disco.
'Erotic Literature' chiude il CD, ma è un brano piuttosto anonimo.
A difesa del gruppo c'è da dire che ha avuto pochi mezzi a disposizione per fare di più, e che ha dovuto inserire brani composti molto prima delle registrazioni. Anche 'The Crestfallen' e 'Serenades' degli Anathema risentono di queste esigenze.
L'aspetto sorprendente è che tutto il meglio che emerge da questo album (che costituisce abbondantemente più della metà della durata) non verrà semplicemente bissato, ma sorpassato nel giro di poco tempo nell'ambito di una delle evoluzioni più scioccanti che il metal degli anni '90 ricordi, e di cui si parla ancora oggi, la svolta di un intero sottogenere con uno dei dischi più clonati della storia del metal: 'turn loose the swans'.


Sear me

Gojira - The way of all flesh (2008)




Dopo un'attesa maturata tre anni, tornano i francesi Gojira, a mio avviso una delle migliori metal band degli ultimi 10 anni. Giunti al loro quarto album, anche stavolta non hanno tradito le aspettative, realizzando un disco favoloso.
Lo stile è il loro, inconfondibile. Aspettatevi le solite, spiazzanti destrutture, le poliritmie, la base post-thrash/death (ma solo la base!), i riffoni a-la morbid angel e quelle che appaiono come parti più fuori contesto possibile inizialmente, presto diventano parte del tutto. Un disco solido, pesantissimo, con una produzione eccellente, anche superiore al disco precedente.
Rispetto a 'Form Mars to Sirius' non si raggiungono determinate vette emotive, a mio avviso; mancano dei brani come 'global warming' o 'flying whales', che spezzavano il muro sonoro eretto per oltre un'ora.
Ma è musica di alto livello, ancora una volta.
Nonostante i 75 minuti, incredibilmente, a dispetto della quasi totale mancanza di brani più melodici (fa eccezione 'a sight to behold', e gli immancabili intermezzi tribali o i minimali suoni ripetitivi stile intro di 'global warming' - qui certe soluzioni qua e là fanno riecheggiare quel riff, ormai leggendario - ), non risulta ostico giungere al termine, soprattutto una volta metabolizzati i brani.
La differenza la fanno ancora una volta i fratelli Duplantier: superlativa la prova di Mario, batterista mostruoso, versatile, anima dei brani. Scrive il 50% della musica dei Gojira; la restante metà è del fratello Joseph detto Joe, chitarrista ma soprattutto voce capace di adattarsi alle molteplici sfaccettature che i Gojira tengono in serbo per l'ascoltatore.
Joe ancora una volta sforna una prestazione vocale maestosa.
Mixato da Logan Mader (tatuatissimo primo chitarrista dei Machine Head, come tutti sanno), 'The way of all flesh' conferma le potenzialità del gruppo, che dal secondo album 'the link' (2003) si è rivelato come diverso dagli altri, capace di suonare musica a parte in un panorama musicale particolarmente inflazionato.
I 'nostri' conservano le fattezze di band underground, nonostante tutto, restando fedeli alla Listenable. Bene così.
Il disco si presenta in una confezione elegantissima. Esteticamente è un CD che non passa di certo inosservato, sembra di tenere in mano un libretto. Le illustrazioni a mano (compreso l'artwork) sono opera dei due fratelli Duplantier. Colori e caratteri, scelte indovinate.
L'esperienza musicale Gojira non si limita a ciò che si ascolta. I testi sono parte integrante, pulsante del senso dei Gojira. Fin dal misconosciuto esordio 'terra incognita' (2000, già degnissimo disco) uno dei temi più cari a Joe è stato il rapporto uomo-natura, ed è passato nel corso degli anni attraverso brani epocali come 'clone', 'global warming', 'space time', 'world to come'.
In questo disco troviamo due brani significativi come 'toxic garbage island' sull'inquinamento ambientale, e 'Yama's messengers', ossia i corvi messaggeri del dio della morte. Un brano incentrato sui sensi di colpa per un mondo devastato dalle nostre stesse mani.

plastic form dead things it is now so clear
how could I fail to understand
cities are burning the trees are dying
my heart awake but still
pain is killing me
('toxic garbage island')

'Adoration for none' e 'a sight to behold' richiamano un altro tipico tema della musica dei Gojira, ossia l'amara constatazione della società attuale basata sull'edonismo ossessivo, la ricerca dell'utile, la sete del possesso e del potere da esercitare sugli altri

but I still don't get the point
what's worth destroying all the worlds
try not to get it anymore
('adoration for none')

Infine la tematica predominante, sin dai tempi di 'death of me', è l'eterno ritorno. Il termine 'death' non è mai nell'accezione di un fine ultimo, ma una tappa di una eterna (ri)generazione ciclica. Il simbolo è quello che appare sul CD, l'Oroboro (Uroboro), simbolo antichissimo che rappresenta un serpente che si morde la coda. Ha vari significati tra cui quello di utero, ed è uno dei simboli in tal senso delle teorie di Neumann sul 'pre-ego' uterino, ossia la nascita del Se antecedente all'Io.
Non a caso il brano di apertura è proprio 'Oroborus'; i testi di 'all the tears', 'the art of dying', 'esoteric surgery' ("you have the power to heal yourself"), 'vacuity', 'the way of all flesh' richiamano a una fortissima esperienza di introspezione ("I haven't close my eyes in a long time, I am trying"), la consapevolezza di Se per alimentare la speranza nella generazione della prossima esperienza/mondo del ciclo della nostra esistenza.
Questi ultimi brani citati sono un pò il filo conduttore attraverso cui si snoda questa ennesima magnifica opera della band francese.

is it the fear to fall in space that keeps us from understanding
the only way to find the power is to look inside
increase your fall on purpose and let this river flow
now you hold this secret appeared out of the vacuum of space
('vacuity')

Oroborus

Serpent of light, movement of the soul
Crawling stately along the spine
Mighty phoenix, from the ashes arises
Firebird cycle, life, regenerate the cell

Life burns fierce, reduced to ashes
Resurrection from the flame, ageless process
Quest for absolution, out of bounds introspect
Self-consuming womb, ever-present, meet no end

It seems like i always knew this
Since i'm a child i can feel it
My inner light everlasting
Revolving within a circle

Extended wings i'm flying
Over the valleys and planes
the curve of space i'm leaving
Death is just an illusion

Oroborus symbol of eternal life
Dig a tunnel for light, through ignorant walls
I'm counting the days but i'm dying
Grow up with impatience I'm falling down

On the peaks of radiant moutains
This truth is growing before me
My attention fixed on this silence
Rediscover life while i'm breathing

Designing the shape of material
Frozen icon distant reminder
Mankind has forgotten the gateways
By the mouth of the serpent regenerate


Vacuity (videoclip)

L'eredità (Per Fly, 2003)


Libertà personale e obblighi sociali sembrano inconciliabili, l'uomo è destinato a dover scegliere sacrificando una delle due metà, semplificando molto questa visione esistenziale, stritolando l'altra. Non solo, più si sale in una ipotetica scala sociale, più la scelta diventa accessibile, ma il divario sembra essere più ampio. O meglio, sembra più semplice cadere nell'(auto)inganno. Le difficoltà nel sapere e poter scendere a compromessi quando ci si sente 'moralmente obbligati' a delle scelte. Una promessa, operai che lavorano nell'azienda di famiglia da una vita, quanto siano 'obblighi' a cui il protagonista si sente in dovere di portare rispetto, quale il limite con la propria aspirazione personale, ammesso che sia reale? L'identità biologica in contrapposizione con una naturale evoluzione esistenziale, processo, quest'ultimo, che nella 'upper class' appare frenare.
Lineare e inquietante, ricco di spunti e di dialoghi di spessore. Fly è un regista capace, il suo stile registico in parte simile ai suoi contemporanei Vinterberg e Von Trier (nonostante Fly si chiami fuori dal Dogma) può piacere o meno, ma non è un'eresia considerarlo come uno dei pochi a saper portare ancora alla ribalta una certa tradizione del cinema nordico, condividendo un pressante interesse per il valore del ruolo sociale e famigliare con altri grandi del cinema contemporaneo come Kaurismaki o la recente scoperta Aleksi Salmenpera.
L'aspetto più agghiacciante è la freddezza che il potere comporta. Il potere di decidere il destino lavorativo del cognato, uno dei passaggi chiave del film: figura che cozza con gli ideali di famiglia del protagonista, che sembra al contrario non badare a quanto in realtà la madre faccia anche di peggio. Convenzioni, ruolo, aspirazioni: una caduta verticale di un personaggio che sembra aver tutto e proprio in base a questo, proprio 'per' questo, è destinato a precipitare.
Splendida la sovrapposizione tra i due livelli del film: superficialmente è composto da continui ricongiungimenti; più in profondità, ognuno di essi cela un'ennesimo allontanamento.
Il più bel film della trilogia del regista, con un Ulrich Thomsen (splendido nella parte del figlio abusato in 'Festen') eccellente.

The Mist (Frank Darabont, 2007)


Horror derivativo ma al tempo stesso dramma e farsa sulla stupidità umana.
Un film riuscito, ma che non mi ha entusiasmato in pieno. Ha il pregio di discostarsi dalla stragrande maggioranza degli horror contemporanei mettendo a nudo le contraddizioni che alimentano i nostri comportamenti, l'opportunismo e l'egoismo che si nascondono sotto la nostra maschera.
Numerosi déjà vu con 'zombi' di Romero, soprattutto in merito alla 'scelta' finale. Sono due finali diversi, sia chiaro, ma non si può rimanere indifferenti circa la congruenza di determinati particolari.
Anche la scelta del supermercato come location principale ricorda molto quella del film di Romero, anche se in quel caso si tratta di un centro commerciale. Molti sono poi i richiami a Carpenter, in particolare a 'la cosa', 'distretto 13' o 'fog', per l'appunto.
La tensione non è la stessa e gli effetti speciali, non particolamente brillanti, non contribuiscono. Tuttavia, sono gli altri aspetti del film ad avermi lasciato soddisfatto. L'orrore per ciò che nasconde la nebbia diminuisce in maniera esponenziale per dare spazio al crescente orrore delle dinamiche interpersonali e di gruppo. Per quanto sarebbe potuta essere sfruttata molto meglio, la 'follia di massa' e la ricerca del caprio espiatorio sono i punti vincenti del film. Credo sia difficile non provare un cambiamento di sensazioni a tal proposito.
Non è 'l'angelo sterminatore' di Buñuel, ma tutto sommato funziona.

Make yourself all honey and the flies will devour you



My Dying Bride - Symphonaire Infernus et Spera Empyrium (1991)

Rilasciato su MCD e 7'' nel 1991, 'Symphonaire infernus et spera empyrium' non è solo l'esordio ufficiale del sestetto del North York Shire: è un'opera seminale di death/doom per una delle più importanti etichette discografiche nel campo della musica estrema (la britannica Peaceville) e contiene l'omonima suite di 11 minuti che segna un pezzo di storia della musica estrema, un brano di cui si parla ancora oggi.
Inoltre, contiene delle parti di violino, strumento (il 'forse' è d'obbligo ma è una quasi certezza) utilizzato per la prima volta, con assiduità, da un gruppo metal.
Martin Powell, diciassettenne di Sheffield, è così consacrato alla leggenda se vogliamo: diverrà solo nel 1993 membro ufficiale della band, ma fino al 1997/98 ha amplificato e raffinato i suoi inserti nella musica dei Bride, rendendosi protagonista di una vera e propria svolta. Il suo violino costituisce un supplemento gotico alla proposta musicale del gruppo, e la contrapposizione del suo suono con quello delle chitarre distorte crea un effetto naturale difficile da eguagliare.
Sono molto legato a quest'opera d'arte. Le brusche accelerazioni di derivazione death metal dei My Dying Bride degli esordi sono autentici assalti. Ma di fondo, il gruppo già basava il senso della propria musica su accordi lenti e catacombali spesso e col tempo ulteriormente contrapposti alla dolcezza del violino. La musica dei My Dying Bride è poesia, per me è sempre stata di livello superiore rispetto a Paradise Lost e Anathema. Il cantato di Aaron degli esordi è di stampo death/grind (nono minuto di 'Symphonaire..'...CAPOLAVORO), meno espressivo che in 'turn loose the swans' ma efficace per il suono ancora grezzo e brutale che il gruppo esprimeva.
Ultimo ma non di minor importanza, uno dei batteristi più influenti della storia del doom, Rick Miah. Adoro lo stile inconfondibile di Rick, si riconoscerebbe tra mille. Egli all'epoca aveva 18 anni, il resto del gruppo sui 20 (i due chitarristi Andrew e il mancino Calvin, e Adrian Jackson che non era ancora nel gruppo sul demo) e Aaron 22.
Se 'god is alone' fondamentalmente è un brano di death metal, 'de sade soliloquay' alterna passaggi cadenzati ad altri più accelerati, una caratteristica di molte composizioni del gruppo fino a 'turn loose the swans'.
Nella title-track c'è invece tutto ciò che i My Dying Bride erano all'inizio: malinconia, brutalità, poesia. L'intro di violino è un prologo entusiasmante. Con una sequenza 'a stanze', il brano vero e proprio ti catapulta dal doom al death con alternanze mozzafiato e una padronanza degli strumenti e del comporre già all'avanguardia. Il mio passaggio preferito è all'ottavo minuto. Aaron sin da questo debutto attinge a piene mani dalla propria passione per le letture romantiche, infarcendo le frasi di doppi sensi e spesso rendendo tutto volutamente criptico, ad interpretazione (sarà 'the thrash of naked limbs', probabilmente, il testo più riuscito in tal senso). Bisogna altresì mettere in chiaro che più di ogni altra cosa Aaron da sempre ha come obiettivo quello di pungolare la fede cattolica, con un piglio sarcastico.
Sin da questo EP egli comincia ad inserire sovente nei suoi testi la parola 'king', che ha sempre letture ambivalenti (a volte è dio, a volte è se stesso).
L'assenza di dio e la bibbia favolistica a cui la maggior parte della gente crede ciecamente, saranno sempre una vera e propria ossessione nelle sue liriche.

Unbeliavable self extinction
Admire cloned convictors
Will the beast fall
Will God save us

Symphonaire infernus et spera empyrium (il videoclip è solo poco meno della metà del brano)

In Flames - The Jester Race (1996)



Archaic pearls of sleep and death
the voice of December losing its breath
and the floweryard of white and grey is haunted

White as the down of flaking snow,
the heroic emblems of life

(December Flower)

L'album che ha rivelato al mondo gli In Flames da Goteborg, il primo con Anders Friden alla voce (ex Dark Tranquillity e Ceremonial Oath) e Bjorn Gelotte (batterista e chitarra solista). All'epoca Anders aveva 22 anni e Bjorn 20.
Proprio mentre la piccola etichetta francese Osmose dava alla luce il manifesto del death metal melodico ('The Gallery' dei Dark Tranquillity), nel Novembre del 1995 gli In Flames con la loro formazione nuova e stabile entrarono nei Fredman Studio per realizzare il loro capolavoro.
Il disco: sensazioni difficili da descrivere. Il death metal degli esordi è alle spalle, il genere proposto è notevolmente più melodico, le chitarre rubano la scena per le capacità tecniche e compositive di Jesper e Glenn. I richiami ad un certo heavy metal anni '80 sono ridondanti, gli In Flames riescono ad amalgamare le loro scelte stilistiche spiccatamente melodiche a parti spesso anche molto tirate di batteria e ad altre più cadenzate. I 'puristi' tengono a sottolineare come nel death metal melodico, di cui questo disco è una delle pietre miliari, la parte 'incazzosa', la brutalità se vogliamo delle composizioni, sia un'aggiunta alle melodie, e non c'è una chiara matrice death metal, per cui non sta bene determinare come 'death metal' il 'gothenburg sound', essendone quest'ultimo non altro che un ramo. Per me questo disco ha rappresentato innanzitutto una ventata di freschezza. Ero reduce da un periodo in cui ascoltavo Obituary in continuazione e dapprima gli Unanimated, poi gli In Flames, mi aprirono nuovi orizzonti.
Penso che questo album sia una delle cose più inspiegabilmente scioccanti che mi sia capitato di ascoltare, e ancora oggi mi trasmette emozioni fortissime. Sembra tutto perfetto, le melodie penetranti, la voce di Anders (quando ancora aveva la voce - uno screaming molto espressivo - senza abbandonarsi a voci pulite improbabili) gli assoli magistrali (come posso non menzionare quello su 'december flower'?? non a caso quell'assolo è di Fredrik Johansson, e chi mi conosce sa quanto io adori questo genio!), due strumentali da sogno: la prima è una ballad semiacustica ('the Jester's dance'), la seconda è praticamente una delle più belle che conosca ('Wayfaerer'). Le chitarre ritmiche sono uno degli aspetti di minor conto in questo disco: dato paradossale, in fondo non parliamo di musica 'estrema'? già dal primo ascolto 'The Jester Race' ti catapulta in un universo sognante di chitarre soliste costantemente in primo piano, e nei suoi momenti più soft (le deliziose parti arpeggiate, che sin da 'Lunar Strain' hanno contraddistinto la loro proposta musicale) è in grado di rilassarti. Le parti tirate di 'Dead Eternity'(concepita già prima dell'autunno 1995), 'December Flower', 'Dead god in me' (originariamente 'the inborn lifeless', anch'esso un brano 'vecchio') sono favolose, mai eccessivamente brutali, sfociano sempre in parti che non ti aspetteresti: il finale di 'Dead god in me' è o non è una delle 'robe' più emozionanti che la musica possa dare??
Venero questo album, e sarà sempre parte di me.


And we go and we go and we go and we go, our steps so silent
And we go and we go and we go and we go, our blooded trace;
the Jester Race

Artifacts of the black rain

Moonshield

In Flames - Subterranean (1995)






Incredibili le ambivalenze di questo MCD. Seconda e ultima uscita underground della band di Goteborg, ma al tempo stesso trampolino di lancio verso la firma per la major Nuclear Blast. Oggetto di culto per gli appassionati di death melodico di prima ondata, ma al tempo stesso sepolto dalla band stessa, che non l'ha (QUASI) mai tenuto in considerazione in sede live sin dal tour per 'the jester race'. Nell'estate del 1999 in concomitanza dell'uscita di 'Colony' venne chiesto a Peter Iwers, entrato da poco nella band, perchè gli In Flames persistessero nel nascondere i testi di 'Subterranean'; egli liquidò la questione asserendo in sostanza che erano testi in cui non si riconoscevano, e questo la dice lunga sul cambio di pelle che la band aveva intrapreso: la recisione del cordone ombelicale col passato pre-The Jester Race (fatta eccezione per l'immortale 'behind space') con 'Colony' (che ritengo un bel disco) era solo iniziata, e mai nessuno avrebbe immaginato a che livelli si sarebbe spinto il gruppo, nello snaturare il proprio sound primordiale. Partiti come progetto, fino a 'The Jester Race' non ebbero una formazione stabile.
All'epoca delle registrazioni di 'Subterranean' per la mitica W.A.R. correva l'anno 1994, mese di Novembre. Faccio fatica a pensare agli In Flames senza Glenn Ljungstrom, e 'Colony' è proprio un'eccezione. Ricordo quando leggendo il booklet di 'Whoracle' notai scritto tra i ringraziamenti che Glenn e Johan Larsson (il bassista, voce e basso dei leggendari Seance - si parla di 1990/1995 - ) erano di fatto usciti dalla band alla fine delle registrazioni per intraprendere altre strade. Proprio Johan, che non mi è mai piaciuto molto e non solo perchè suona col plettro, su 'Subterranean' esegue il suo miglior lavoro. Jesper si occupa di chitarra e tastiere abbandonando (finalmente!!) rispetto al debutto anche il posto dietro le pelli. Quest'ultimo, rimasto così vacante, fu suddiviso tra due mostri sacri come Daniel Erlandsson (all'epoca diciottenne) e Anders Jivarp (ventunenne) dei Dark Tranquillity, anche se nelle foto del booklet compare solo Daniel. Considerando il quarto brano 'Timeless' composto solo da arpeggi di chitarra acustica, i due suonano su due brani a testa: Daniel su 1,2; Anders su 3,5.
Il cantante. Tutti sanno che su 'lunar strain' canta Mikael Stanne che dismessi i panni di chitarrista ritmico nei Dark Tranquillity, rimpiazzato (e anche questa è storia) da Fredrik Johansson (una delle menti della nascita di un movimento musicale, lo definirei) divenne cantante dei Dark Tranquillity dal MCD 'Of Chaos and eternal night' (1994) e Anders Friden entrò solo da 'The Jester Race' in pianta stabile negli In Flames (non prima per via del servizio militare, mi pare).
Per 'Subterranean' venne chiamato come session il cantante dei Dawn, Henke Forss, una delle più stimate voci della scena estrema svedese. Henke ha un timbro inequivocabile, uno screaming acido e penetrante.
Con questa formazione gli In Flames hanno dato vita ad un mini-CD di grandissima qualità, ed è ciò che più conta. I fraseggi di chitarre sono ancor più elaborati rispetto al debutto, le melodie ancor più spiccate. Poi sarà perchè c'è Daniel, ma certi passaggi mi ricordano gli Eucharist di 'A Velvet Creation' (i primi due brani sono anche i più tirati): in pochi oggi dichiarano di trovare delle sfumature di black svedese in certi passaggi di 'Stand Ablaze' e 'Ever Dying', che sono evidentissime. Sarà perchè è uno dei primissimi prototipi di 'death melodico'? Questa maledetta etichetta mette in secondo piano anche certi riff thrash e gli inserti folk, che dal disco successivo spariscono, ma che in misura ancor maggiore erano presenti in 'Lunar Strain'.
Al pari di 'Of Chaos and eternal night' dei Dark Tranquillity, dello stesso anno, 'Subterranean' è un MCD irripetibile, indimenticabile per qualunque amante del ricercatissimo e inarrivabile suono generato da queste due seminali band, che con intenzioni diverse e risultati alterni nel corso degli anni hanno involuto la qualità della propria musica, a mio avviso.


Stand Ablaze

The time is now
Please tell me how
Set ablaze...
Crying,
Remembering how it used to be
Scarred for eternity
Was it meant to be?
A life in harmony...

Bleeding, regretting...

Solitary life
Committing suicide
Seeking sanctuary
From this world, contrary

Stand Ablaze
Screaming
As the flames caress my face
Stand Ablaze...