Theatre of tragedy - Velvet darkness they fear (1996)



Il secondo album dei norvegesi Theatre of tragedy nasce in un periodo in cui la moda della 'beauty & the beast' nel metal non si era ancora diffusa (per fortuna). Credo che questa band non sia mai stata particolarmente geniale o talentuosa, eppure merita la massima considerazione quasi esclusivamente perchè certi duetti vocali nel metal non sono mai stati così brillanti (altro che Lacuna Coil..). Le parti vocali infatti, specialmente sui primi tre album, rubano letteralmente la scena.
Le colonne portanti del gruppo fino ad un certo punto della propria carriera sono stati i cantanti Raymond Rohonyi e Liv Kristine Espenaes (all'epoca del secondo album entrambi 21enni), il batterista Hein Frode Hansen e il tastierista Lorentz Aspen.
Non sono stati degli innovatori per quanto riguarda la presenza del cantato femminile nel gothic/doom (basti pensare semplicemente a 'gothic' dei Paradise Lost, datato 1991), ma tra i primissimi gruppi ad alternare la doppia voce, maschile e femminile. All'epoca del primo album (omonimo, del 1995) proprio in Norvegia venivano realizzati altri due dischi passati immediatamente quasi completamente inosservati, e diventati oggetto di culto col passare degli anni: 'Covet' dei Black Lodge, e 'Tragedies' dei Funeral. In entrambi si alterna il doppio cantato, maschile e femminile, ma in entrambi i casi il risultato non è esattamente paragonabile a quello prodotto dai TOT, che esibiscono quest'alternanza in modo molto più maturo e già disinvolto, oltre che ripetitivo al punto da diventarne il marchio di fabbrica. Essì, perchè esse sono organizzate in modo tale da apparire come se fossero realmente teatrali come il monicker del gruppo, e secondo me in 'velvet darkness they fear' trovano la loro massima ispirazione e fonte di maggior attrazione per chi ascolta. L'approccio strumentale, seppur non originalissimo, è sempre un valido supporto. Un rovesciamento dei canoni classici del genere gothic/doom insomma.
Sull'album di debutto era soprattutto l'aspetto musicale ad annoiare. In 'Velvet darkness they fear' invece i chitarristi Tommy Lindal (di base black metal) e la new entry Geir Flikkeid (entrambi usciti dal gruppo l'anno seguente...e guarda caso l'episodio è coinciso con l'inizio della parabola discendente del gruppo..) senza strafare o entusiasmare sono particolarmente ispirati, anche se a mio avviso restando nella sezione strumentale, la parte del leone la fa sicuramente il tastierista Lorentz, all'epoca 18enne..davvero molto bravo! ci sono anche parti di violino che fanno molto my dying bride, ma ben inserite. Insomma mi ripeto, niente di originale, ma ben eseguito, e ottima base ai duetti 'recitati' in inglese arcaico (veri e propri piccoli poemi!) da Liv Kristine e Raymond.
Un disco importante e da recuperare senza puzza sotto il naso, e che personalmente ha avuto una grande importanza nel ritoccare un genere che all'epoca ascoltavo in misura sempre maggiore. Ed è un disco che ascolto sempre volentieri, perchè mi dà sempre le stesse emozioni della prima volta. Specialmente 'Fair and 'Guiling Copesmate Death', 'Seraphic Deviltry', 'And When He Falleth', 'Black as the Devil Painteth' e 'On Whom the Moon Doth Shine'.



Fair and 'Guiling Copesmate Death

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