Una nave per l'india (Ingmar Bergman, 1947)

Comincio col raccontare impressioni e emozioni suscitate dal cinema di uno dei miei registi preferiti da uno dei suoi primissimi film, datato 1947. Sin dalla prima fase il cinema del maestro svedese mi è sempre sembrato già decisamente indirizzato verso buona parte delle tematiche sviluppate notevolmente meglio in seguito, ma caratterizzato anche da dialoghi di una incisività già fuori dal comune, già maturi e sconvolgenti, oltre che spesso brillanti. Quest'ultimo dato in particolare fa sì che, nonostante risultati alterni, anche la primissima produzione postbellica del regista sia degna di nota. In questo film emerge un conflitto padre-figlio (senza riferimenti autobiografici, al contrario ad esempio di 'Fanny & Alexander), le problematiche di coppia, un certo realismo di fondo; il tutto con uno sguardo amaro ma sognante rivolto ad una società in fase di faticoso ripristino. Amaro perchè la vicenda è dura e spigolosa; sognante perchè nonostante tutto si perviene ad un clamoroso quanto inspiegabile happy ending (?!): i due giovani protagonisti nonostante siano stati provati dalle più tortuose peregrinazioni sentimentali, dopo ben sette anni (una promessa mantenuta - senza dubbio l'aspetto più grossolano e acerbo del film) si ritrovano e si scoprono ancora capaci e speranzosi di poter stare assieme. Il punto forte del film è sicuramente la figura genitoriale maschile, ruvida e imbecille, 'accecata' (in tutti i sensi) dalla non accettazione che il figlio storpio possa essere in grado di rubargli l'amante. L'analisi del piccolo contesto familiare, allargato ad un'intero ma piccolo equipaggio della nave, è rigorosa e ben rappresentata.
Un Bergman ovviamente minore, grezzo in diversi sviluppi, ma in definitiva si tratta di un film che - finale a parte - risulta comunque piacevole e interessante.

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