Prigione (Ingmar Bergman, 1949)

Il primo bel film di Bergman (uno dei tre del 1949 con 'Sete' e 'Verso la gioia' - mi piacciono molto tutti e tre), tra quelli che avrei voglia di rivedere. Ridondante di idee (non tutte riuscite) paga una parte finale un pò confusionaria. Ma è già un Bergman più maturo e decisamente sopra le righe. Con questo film affronta tematiche nuove (coscienza, identità) con espedienti nuovi (sequenze oniriche, tra l'altro molto suggestive; utilizzo di luci e ombre). Piccola grande curiosità preliminare: i due protagonisti guardano un film muto (viene mostrata una scenetta divertentissima in cui spunta anche la Morte) in soffitta con una vecchia cinepresa (riferimento autobiografico): è una delle scene che s'incastrano nel celebre intro surreale di 'Persona'.
Verrebbe quasi da dire 'un film nel film', di cui la storia è pesantemente giocata tra realtà e sogno. Il titolo è ambivalente, almeno per come l'ho interpretato: per Birgitte è peggio la prigione per il reato (infanticidio di cui è accusata e ricattata unitamente a Thomas, ma che i due non hanno affatto commesso) o la 'prigione' della propria esistenza tra mura domestiche in cui il fidanzato e la sua sorella la sfruttano come prostituta? L'altra vicenda, perfettamente intersecante e per molti versi, nei suoi paradossi, speculare, è quella di Thomas. Abbandonato dalla moglie trova conforto tra le braccia di Birgitte. Una relazione irrealizzabile (ben descritta e mai banale, molto coinvolgente). Molti gli squarci onirici, come accennato, e diversi anche i momenti più distesi, seppur in sostanza si è difronte ad un film drammatico.
In definitiva si è dinanzi ad un significativo e per molti aspetti geniale passo in avanti del regista.

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