Paradise Lost - Icon (1993)



La libertà di fare musica è saper esprimere se stessi, quindi essere privi di particolari influenze esterne in merito al senso di ciò che proponi. Il quarto disco degli inglesi del West Shire (di base ad Halifax) Paradise Lost, è storia di un genere, di un credo, di una delle tante INNOVAZIONI degli anni '90. Oggi 'Icon' potrebbe apparire già sentito, ma nessuno suonava 'Icon' nel 1993. Il credo dei Paradise Lost era 'don't look back' ('Weeping Words'), tragicomicamente rinnegato negli ultimi anni, quando dopo tantissimi anni di carriera e dopo aver esaurito tutte le carte (anche quella di diventare loro, dei cloni - dei depeche mode - ) sono tornati a pasticciare il verbo del gothic metal di cui sono stati gli stessi creatori. Parodie e paradossi della musica, senza dubbio. Quante tappe bruciate, anno dopo anno, dall'esordio del '90 'Lost Paradise' (disco bruttino che ho solo per fare 'quello che i primi 5 li ha tutti' - perchè davvero, non lo sopporto), passando per il seminale 'Gothic' del '91 e il meno riuscito (ma che a me piace molto) 'Shades of god' dell'anno successivo. Quest'ultimo disco conteneva 'As I die', brano più semplice e dal refrain accattivante, il cui clamoroso successo accese la spia dei Lost verso territori meno pretenziosi in termini di costrutto (per star dentro a certe strutture dei brani di 'Shades of god' occorrono diversi ascolti) e più diretti, amplificando lo straordinario asso nella manica, ossia la chitarra solista di Gregor Mackintosh: praticamente persistente, si erge a colonna portante del suono rispetto a tutta la base ritmica. Mackintosh è responsabile del 100% della musica dei Paradise Lost, intesa come brani e arrangiamenti. Artista strepitoso ma complessato, bianco cadaverico, mancino, un bel pò montato ma pazienza. All'epoca aveva 24 anni. Ha creato un trend: quelle scale ravvicinate, quegli ondeggiamenti rockeggianti. Il gusto per la melodia ma secondo un concetto diverso dall'heavy metal classico. 'Icon' è in sostanza un'apertura mentale, un ammorbidimento verso territori più orecchiabili (mi si passi il termine) pur rimanendo in un ambito circoscritto come quello metal. Il cantato di Nick Holmes perde in termini di brutalità e profondità, diventando roco e più espressivo, alternato a quella sorta di parlata enfatica o se preferite 'pulito' di cui aveva dato un assaggio su 'your hands in mine' contenuta nel disco precedente. Il suono decadente dei primi dischi continua ad esserci, senza sfumature rocciose. La componente doom c'è ma è snellita; 'Icon' è un disco più controllato, meno violento e spesso anche più lento, ma di gran lunga più vario dei precedenti, grazie al lavoro superlativo di Mackintosh, che pone le basi per un salto di qualità enorme. Così, quando in molti cominciavano a clonare 'Gothic' e 'Shades of god' (ne cito giusto uno, 'the cube' dei francesi Supuration), 'Icon' và già oltre, fornendo significati diversi di 'desolazione' e 'energia', con un suono più catchy e maledettamente perfetto, in grado di prendere spunto dalla discografia passata e rendendo il suono più moderno e ispirato: qui sta il concetto di evoluzione di un suono, e in questo caso, di evoluzione dal death-doom al gothic(-doom) riconoscendo gli stessi elementi nel gruppo. In pochissimi sono riusciti a operare questa trasformazione rimanendo al tempo stesso fedeli all'impronta, al Credo, si accennava all'inizio del commento. C'è chi sostiene che il successivo 'draconian times' abbia affinato le atmosfere barocche di 'Icon'. La band stessa disse che su questo disco non tutti i brani erano bilanciati mentre su 'Draconian..' sì. Tutte cazzate per promuovere il nuovo disco. Personalmente non mi faccio troppi problemi, li considero due dischi eccezionali, preferendo di poco 'Icon' per una 'semplice' questione di emozioni. E' vero però che non tutti i brani sono meravigliosi, poi ovviamente a ciascuno le proprie preferenze. Le mie sono per 'embers fire' (l'assolo di Mackintosh è uno dei più belli che io abbia mai ascoltato) di cui posto il video qui sotto al pari di 'True Belief', altra hit. Memorabili anche 'weeping words', 'remembrance', la semplice 'joys of the emptiness', 'colossal rains' (sarò l'unico), e 'christendom', favolosa traccia col doppio cantato femminile-maschile, di cui ho da sempre adorato anche il testo. Che riporto qui sotto, in conclusione.

Christendom

Innocent, beneath this sorry veil see 'you have'

Plenitude, the sweetness of a new born child

Its lost deserted reverence

For my life and the stars creation

For my life it's the same rejection

Lost in life, I'll blame it all on you

Loss of hope, falling situation

Readapt, death is life's temptation

Dying slow, I'll blame it all on you

They betray, uphold the law, accuse the future


Resurrect, the harsh tones of our self contempt recall

Fail to breathe, in sight no normal state of mind

In time the hour will fail to chime


For my life and the stars creation

For my life it's the same rejection

Lost in life, I'll blame it all on you

Loss of hope, falling situation

Readapt, death is life's temptation

Dying slow, I'll blame it all on you


They betray, uphold the law, accuse the future

Embers Fire

True Belief

The Ladykillers (Joel Coen, 2004)


Devo ammettere che questa bistrattatissima commedia dei Coen mi ha fatto più volte sghignazzare. Purtroppo il limite evidentissimo è di risultare un esercizio di gag a ripetizione, specie nella clamorosa parte finale, lasciando in secondo piano tutta la sceneggiatura e certe doverose sfumature. Il cinema dei Coen è vulcanico e sagace, qui però tutta la loro capacità non comune di saper estremizzare personaggi e situazioni nei colori più insoliti e bizzarri possibili si ripete centrando l'obiettivo della risata, ma lasciando poco altro.
La presentazione dei personaggi è da sola uno dei pezzi forti del film. Il generale con la sua inseparabile sigaretta è sicuramente il migliore, ma anche Garth e la sua Mountain Girl sono una coppia geniale. Simpatica la vecchina religiosa e rincitrullita (ma solo per lo sceriffo, non a torto in realtà ahah). Non sopporto Tom Hanks che tuttavia si ritaglia una parte discreta.
Il film come detto è un fiume di gag, molte delle quali riuscite, ma il risultato non è dei migliori. E' un tentativo di maggior presa su un pubblico più vasto, a mio modo di vedere, badando poco al sottile e al sofisticato.

L'uomo che non c'era (Joel Coen, 2001)


Il film più malinconico dei Coen, uno dei migliori eppure sensibilmente freddo, di quella freddezza che mi porta a considerarlo con un certo distacco emotivo. Parlando di due film comunque diversi, Barton Fink nella sua tragicomica solitudine e lucida follia esprime molto più calore di Ed Crane, malinconico e disperato protagonista di questo film. Sigaretta in bocca perenne, Billy Bob Thornton regala un ritratto magistrale. Lo stile asciutto e volutamente incolore (nel vero senso della parola: il film è girato in un glaciale bianco e nero) rende giustizia ad una pellicola estremamente cruda e surreale, ma corre spesso il rischio (e di fatto è questo l'unica grande imperfezione che gli imputo) di apparire distante sul piano emotivo. Il film esprime una carica enorme di dignità e rassegnazione allo stesso tempo: il protagonista vede con i propri occhi, lucidamente, lo sgretolamento della propria esistenza. Non è un uomo passivo, al contrario cerca di fare di tutto per controbattere con le proprie forze, sia per se che per gli altri, agli inesorabili colpi del destino o se preferite alle leggi dell'assurdo, ma è una sfida persa. Meravigliosa la scena in cui dopo il suicidio della moglie, la moltitudine di persone per strada gli passa quasi attraverso, come se egli non ci fosse. Una simbologia di inesistenza e solitudine estrema, resa con un taglio perfido ma perspicace. Una parabola discendente di un uomo qualunque, 'dei giorni nostri' come dirà l'avvocato nell'arringa, ma ricca del valore della vita.
Altra piccola nota negativa il personaggio di Birdy: Scarlett Johansson (tutto tranne che convincente nel ruolo) non ha tuttavia le sole colpe circa la non riuscita del personaggio, che sarebbe potuto significare molto di più ai fini del tentativo operato da Ed (ovviamente non riuscito) di realizzare qualcosa di positivo per gli altri.
Eccellente come sempre Frances McDormand.

Mister Hula Hoop (Joel Coen, 1994)


Come spesso accade il film realizzato con maggior budget a disposizione non risulta affatto tra i migliori. Stavolta la sceneggiatura è coadiuvata da Sam Raimi (e Bruce Campbell, il 'suo' attore, recita in una parte marginale). La commedia è frizzante e senza sbavature. Joel è un regista eccellente e ogni cosa è al suo posto, alcune trovate davvero divertenti, ma il risultato è a mio avviso troppo stucchevole e convenzionale. Certo, la mano dei due fratelli è evidentissima, ma la riflessione di fondo si avvicina troppo a clichè già ampiamente esplorati. I riferimenti a certo cinema degli anni '30 e '40 è evidente, ma non è questo riferimento, peraltro molto ben sfruttato, a non convincere. E' che lo stile del film non ha in toto quella particolare freschezza e originalità filmica che 'barton fink' aveva rivelato pochi anni prima.
Si tratta certamente di generi diversi, e la commedia è comunque un genere nel quale i Coen hanno espresso il meglio di sè (esattamente al pari dei film più seri e drammatici). Ma è la commedia meno arguta, quella che sento meno esuberante e di sicuro l'unica in cui alla fine non si sghignazza.
Il cast è comunque di altissimo livello, tanto per cambiare, con un Tim Robbins eccezionale tanto quanto Jennifer Jason Leigh. Simpatico l'espediente dell'orologio che si ferma, a risollevare una seconda parte del film (dal successo della nuova invenzione in poi, per intenderci) caduta di tono.
Molto meglio la prima parte: l'imbecille che in sostanza nasconde un carattere buono, determinato e umano, la sua prodigiosa ascesa. Tutto ciò che si conquista può dematerializzarsi con altrettanta velocità, e con altrettanti giochi balordi del destino: è un elemento che ricorre spesso nel cinema dei Coen, ma in 'mister hula hoop' la caduta agli inferi (per fortuna temporanea) e l'inevitabile risalita appaiono troppo di maniera per poter entusiasmare.

Arizona Junior (Joel Coen, 1987)


Il bellissimo finale di questo secondo lungometraggio dei Coen credo possa essere un valido punto di partenza per entrare nel film: un sogno tutt'altro che banale sulla teoria dei ruoli che ricorre per tutto il film. L'uomo impersonificando un ruolo può cambiare se stesso oppure no? L'ardua sentenza non arriva, nemmeno dopo la grandiosa battuta finale che rende preziosa la lettura del dilemma da parte del protagonista. Il ruolo di padre, di madre, di marito e moglie, un'identità che forse è impossibile conoscere pienamente e sul quale facciamo solo grandi progetti e pie illusioni. Oltre alla bella commedia, c'è tutto questo.
Un film che rivela tutta la grande capacità dei Coen di creare personaggi assurdi e divertenti, e ciò non sarebbe possibile senza altrettanto grandi caratteristi. John Goodman in questo film anticipa già tanto del Walter de 'il grande Lebowski', in un ruolo favoloso tanto quanto quello del cacciatore di taglie interpretato da Randall Cobb (ex pugile che qui alla sua prima interpretazione degna di nota nel cinema, anticipa tanto di un personaggio rozzo e primitivo che interpreterà spesso).
Alcune scene sono spassosissime: il bambino lasciato all'autogrill e la reazione dei due goffi malviventi è la più esilarante. Nicholas Cage con un look che fà sensazione a 20 anni di distanza, non sfigura. Holly Hunter, altra grande attrice, è strepitosa nei ruoli di moglie, 'madre' e poliziotta.
Non è la migliore commedia dei fratelli Coen, ma neppure la peggiore. Un film indubbiamente molto carino, degno di attenzione.

Blood simple (Joel Coen, 1984)


Il primo film dei Coen già è ricco dello stile particolare che contraddistingue il loro Cinema, e in particolar modo di una delle riflessioni predominanti: il crollo totale della deduzione difronte ad eventi incomprensibilmente assurdi e in quanto tali inoppugnabili con le armi della ragione. L'uomo in questo scontro ne esce sconfitto, solo.
E' alla base di questa riflessione energica che 'blood simple' si eleva qualcosa di molto più che un 'semplice' thriller. Su una sceneggiatura evidentemente non ancora all'altezza delle potenzialità dei due Coen, questo esordio è uno scontro continuo con le armi del destino e della non comprensione degli eventi. I tre personaggi principali si ostinano a interpretare i fatti unicamente alla luce della propria logica, tralasciando tutto il resto. Ne consegue un annientamento del dato relazionale, in realtà, e la piena incapacità comunicativa nella coppia. Basti notare il lungo e macchinoso tentativo di confessione di Ray ad Abby. Ray convinto che la compagna sia stata la prima a sparare unicamente sulla base del ritrovamento della sua pistola, non riesce a dar forma al suo discorso arenandosi continuamente su questa sua erronea supposizione, e non riuscendo a procedere in una spiegazione dell'evento che possa essere chiara soprattutto per se stesso.
Molti poi gli indizi sparsi qua e là che permettono allo spettatore, ma non ai personaggi, di comprendere ciò che accade: su tutti la pistola di Abby mostrata carica di sole 3 pallottole, e le foto mostrate al marito di lei dal killer, in cui i due amanti appaiono crivellati da diversi colpi.
Gli ultimi 15 minuti del film sono un crescendo continuo di tensione, e la scena finale assolutamente spettacolare.
Bravi i protagonisti, naturalmente Emmet Walsh e Frances McDormand (attrice feticcio dei Coen) rubano la scena con la propria bravura, e il loro scontro finale è una sorta di sublimazione delle loro strepitose interpretazioni.
A differenza del thriller comune, non c'è infine una risoluzione che stabilisca il 'vincitore' e soprattutto che risolva gli accadimenti: l'imprevedibilità del tutto che si ritorce contro o si schiera inaspettatamente a favore schiaccia una prospettiva di grandezza umana, riducendo i protagonisti a esseri solitari e angosciosamente imperfetti, marionette del destino a cui pur opponendo tutte le armi razionali di cui sono capaci non possono mai far fronte efficacemente.

L'amore è più freddo della morte (Rainer Werner Fassbinder, 1969)


Questo non è solo il primo lungometraggio di Fassbinder (dopo due corti), ma è anche l'inizio di uno dei sodalizi più duraturi e memorabili del cinema: quello del regista (e spesso attore nei propri film) con l'attrice Hanna Schygulla.
Il giovane Fassbinder (all'epoca di questo esordio, datato 1969, aveva solo 24 anni - la Schygulla 26) mostra già tutte le proprie potenzialità in un dramma freddo: pochi sprazzi di colonna sonora, scenografie spoglie e ridotte all'osso, dialoghi concisi e taglienti.
Potrebbe essere un noir derivativo (il menage a trois richiama certamente il capolavoro 'bande a part' di Godard), se non fosse che il regista tedesco è già capace di inserire quello stile personale che lo contraddistingue, asciutto e cupo, e un profondo pessimismo che spesso sfocia in un finale - al contrario - malignamente beffardo.
La prima scena è già esemplificativa di certe ricorrenze del cinema di Fassbinder: egli fuma. Non credo ci sia un solo film, tra quelli in cui appare anche nelle vesti di attore, in cui non fumi. La zuffa in quell'ambiente totalmente spoglio è solo una breve introduzione all'atmosfera in cui siamo immersi da spettatori: siamo appena entrati in un noir che almeno apparentemente non è serio, ma che di fondo esprime una freddezza tale da rimanerne realmente scossi (da qui il titolo, e devo dire, anche la battuta finale).
Non c'è molta distinzione tra i legami che intercorrono tra i personaggi e quel che rappresentano le loro azioni. Franz (Fassbinder) è un piccolo malavitoso che si rifiuta, tastardo e sbruffone, di far parte di un losco sindacato del crimine, che per tutta risposta gli piazza alle calcagna come spia Bruno (Ulli Lommel, un altro attore-feticcio del regista, che avrà la parte di maggior spicco nel grandioso 'il diritto del più forte'). Joanna (Hanna Schygulla) è il collante tra i due. Prostituta, viene trattata come tale da Franz nonostante quest'ultimo la definisca come 'fidanzata', e prima si lega anche a Bruno, poi li tradisce entrambi.
Questi tre personaggi principali sono tutti meschini e doppiogiochisti, pronti a voltare le spalle all'altro. Parole come 'sentimento' o 'affettività' non esistono: in questa dimensione surreale e ancora imperfetta, priva del benchè minimo rigore etico, si configura già tanto delle relazioni umane secondo Fassbinder, in cui finchè non si spezza una catena circolare e ripetitiva, una volta instaurato un legame esso sarà sempre di valenza padrone-schiavo, abietto e sfruttatore.

EverEve - Stormbirds (1998)





La musica è statosferica, un concentrato di generi, melodie, potenza, un lavoro di tastiera encomiabile. E' gothic metal, ma no ha anche riff vagamente di power teutonico, è black, è...una roba mai sentita. Ma soprattutto spicca quella voce così dilaniante e disperata di Tom, dal roco allo screaming, il risultato emozionale è lo stesso.
Tra voce germanica, pulito 'classico', growl, screaming, voce 'effeminata' (eh sì è proprio la sua!) sulla title-track, parlato, urla disperate ('a part of you') e lamenti melodrammatici ('spleen' di Baudelaire), cantato roco, tutto il disco è impreziosito da una prestazione vocale che francamente non ho mai più ascoltato. Non intendo la qualità (sebbene non intonatissimo, Tom aveva comunque una gran bella voce) del canto, ma la sua connotazione emotiva.
'Stormbirds', questo gioiello teutonico, è il più bel disco di gothic metal che sia mai stato inciso. Ma questo non è oggi 'gothic-metal', se intendiamo quel che oggi è spacciato sotto questa etichetta, e non lo era realmente nemmeno nel momento in cui era uscito, in cui dopo la metà degli anni '90 le sperimentazioni della triade britannica, il rimbambimento della nuova ondata (Theatre of tragedy, The gathering, Celestial season, Crematory...) vedeva fiorire e appassire alla velocità della luce nuove band che non sapevano che pesci prendere (si veda i conterranei Dark).
Thorsten Weißenberger e Stefan Kiefer, i due chitarristi, dopo 'Seasons' hanno arricchito ulteriormente la loro ricerca, forieri di riff sempre meno doom e più personali e inclassificabili. La tecnica del bassista Stefan Muller è ampiamente al di sopra della media, e ne dà una nuova dimostrazione. Marc Werner, il batterista che in seguito lasciò la band per dedicarsi agli studi, ha uno stile particolarmente 'rulloso' e realmente inconfondibile. Michael Zeissl è un tastierista ispirato.
Gli EverEve con questo disco han fatto qualcosa di veramente notevole rispetto al debutto perchè si sono trasformati in qualcosa di ancor più inconfondibile, un fiume in piena di idee sempre diverse. La padronanza nel sapersi muovere tra riff e atmosfere di volta in volta diverse accentua il dato emozionale che questo disco offre. Alcuni brani come 'martyrium' (cantato in tedesco) o 'as I breath the dawn' (con piccolissimi ma pertinenti sprazzi di campionamenti) sono più che sperimentali. L'opener 'fields of ashes' una bomba, nel cui ritornello Tom cambia gradualmente ben 3 volte il proprio timbro, via via più allucinato. "Unfinished we participate in the run of life, our inner strife.
Hidden inside us the need to end, to end our pain" tuona disperato, e incomincia a venir fuori tutto il vomito esistenziale che trova vigore ulteriormente in 'Escape...on lucid wings', uno dei tanti testamenti del cantante. Si tratta di una 'semplice' intro-strofa-ritornello-finalone, di una carica emotiva impressionante, una delle mie preferite.
La meravigliosa title-track, che idealmente chiude la 'prima parte' del disco, richiama l'artwork.

Like a storm-driven bird at night
We came flying out of nowhere
And for a moment our wings gleamed
Like gold in the light of fire
And are gone again to the nowhere

...

Time passes, the place I search for
It's still just a longing inside
Something strange and unknown to me
To be grounded somewhere, no longer
A stormbird in shaking and howling

Tra le non citate nella seconda parte del disco, le bizzarre 'Universe' ma soprattutto la conclusiva strumentale 'Valse Bizarre', una sorta di valzer metallico via via sempre più veloce fino ad un finale delirante!
Ma è con la spledida bonus track dell'edizione limitata, 'Salvation', che vorrei concludere. I see my breath, it's cold and clear, my eyes show emptiness, not fear.

Salvation

Deep shadows above the black-blue sea,
The eyes of the storm are watching me
A murderous silence is gasping for air
Dark clouds are resting, can't flee

I see my breath, it's cold and clear
My eyes show emptiness, not fear
I feel the hungry sea around
I slip into the muddy ground
(this muddy street)

The silence is like a brother to me
It gives me sense behind my mind
I feel the hands of silence and peace
Salvation - makes me blind

The downfall

The downfall - a pleasure to watch it in your arms
Flaming red inferno, we relish the dying horizon

With fiery thorns in your hands
You strike stakes of lust through my heart
When all around us is lit
Our love will gleam like the vital spark
Into an ocean of reddish tears
We glide away, unite our souls
My inflamed skin caressed by your hands
The fever enslaves us again and again...

Thousands of souls torches
Extinct, withered side by side
We are destined to celebrate
The cremation of mankind
Slowly devoured by a gorge of heat
Melted away - the bad depraved seed
Screamed out for help, to heaven they cried

"I declared the earth as purgatory"

All I wanted was to touch the sky,
but I was doomed to fail
Like an anguished child I sank down on my knees
In hopeless desperation I await your final kiss

"His locus est ubi mors gaudet succurrere vitae"

Evereve - Seasons (1996)




Nel '96 uscì 'elegy' e tanti idioti accusarono gli Amorphis di essere diventati dei fighetti, ma era il periodo più prolifico per le aperture mentali. La Nuclear Blast una volta aveva orecchio, lanciava band eccellenti senza cavalcare nessuna onda. In Germania giravano i Crematory col loro gothic metal ridicolo (dopo i primi due decenti album) ed ecco spuntare 'Seasons', passato un pò in secondo piano nonostante un tour di successo con gli Amorphis (che ha toccato anche l'Italia). Questo album non è semplice da assimilare, e ne è un limite solo apparente, mentre in definitiva ne costituisce un pregio incalcolabile. Da una parte i residui doom della vecchia formazione ('Autumn Leaves', parti di 'Untergehen und Auferstehen' che ha una parte finale di basso strepitosa), dall'altra le diverse influenze dal gothic, al doom, a qualche refrain molto catchy ('the bride wears black', l'opener perfetta!). Tutto ciò di base. Ciò che permette il salto di qualità sono i due chitarristi capaci di suonare melodie ricercate, di comporre ritmi su scale diverse, e in cui s'intreccia sempre magnificamente il lavoro altrettanto personale del tastierista/pianista. Ne vien fuori un risultato molto melodrammatico e teatrale, per me sempre estremamente emozionante, a cui aggiunge pathos l'incredibile prestazione di Tom Sedotschenko, capace di passare a seconda degli 'stati' musicali dallo screaming al growl, ad un pulito profondo ed enfatico. E' un concept sulle stagioni, ai cui colori e sensazioni la musica si adatta di conseguenza. Non si parla di morte, ma di sensazioni in riferimento alla vita. Questo è ciò che diceva Tom in un'intervista ed è fondamentale ai fini di una lettura del seguente 'Stormbirds' in cui gli interrogativi del cantante si sposteranno su altre riflessioni (morte, liceità del suicidio), sfortunatamente messe in atto solo un anno più tardi.

Searching for answers, my mind`s all deceit.
With myself torn to fragments, my life means defeat.
Where is my saviour?
Why did he leave me alone?

Fratello, dove sei? (Joel Coen, 2000)


I Coen con 'Fratello, dove sei?' confezionano una gran bella commedia esprimendo a ruota libera il proprio stile sempre originale e personale. La sceneggiatura è avvincente, i dialoghi sempre brillanti e le interpretazioni come di consueto superbe.
Un road movie con le classiche 'tappe', eppure non si ha l'impressione di assistere a particolari clichè. Merito della stravaganza dei personaggi, dell'ironia delle trovate. Ripetere 'il grande lebowski' era impossibile, ma anche qui non mancano delle scene esilaranti. Il folle George Nelson che odia poliziotti e vacche e che pensa di essere alto tre metri, lo pseudovenditore di bibbie (grande John Goodman!), le sensuali sirene (uhuhuh), sono tra i personaggi più pittoreschi del cinema dei Coen. A torto considerato spesso un minore, questo film è una frizzante parabola sull'amicizia e sulla tenacia. Un film che trasmette positività perchè i tre protagonisti, nella loro imperfezione, ricalcano forse il nostro lato più buffo ma lo innalzano a vessillo della propria perspicacia. E l'inondazione finale spazza via tutti i dubbi mistici: l'uomo difronte alla difficoltà si aggrappa a tutto pur di sopravvivere, ed ecco spiegata la fede attraverso le parole di Everett. L'uomo è ciò che crea, e crea ciò che è ('the link' dei Gojira), non c'è niente di trascendentale, dopotutto, a cui appigliarsi per poter vivere o cercare di farlo nel migliore dei modi.

Lykathea aflame - Elvenefris (2000)




Difficile poter etichettare questo disco, che al giorno d'oggi purtroppo è l'unica uscita di questa band della Repubblica Ceca.
Si conosce molto poco dei Lykathea Aflame. Quattro artisti di Praga, di cui in tre suonavano in precedenza in un gruppo chiamato Appalling Spawn. Poi s'è unito al gruppo il batterista Tomas Corn, e sono nati i Lykathea Aflame, che dopo questo disco sembra abbiano rischiato più volte lo scioglimento, e cambiato nome in Lykathè. Era stato promesso in una nota sintetica che i 4 nel 2006 stessero lavorando a nuovo materiale, ma in seguito non s'è saputo più nulla. Una sola foto reperibile in cui non si vedono neppure tutti i componenti del gruppo (quella che vedete in alto...sullo stesso booklet del CD non ce ne sono), pochissime interviste. Eppure questa band è diventata di culto per tanti, death metallers e non solo. Questo loro unico gioiello a mio modo di vedere è una delle uscite più incredibili della musica estrema, un elemento di assoluta novità perchè riesce a conciliare tecnica e aperture inaspettate e sempre imprevedibili in un genere che specie alla fine degli anni '90 soffocava clamorosamente per la mancanza di nuove idee.
Come si può cercare di riassumere 'Elvenefris'?
Il brutal non mi ha mai dato nulla, sia per la ritmica che per il growl (chiamiamolo così...) caratteristico, che non è più growl ma latrato di cane.
Apprezzo pochissimo il grind, che spesso trovo addirittura privo di senso.
Ebbene, i Lykathea Aflame su questo disco suonano fondamentalmente in linea con i due generi appena citati, e mi fanno impazzire...com'è possibile?
Difficile inquadrare tutte le possibili spiegazioni. Nella loro musica c'è molto altro: c'è death tecnico, ci sono melodie, arpeggi, clean vocals, passaggi tastieristici di rara bellezza, elementi folk e talvolta strumenti che col metal non hanno a che vedere. Il tutto amalgamato in un modo assolutamente divino. Ascoltare 'Bringer of elvenefris flame' o 'Sadness and strength' è pura trascendenza. Quest'ultimo brano citato rappresenta probabilmente la sintesi di ciò che è la musica della band ceca.
La tecnica del gruppo è elevatissima, in particolare il batterista Tomas Corn è mostruoso e ad essere sincero credo che in pochi siano al suo livello.
Forse il CD è troppo lungo, macchissenefrega, questo album è stratosferico, roba irripetibile se non dai musicisti stessi.
Eppoi quando mai si è ascoltato un gruppo death o comunque estremo che scrive per il proprio album un concept filosofico fondato su principi buddisti??
Un'ora di musica estrema esaltante, calcolata ma emozionante al tempo stesso, per arrivare alla conclusiva (bellissima!) traccia ambient 'Walking in the garden of Ma'at' che è una vera liberazione spirituale, anche per chi non crede nello spirito e nell'anima, parole così tanto rivendicate nel disco che ti rincorrono piacevolmente dopo un ascolto.
Assolutamente uno dei miei dischi di death metal (che è il mio genere) preferiti.

Bringer Of Elvenefris Flame

Again he'll find himself in silence and solitude,
again he'll rise from land of sadness,
again he'll begin to shine for your eyes.
Tears shall bear his inner beauty and noble soul
and his body will come into flower by gorgeous aura.

His eyes shall fill you by energy,
his eyes shall permeate behind your walls
and your strongholds shall crash.
You will stand before him in your nakedness and
maybe then for the first time you will see it yourself.

But do not be afraid,
his eyes shall purify you
and the iced hearts of yours shall suck the rays of his Sun.

...and you'll hear the beautiful voice
and the purest words - the unspoken ones,
you will comprehend real love
and awakened you'll weep....


Gorefest - Erase (1994)





'Erase' non è death metal tout court. Il disco ha introdotto degli elementi di novità, rompendo definitivamente col death metal 'classico'. Ritmi morbosamente rallentati, una sterzata decisamente groove in cui Bonebakker può scatenare ripetutamente i suoi inserti solisti, che sono una delle note più sensazionali dell'album. Poi un certo approccio melodico anche, perchè no (soprattutto 'I walk my way'). Ed Warby per me esegue la sua prova migliore. C'è chi accusa il disco di essere 'smorto'. Può darsi che ad una prima impressione se si è abituati a pensarlo come un disco death metal, esso possa apparire monolitico e pesante. Il segreto invece credo sia nel pensarlo come è realmente, con un orecchio distante, aperto a qualcosa di diverso, molto catchy in certi punti, ma non dimentichiamo la furia assassina di 'peace of paper', ad esempio. 'Goddess in black' nella sua estenuante lentezza è un gioiello, perchè si risolve nella parte finale non con un'accelerazione canonica, brutale, ma con un assolo trascinante di Bonebakker accompagnato dal sempre più perfezionista trio ritmico (Ed Warby, mi ripeto, ancora una volta sublime).
L'apripista 'low' fà subito intendere il cambiamento del gruppo, la conclusiva 'To hell and back', la già citata 'pace of paper' e 'erase' sono le mie preferite. La groovy 'fear' è l'altro videoclip estratto dal disco, un brano solido e ritmato, che sulla scia dei successi (perchè 'Erase', trascinato da una promozione poderosa da parte della Nuclear Blast, ha venduto moltissimo) è stato poi trasformato in un EP con l'aggiunta di qualche brano live. 'I walk my way' era una delle mie preferite una volta, ma ultimamente è quella che accantono maggiormente, sinceramente.
Jan-Chris persiste nel songwriting a puntare il dito sui suoi bersagli preferiti (vedi 'False'), in una prospettiva un pò più anarchica.
Gli aspetti negativi? la copertina e il fatto che per leggere i testi dal booklet bisogna inclinare continuamente la testa fino a venirne fuori con un gran torcicollo.
Non saprei scegliere davvero su quale disco preferire della band, ma probabilmente è proprio questo.

Se leggete questo blog, dovete vedere il video di Erase almeno una volta nella vita:


Erase


Sanity and insanity
Go together hand in hand
But never be afraid
On which side of the line you stand
Take the power to get in control
It's you that rules your life
Break down the walls that are surrounding you
Be strong and change your life
Erase - The rules that are set there to keep you down
Break down - The chains that keep you to the ground
Erase
Erase - And follow me to where the real fun is
It is not a shame to be called insane
And to go against, against the grain
Demand the right to set your own rules
Not to walk the path of those who are lame
Erase - The rules that are set there to keep you down
Shout out - Your discontent, let your voice be heard
Erase
Erase - And follow me to where the real fun is
Do not adapt to others
Just be one with yourself
And walk with me equally
Erasing false mentality


Gorefest - False (1992)






Dopo un decente album di debutto, gli olandesi Gorefest sono approdati meritatamente ad una major (la Nuclear Blast) e con un produttore eccellente (Colin Richardson) hanno registrato nel 1992 'False' che per molti costituisce la loro vetta artistica.
Al di là della grandiosa produzione ciò che stupisce è innanzitutto il salto di qualità che il death metal della band ha assunto rispetto al debutto 'Mindloss' (la cui etichetta era la piccola Foundation 2000, la stessa che ha prodotto i primi due CD dei The Gathering e due album dei mitici Carbonized, per intenderci) e ai demo ancor precedenti, dovuto in gran parte all'ingresso nella formazione di Boudewijn Bonebakker e di Ed Warby. Il primo è un chitarrista poliedrico e, seppur non virtuoso, capace di trovare delle soluzioni melodiche e decisamente groove davvero eccellenti, che si intensificano negli album successivi fino a gettare la basi per una naturale ma controversa evoluzione del genere proposto dalla band ('soul survivor' e 'chapter 13'). Il secondo è un ottimo batterista, che ha fatto scuola nel genere e che ha trovato posto anche in progetti decisamente lontani dal death metal, dimostrando ulteriormente le proprie capacità tecniche.
Le sfumature grind dei Gorefest degli esordi su 'False' non trovano più posto. Il death metal è più claustrofobico e variegato, i brani articolati meglio. Ma la peculiarità di maggior spicco è la capacità di creare delle alternanze nette tra rallentamenti poderosi e accelerazioni devastanti (mai a tavoletta), caratteristica che trasforma la band in una delle novità più atipiche nel panorama europeo e ben presto mondiale grazie al supporto di un'etichetta di sempre maggior prestigio. La notorietà di livello internazionale purtroppo comincia ad acquietarsi dopo il deciso cambio di rotta del 1996 su 'soul survivor', un disco che reputo molto valido e personale ma che ha fatto storcere il naso a parecchi.
Tornando a 'False', bisogna dire che oltre ad una stupefacente sezione ritmica, con variegati cambi di tempo come già anticipato, gli assoli di Bonebakker sono la perfetta antitesi degli acid-solos del death metal tradizionale, e per lunghezza spesso esorbitante e la loro componente altamente melodica hanno un carattere molto heavy metal. Il cantato di Jan Chris De Koeijer è più cupo e comprensibile, ma soprattutto molto personale, e il lavoro di trasformazione delle tematiche nei testi è la prova dell'ulteriore salto di qualità del valore del gruppo. Dalle tematiche classiche e stereotipate del death metal, Jan Chris in 'False' comincia a profondere nei testi la personale visione di molteplici aspetti sociali, attaccando senza mezzi termini religione, politica, guerra, omologazione di massa, mezzi d'informazione, sempre con dei toni corrosivi e incisivi, mai banali.
Diversi i brani diventati dei 'classici' del gruppo: l'opener 'the glorious dead', 'state of mind', la title-track, 'the mass insanity' e 'reality - when you die'. Questi ultimi sono i miei due brani preferiti del disco, e specialmente 'reality..' è spesso diventato il pezzo finale delle esibizioni live del gruppo, a causa del grandioso finale elettrizzante. E' stato inoltre realizzato un videoclip con immagini live per 'get a life'.

Reality - When You Die

The final chapter's finished
The curtain is about to fall
Ending mediocre life
Nothing to be proud of at all
Thinking back now
Despising yourself
Feelings oppressed
Always ready to bow
It wasn't real life
In fact just a play
From which, you the actor
Got fired today

Your final walk down the hallway
No applauding masses in here
Not even dead and already forgotten
Your mind is filling with fear
Never any grip on situations
Your "life" just passed you by
And all the sudden it becomes clear
And insanity takes over now

You're not going out with a bang
You won't have "your" day
Your no longer wanted in this dull play
It wasn't real life
Never came close in a way
Your contract is over
Your finished today

And then you die
Part of a generation
Whose minds are all polluted
By the habit of consumption
No need to get a life
Everything's been taken care of
Your back bone is attached to strings
In the puppetplay you're part of

No it wasn't real life
It never came close in a way
It's a shame you found out too late
Reality is when you die



I demoni di San Pietroburgo (2008)

Innanzitutto, contrariamente a ciò che si potrebbe pensare giusto scorgendo il titolo, questo film non ha assolutamente nulla a che fare col romanzo 'I demoni' di Dostoevskij. Quindi pur essendoci una vicenda di fondo che ha a che vedere con una cellula terroristica, non aspettatevi di trovare un Piotr Stepanovic o un Liputin.
Da un'idea di Andrej Konchalovskij (ebbene sì) una produzione italiana affidata alla regia di Giuliano Montaldo. L'appoggio della RAI fa pensare ad una fiction, ed effettivamente questo prodotto è molto simile ad un film per la tv. E' questo è il peggior difetto: linguaggio molto 'popolare', sprazzi di retorica e regia del tutto innocua.
Un film che ha per protagonista un personaggio così controverso ed impegnato come lo scrittore russo è comunque un grosso azzardo, e in ciò riconosco dei meriti legati all'intraprendenza nel cercare di tratteggiare oltre che le vicende biografiche, anche il Dostoevskij-pensiero, che è di per sè un impresa persa in partenza. Eppure seppur non senza sbavature il ritratto tutto sommato funziona, viste le premesse. L'attore che interpreta Dostoevskij (Miki Manojlovic) mi è piaciuto abbastanza, ed è tra i pochi a salvarsi (assieme a un ottimo Roberto Herlitzka e ad Anita Caprioli, ma quest'ultima, specie per altre ragioni eheh) in un cast non eccellente.
L'indagine sul Dostoevskij-uomo, nel passato e nel presente, mette in luce la sua coscienza profondamente turbata e i suoi profondi interrogativi irrisolti, e questa è la costante più indovinata del film, seppur ripetitiva. Al contrario la Russia lacerata da spaccature ideologiche interne, che fa da sfondo al ritratto del protagoista e sempre presente, non è mai approfondita con la giusta forza.
Davvero poco convincente la descrizione del legame tra lo scrittore e la sua stenografa. Invece ho apprezzato molto l'artificio della ricerca ossessiva di tale Aleksandra (che si rivela poi essere la bellissima Anita Caprioli) di un uomo, Dostoevskij, che sente di aver poco tempo a disposizione e tanto da voler chiedere ed esprimere, e su cui probabilmente anche confrontarsi ai fini della propria ricerca interiore.
Un altro pregio della pellicola è comunque la fedeltà rispetto a pensieri e avvenimenti reali (ovviamente poi mescolati con la finzione della sceneggiatura) sulla base della bibliografia e della biografia di Dostoevskij: ciò aumenta la serietà e la buona fede del prodotto, di cui una visione seppur non indispensabile non farebbe male.

Passione (Ingmar Bergman, 1969)


Il primo film a colori del regista. Uno dei più cupi e pessimisti della sua carriera.
Girato sull'isola di Faro nel pieno del periodo più sperimentale, ha in comune col precedente 'la vergogna' l'analisi profonda dei meccanismi di fronteggiamento di alcune persone difronte a determinati eventi traumatici. Ciò introduce ai temi più importanti analizzati tramite i ritratti dei quattro protagonisti, ossia la solitudine, la differenza di interpretazione della sofferenza, i sensi di colpa legati al ricordo, di cui l'uomo è indissolubilmente vittima.
Nettissima l'influenza di Kierkegaard e in minima parte del solito Strindberg, oltre a gran parte della cultura nordica che il regista tanto ama. Ma credo che per quanto l'impianto narrativo sia (volutamente) scarno, l'analisi introspettiva dei personaggi sia incredibilmente valida e spunto delle 'solite', numerose riflessioni. Ciò eleva 'en passion' (titolo originale del film) a opera di assoluto spessore pur nella sua estrema intellettualità e problematicità.
Rispetto a tutti gli altri film di Bergman c'è un elemento di parziale novità, ossia dei brevi interventi fuori campo dei 4 attori che parlano dei rispettivi personaggi. Ciò contribuisce a fornire una chiave di lettura in più allo spettatore, e in un caso (quello della Andersson) a anticipare la conclusione della propria vicenda; conclusione che non viene mostrata nel film.
Dei quattro personaggi è lecito parteggiare per tutti tranne che per quello interpretato da Erland Josephson. E' lui il trionfatore virtuale, in realtà è un uomo capace di vivere solo mediante la propria maschera. E' lecito chiedersi cosa realmente cambi tra una serenità fasulla come la sua e una vita realmente disperata come quella di tutti gli altri personaggi, in particolare Anna e Andreas. La locandina potrebbe richiamare all'idea del doppio, su cui ruotano più o meno tutti i film del periodo sperimentale del regista. Maschera o realtà? questo è il dilemma. Il personaggio della Andersson è quello che maggiormente incarna questo dualismo. Sembra vittima di un falso sè, priva di una definizione della propria identità. Di conseguenza priva di confini cerca una risposta mediante il conformismo a modelli che la circondano. Passa da quello del marito a quello di Andreas, ma in entrambi i casi la propria personalità non riesce a trovare una collocazione. Per cui cerca la sola via d'uscita possibile ma fallisce (stando alle sue parole fuori campo), per poi vivere da maschera e dare così il proprio senso alla sua esistenza.
Diverso il discorso per Anna e Andreas. La prima è inequivocabilmente segnata dal mistero che riguarda il proprio passato, e che verrà svelato solo nel finale. Cerca di colmare la propria fragilità con una passione sfrenata e insensata, che si rivela fasulla. Non è capace di vivere da sola ed è destinata a soccombere ad un'esistenza di non-accettazione della solitudine.
Andreas ha già in passato scelto quella via invece, per evitare di porsi il problema. Ricorda molto uno dei due personaggi di 'Persona': al mutismo del Capolavoro del '66 qui è associato un metodo simile: vivere come eremita, solo, in un mondo di bugie. E' più o meno consapevolmente risucchiato nel ritorno alla vita di relazioni interpersonali, ma ne riesce nuovamente sconfitto.
Il film si chiude con una scena strepitosa che rappresenta un pò il sunto di tutto. Non poteva esserci finale migliore.
Ma ci sono due scene che mi hanno colpito ancora di più: la prima riguarda la lettura di una lettera indirizzata a Andreas da un vecchio dell'isola vittima di una storia crudele e meschina.
La seconda è semplicemente una delle scene più intense che Bergman abbia portato sulla scena: un magistrale monologo di Von Sydow, nella parte finale del film. Un monologo esacerbante, crudo, che lascia senza parole.
Magistrali le interpretazioni dei protagonisti, quattro attori che è impossibile non amare da parte degli estimatori del regista svedese.
Bellissima la fotografia di Sven Nykvist, ma non è una novità.

'Non ho voglia di nulla.
Non ho voglia di cavalcare, è un moto troppo violento;
non ho voglia di camminare, è troppo faticoso;
non ho voglia di distendermi, perchè o dovrei restare in tale posizione, e non ne ho voglia, o dovrei di nuovo alzarmi, e non ne ho voglia nemmeno.
Summa summarum: non ho voglia di nulla'

(S.A. Kierkegaard, 'Diapsalmata')

Theatre of tragedy - Velvet darkness they fear (1996)



Il secondo album dei norvegesi Theatre of tragedy nasce in un periodo in cui la moda della 'beauty & the beast' nel metal non si era ancora diffusa (per fortuna). Credo che questa band non sia mai stata particolarmente geniale o talentuosa, eppure merita la massima considerazione quasi esclusivamente perchè certi duetti vocali nel metal non sono mai stati così brillanti (altro che Lacuna Coil..). Le parti vocali infatti, specialmente sui primi tre album, rubano letteralmente la scena.
Le colonne portanti del gruppo fino ad un certo punto della propria carriera sono stati i cantanti Raymond Rohonyi e Liv Kristine Espenaes (all'epoca del secondo album entrambi 21enni), il batterista Hein Frode Hansen e il tastierista Lorentz Aspen.
Non sono stati degli innovatori per quanto riguarda la presenza del cantato femminile nel gothic/doom (basti pensare semplicemente a 'gothic' dei Paradise Lost, datato 1991), ma tra i primissimi gruppi ad alternare la doppia voce, maschile e femminile. All'epoca del primo album (omonimo, del 1995) proprio in Norvegia venivano realizzati altri due dischi passati immediatamente quasi completamente inosservati, e diventati oggetto di culto col passare degli anni: 'Covet' dei Black Lodge, e 'Tragedies' dei Funeral. In entrambi si alterna il doppio cantato, maschile e femminile, ma in entrambi i casi il risultato non è esattamente paragonabile a quello prodotto dai TOT, che esibiscono quest'alternanza in modo molto più maturo e già disinvolto, oltre che ripetitivo al punto da diventarne il marchio di fabbrica. Essì, perchè esse sono organizzate in modo tale da apparire come se fossero realmente teatrali come il monicker del gruppo, e secondo me in 'velvet darkness they fear' trovano la loro massima ispirazione e fonte di maggior attrazione per chi ascolta. L'approccio strumentale, seppur non originalissimo, è sempre un valido supporto. Un rovesciamento dei canoni classici del genere gothic/doom insomma.
Sull'album di debutto era soprattutto l'aspetto musicale ad annoiare. In 'Velvet darkness they fear' invece i chitarristi Tommy Lindal (di base black metal) e la new entry Geir Flikkeid (entrambi usciti dal gruppo l'anno seguente...e guarda caso l'episodio è coinciso con l'inizio della parabola discendente del gruppo..) senza strafare o entusiasmare sono particolarmente ispirati, anche se a mio avviso restando nella sezione strumentale, la parte del leone la fa sicuramente il tastierista Lorentz, all'epoca 18enne..davvero molto bravo! ci sono anche parti di violino che fanno molto my dying bride, ma ben inserite. Insomma mi ripeto, niente di originale, ma ben eseguito, e ottima base ai duetti 'recitati' in inglese arcaico (veri e propri piccoli poemi!) da Liv Kristine e Raymond.
Un disco importante e da recuperare senza puzza sotto il naso, e che personalmente ha avuto una grande importanza nel ritoccare un genere che all'epoca ascoltavo in misura sempre maggiore. Ed è un disco che ascolto sempre volentieri, perchè mi dà sempre le stesse emozioni della prima volta. Specialmente 'Fair and 'Guiling Copesmate Death', 'Seraphic Deviltry', 'And When He Falleth', 'Black as the Devil Painteth' e 'On Whom the Moon Doth Shine'.



Fair and 'Guiling Copesmate Death