Un lavoro da uomo (Aleksi Salmenpera, 2007)

Questo film vincitore al festival di Bergamo è uno dei migliori che ho visto nel corso della rassegna. Durissimo, registicamente molto valido. E' la storia di un uomo che perde il lavoro da operaio in fabbrica ma continua a svegliarsi alle 5 di ogni mattino e a prepararsi normalmente per non destare i sospetti della moglie. Nel frattempo cerca disperatamente un altro lavoro. Quasi casualmente finisce col cominciare a prostituirsi per donne mature. E' un'escalation incontrollabile che lo porta ad un punto di apparente non ritorno. Il regista non lesina scene grottesche e imbarazzanti, in cui il protagonista appare in tutta la sua fragile goffaggine: è l'arrangiarsi in qualcosa di cui non si è capaci (il dialogo nelle vesti di brutale psicoterapeuta improvvisato con la donna frigida col partner la dice lunga..): a che punto si può arrivare quando il richiamo sociale di pater familias che deve far di tutto per sostenere la propria famiglia (moglie e due bambini) si fà asfissiante. E' tutta una questione psichica nell'interpretare un ruolo, sembra voler trasmettere il regista. Da padre diventa un corpo estraneo alla famiglia pur appagando i bisogni economici della stessa. Allo stesso tempo il suo migliore amico diventa una figura apparentemente sostitutiva sia per la moglie che per i bambini. Esacerbante a questo punto è come appaia devastato soprattutto il ruolo di madre e moglie, che cerca un conforto in una relazione impossibile e a cui non è capace di dar realmente vita. E' l'aspetto più interessante del film, quello meglio riuscito. Non esattamente un ritorno alle origini: la scelta finale di quest'ultima appare una sorta di purificazione e a cosa andrà incontro ci è solo permesso immaginarlo, ma consapevoli che il dramma una volta vissuto nel suo valore più profondo, non fà più paura (lo stesso anche per il marito: la scena in cui legge la favola al bambino di una sua cliente appare ben lungi dalla trappola di poter scadere nel patetico). Bellissimo.

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