L'amore è più freddo della morte (Rainer Werner Fassbinder, 1969)


Questo non è solo il primo lungometraggio di Fassbinder (dopo due corti), ma è anche l'inizio di uno dei sodalizi più duraturi e memorabili del cinema: quello del regista (e spesso attore nei propri film) con l'attrice Hanna Schygulla.
Il giovane Fassbinder (all'epoca di questo esordio, datato 1969, aveva solo 24 anni - la Schygulla 26) mostra già tutte le proprie potenzialità in un dramma freddo: pochi sprazzi di colonna sonora, scenografie spoglie e ridotte all'osso, dialoghi concisi e taglienti.
Potrebbe essere un noir derivativo (il menage a trois richiama certamente il capolavoro 'bande a part' di Godard), se non fosse che il regista tedesco è già capace di inserire quello stile personale che lo contraddistingue, asciutto e cupo, e un profondo pessimismo che spesso sfocia in un finale - al contrario - malignamente beffardo.
La prima scena è già esemplificativa di certe ricorrenze del cinema di Fassbinder: egli fuma. Non credo ci sia un solo film, tra quelli in cui appare anche nelle vesti di attore, in cui non fumi. La zuffa in quell'ambiente totalmente spoglio è solo una breve introduzione all'atmosfera in cui siamo immersi da spettatori: siamo appena entrati in un noir che almeno apparentemente non è serio, ma che di fondo esprime una freddezza tale da rimanerne realmente scossi (da qui il titolo, e devo dire, anche la battuta finale).
Non c'è molta distinzione tra i legami che intercorrono tra i personaggi e quel che rappresentano le loro azioni. Franz (Fassbinder) è un piccolo malavitoso che si rifiuta, tastardo e sbruffone, di far parte di un losco sindacato del crimine, che per tutta risposta gli piazza alle calcagna come spia Bruno (Ulli Lommel, un altro attore-feticcio del regista, che avrà la parte di maggior spicco nel grandioso 'il diritto del più forte'). Joanna (Hanna Schygulla) è il collante tra i due. Prostituta, viene trattata come tale da Franz nonostante quest'ultimo la definisca come 'fidanzata', e prima si lega anche a Bruno, poi li tradisce entrambi.
Questi tre personaggi principali sono tutti meschini e doppiogiochisti, pronti a voltare le spalle all'altro. Parole come 'sentimento' o 'affettività' non esistono: in questa dimensione surreale e ancora imperfetta, priva del benchè minimo rigore etico, si configura già tanto delle relazioni umane secondo Fassbinder, in cui finchè non si spezza una catena circolare e ripetitiva, una volta instaurato un legame esso sarà sempre di valenza padrone-schiavo, abietto e sfruttatore.

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