Fanny & Alexander (Ingmar Bergman, 1982)


Il testamento cinematografico di Ingmar Bergman è una vera summa della sua arte, da vedere necessariamente nella sua versione integrale per fruirne (ma anche per seguirlo e capirlo) a pieno.
Cinque ore che non si fanno sentire sul groppone, al contrario di altri 'mattoni' (mi viene in mente 'Novecento'..). Pur essendo il film più pomposo e magniloquente non lo trovo il migliore, questione di gusti, eppure è un'opera sensazionale per l'incontro tra teatro e cinema, principalmente. I riferimenti alla vita vera del piccolo Bergman si sprecano, e dal discorso di ringraziamento di Oscar (il padre di Alexander) sulla valenza esistenziale del suo piccolo teatro inteso come micromondo, fino alle parole conclusive di Strindberg lette dalla nonna dell'alter ego del regista, 'Fanny & Alexander' è un'opera imponente che si snoda tra quattro ambienti, fondamentalmente, e in cui grottesco e tragico si alternano e si fondono in un unico quadro, dominato da una riflessione su tutte: come la repressione religiosa possa influire sul libero pensiero, sul potere dell'immaginazione, della cultura, dell'Arte intesa in tutte le sue forme, sulla magia e le svariate chiavi di lettura irrazionali di un'esistenza riguardo cui nessuno ha LA verità in tasca da imporre agli altri.
Il vescovo Vergerus, alter ego del padre di Bergman, è una delle figure più austere e odiose della filmografia del regista. Un personaggio irritante, descritto in modo superbo e interpretato peraltro molto bene da Jan Malmsjo. Oscar è il padre che Bergman avrebbe sempre voluto, e Helena la nonna a cui il regista era tanto affezionato.
Molto importante anche la figura di Emilie (madre di Fanny e Alexander), abbagliata dalla luce della sicurezza e della fede nel momento di maggior debolezza, ma capace di risollevarsi e di dare sempre prova di un amore indelebile, forte e struggente per i propri figli.
Nella versione cinematografica ridotta inoltre manca una delle scene più intense: il racconto del sogno di Isak (compagno ebreo di Helena), un monologo bellissimo di Erland Josephson, ambiguo e simbolico, da cui traspaiono metafore imponenti sulla vita, la sofferenza e la condivisione.


"Tutto può accadere, tutto è possibile e verosimile.
Il tempo e lo spazio non esistono.
Su una base insignificante di realtà, l'immaginazione fila e tesse nuovi disegni"


(August Strindberg)

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