Fuoco fatuo (Louis Malle, 1963)


So bene che questo film o lo si ama totalmente o lo si odia con lo stesso viscerale ardore con cui lo si apprezza, perchè non è un'esperienza cinematografica comune.
L'incipit fornisce già l'idea di come sarà l'epilogo, tutto ciò che c'è di mezzo irrita, commuove, esprime un'aderenza al 'problema' della vita disarmante. Odio Alain, anzi lo detesto, eppure non mi è possibile giudicarlo. Mi sento così lontano dalla sua condizione, eppure irrimediabilmente così solidale con alcune riflessioni.
La forza del film è la linearità del ritratto del protagonista; i suoi pensieri e i suoi comportamenti non accusano la minima contraddizione, il filo conduttore del suo malessere è sempre lo stesso, irreversibile ma genuino, inspiegabilmente 'cieco' ma carico di dignità.
La cecità è il non saper accettare il compromesso del tempo e del rapporto con gli altri. Straordinariamente struggente l'immagine di Alain che vorrebbe toccare le cose ma non le sente, mi ricorda il bambino che per esprimere il proprio affetto abbraccia fino a stritolare, nel timore agghiacciante di non saper comunicare la propria emotività.
Un uomo schiacciato dall'incapacità (o non volonta?) di guardare oltre, che avrebbe voluto accattivarsi la gente, legarla a se senza mai perderla, mantenendo tutto immobile attorno a se (o tutto o nulla, tutto è totalizzante, non c'è spazio di mezzo, quasi una personalità borderline). "Volevo tanto essere amato che mi sembra di amare" confida in uno dei momenti più alti del film.
Ma tutto questo infernale malessere che il film è capace di esprimere e generare in ciò in cui ritrovo anche me stesso, ha un valore quasi terapeutico/catartico, e mi conferisce una gran voglia di vivere.
Magistrale Maurice Ronet.

Ascensore per il patibolo (Louis Malle, 1957)


Il cinema di Malle nel suo periodo d'oro, di questo suo esordio rimangono soprattutto le immagini dell'eterna disperata Moreau (peraltro qui ancor di più che in altri film, particolarmente affascinante) che cerca una spiegazione razionale a qualsiasi cosa (a partire da che fine abbia fatto il suo amante), laddove tutto ciò che di assurdo accade nel film è semplicemente inarrivabile. La deduzione cede il passo al caos, i progetti si sgretolano in un quadro beffardo che appare per certi versi persino grottesco (il piano 'diabolico' dei due amanti deve fare i conti con un'ascensore e una macchina fotografica, mica male).
Colonna sonora di Miles Davis bellissima.

Le due inglesi (François Truffaut, 1971)


Trovo che la chiave consista nello smantellare quella parvenza di leggerezza e disincanto. Lo stile è un conto (e Truffaut è stato indubbiamente magistrale per la capacità di creare una visione d'insieme di così grande effetto e coinvolgimento in modo così 'elementare', per certi versi), ma sui contenuti questo è un film che, contrariamente a quell'aura di eccessivo riserbo e candore che una lettura superficiale potrebbe cogliere, ferisce. D'altronde, 'Adele H.' o 'La signora della porta accanto' anche nei toni del dramma stesso dimostrano quanto il regista sapesse colpire duro sulla - a grandi linee - labilità degli equilibri razionali contrapposti a questo enorme nodo esistenziale chiamato "passione".
Questo film è molto più simile a 'Jules e Jim', non a caso l'autore del romanzo da cui è tratto è lo stesso, ed è capace di cogliere allo stesso modo le sottigliezze di problematiche così complesse legate alle relazioni affettive. Tutto è legato poi al trascorrere del tempo, al rapporto con la propria educazione ricevuta (o impartita, vedi mamma Brown), alle consuetudini e soprattutto alla religione: è persino agghiacciante a tal proposito il resoconto che Muriel fornisce della propria esperienza d'infanzia, che inevitabilmente le ha condizionato tutta l'esistenza nel rapportarsi col proprio corpo e con l'idea di sessualità.
Non si può infatti non cogliere una dura e audace analisi su come determinate componenti sociali e di credenza possano costituire veri e propri freni inibitori alla naturale, spontanea e quanto più Libera concezione della propria sessualità.
Per quanto mi riguarda è un film magnifico, con un Leaud sopraffino. Uno dei miei preferiti di Truffaut, per quanto non mi sconvolga come una Adele Hugo.

Stéphane, una moglie infedele (Claude Chabrol, 1968)


Il vuoto della vita borghese è il tema predominante in Chabrol, lo sappiamo, e qui viene analizzato sotto la sfumatura della rivendicazione del diritto di esercitare la propria figura di coniuge.
Ciò che sfugge di mano al protagonista è la normalità. La moglie lo tradisce, ed egli solo con l'omicidio può riaffermare il proprio ruolo, e di conseguenza la routine di un rapporto di coppia che dietro la facciata di sacralità non ha nient'altro.
Questo è ciò che emerge dal punto di vista dei fatti, ma il cinema di Chabrol è ben altro, alcune cose ritengo non si possano nemmeno descrivere perchè giocano sull'aspetto non verbale. Credo a tal proposito che la sequenza in cui il protagonista scopre l'accendisigari gigantesco in casa dell'amante sia forse il momento più 'alto' del film, per tutto ciò che un semplice dettaglio possa significare ai fini della lettura della personalità del protagonista.
E poi c'è la descrizione degli ambienti: il ritratto della routine borghese è agghiacciante, forse noioso dal punto di vista narrativo, ma di eccellente presa su quello analitico.
E poi c'è la prova degli attori, che considerando ciò a cui ulteriormente, in un film del regista, sono chiamati a trasmettere, è spesso almeno per me motivo di interesse anche maggiore rispetto ad un film qualunque. Caso vuole che adoro i tre protagonisti: Michel Bouquet superlativo come sempre, forse secondo solo al pedante commissario di 'Due contro la città'. Maurice Ronet qui sbriga una particina, ma quella in cui appare per maggior tempo è una delle sequenze migliori del film. Che si tratti di Malle, Clement o Deray, i personaggi che interpreta fanno sempre la stessa fine..
Stephane Audran, sguardo magnetico e a mio avviso ottima espressività, è solo al preludio della sua mitica "Signorina Helene" de 'Il tagliagole', e di una carriera che tra alti e bassi l'ha vista interprete di altri grandiosi film.

Andrej Rublëv (Andrei Tarkovskij, 1966)


Ogni film di Tarkovskij è un'esperienza unica, indipendentemente da come ci si pone rispetto alle sue tematiche predominanti. Un cinema che non c'è più, inteso sia come contenuti che come potenza visiva.La trasposizione della crocifissione nella taiga russa è una delle sequenze più suggestive del cinema del regista russo: un gelido silenzio, una commistione di immagini, dialoghi pregni di significato: Tarkovskij riesce perfettamente nel ricreare il dualismo tra paganesimo e cristianesimo in una Russia medievale dilaniata dagli scontri tra uomini e negli uomini. Il protagonista vive la crisi della propria concezione esistenziale che si riverbera inevitabilente sulla sua arte. La vera arte è vissuta in conformità del proprio sentirsi come uomo, una connubio imprescindibile ai fini della lettura di un personaggio come Andrej Rublev.Una maestosa galleria di personaggi carichi di fascino, da Teofane a Kiril, il lento incedere della narrazione si snoda tra tempi volutamente dilatati e per questo apparentemente distanti tra loro, che compongono tuttavia un percorso interiore di grande dignità, a prescindere dalla condivisione o meno della propria ragione d'esistere. Sarà il ragazzo, vera mosca bianca, a costituire il rilancio della creatività dell'artista, in un finale che lascia senza parole.

The Hurt Locker (Kathryn Bigelow, 2008)


Sia per come è girato che per i contenuti, 'the hurt locker' è un film che merita la visione, e avrebbe meritato qualche riconoscimento al festival di Venezia. Gran film, di una lentezza che ho trovato pertinente alle sensazioni che è capace di far maturare. L'ho trovato persino piuttosto originale per certi versi. Un ritratto asciutto e molto ben curato, la guerra è vissuta come una droga di cui non si può più fare a meno, lentamente progredisce nel sistema nervoso e sostituisce tutti i valori e le convinzioni su società, famiglia, e soprattutto sulla funzione che l'individuo ricopre al mondo. I punti di forza sono alcuni dettagli, delle trovate originali e molto ben rappresentate: i componenti degli ordigni che per James sono parte integrante del cassetto degli affetti mentre per Sanborn oggetti comuni ad ogni negozio di ferramenta; il bambino 'Beckham', parte di una sottotrama persino prolissa ma che ha il suo significato per come si conclude (ed è una delle scene pi agghiaccianti); il dialogo nel camion tra James e Sanborn: la priorità e unica via di uscita/salvezza per il soldato di colore appare quella di generare un figlio, una volta presa coscienza dello smarrimento di sè. Questi gli aspetti che mi hanno maggiormente colpito. Oltre ad essere valido sul piano dei contenuti, il film tiene quasi sempre alta la tensione mediante parecchie scene adrenaliniche, soprattutto quelle legate alle operazioni di disinnesco.
Ottimo il cast, fa la sua breve apparizione anche Ralph Fiennes. Bravissimo Jeremy Renner.

Gli innocenti (Per Fly, 2005)


La crisi della mezza età causata dalla decisione di prendere in mano le redini della propria esistenza senza aver prima elaborato il fallimento dei propri ideali, l'impossibilità della loro perpetuazione, il cinismo di un destino capace di soffocarti se ti ribelli alle sue regole: questi i temi portati alla ribalta da Fly nell'ultimo capitolo della sua trilogia incentrata sulle classi sociali.
Protagonista è un uomo appartenente alla 'classe media': professore oltre i quaranta con ideologie filo-terroristiche mai tramontate, che ricopre uno status sociale 'normale', fin quando decide di tradire la moglie, vivere apparentemente 'con', ma in realtà 'per' una giovane attivista in cui vede un riflesso dei propri ideali, liberi da sensi di colpa.
Dialoghi ben costruiti e finale emblematico.
Bellissima Beate Bille, l'attrice che interpreta Pil, il vero motore del film.
Brave Pernilla August e Charlotte Fich, la moglie di Per Fly.
Un'intenso Jesper Christensen, attore superlativo, caratterizza un profilo interessante. L'unico difetto che imputo al film è di trovarlo un pò troppo freddo, ed è ciò che non lo eleva ad opera imperdibile.

My Dying Bride - The thrash of naked limbs (1993)




Così fanno a questi lumi
anche i medici e coloro
che ti curan la coscienza
e ti costano un tesoro.
O che tempi, o che costumi!
Ma che far? ci vuol pazienza.

('il cervo malato', de la Fontaine)

Il secondo EP dei My Dying Bride, registrato negli Academy nel settembre del 1992 e uscito all'inizio del 1993.
Ancora un EP privo di testi (che sarebbero stati pubblicati sulla raccolta 'Trinity', ma per la prima volta con delle foto (se si fa eccezione del singolo 'God is alone' su vinile uscito nel '91 per la francese Listenable).
'The thrash of naked limbs' è un brano epocale. Tra i grandi classici del gruppo, ne è stato estratto anche un videoclip di lunghezza inferiore, come sempre. Durante le riprese, Rick cadde malamente e si ruppe un polso: diverse date live annullate. Si sarebbero rifatti presto.
Un brano con struttura circolare, con incipit e finale che coincidono, dunque.
Il violino di Martin è ormai una caratteristica fondamentale per lo sviluppo del senso musicale che i My Dying Bride intendono portare avanti, soprattutto nei momenti più melodici e lenti.
La strofa che apre e chiude il brano esprime una poesia difficile da descrivere. E' un brano dai momenti più movimentati, ma mai su ritmi esageratamente sostenuti. Trovo straordinario, ancora una volta, il lavoro di Rick. Non dimenticherò mai il suo passaggio all'inizio del quarto minuto (prima di "Take me/anywhere/that you like").
'Le cerf malade', traccia interamente ambient, con echi orientali e nel finale anche tribali. Un trip che sconvolse non pochi. Sul retro del CD, il finale della favola di de la Fontaine da cui prende il titolo. Trovo che la traduzione italiana della favola non renda tanto quanto quella inglese. E' una favola dissacrante, in cui un vecchio cervo malato che vuol starsene per conto proprio non muore a causa delle proprie condizioni, ma di fame perchè gli 'amici' che vanno a fargli visita prima di andarsene bevono e mangiano le sue provviste.
'Gather me up forever' è il brano conclusivo, il più accelerato di questo Mini. Ho sempre avuto una predilezione per questo brano, sia per il lato musicale che lirico.

The Thrash of Naked Limbs

Beauty is fragile, and time eats at it
This passion play
Smothered in effort, The thrash of naked limbs
Glistening skin
Close your eyes, the whispered sighs
Frightening lust
Sweet was her breath, tasted by mine
Words are more effective when concealed
Through the halflight on her body
My fearful hands tremble their way
Take me, anywhere that you like
Hold me, deep within. Do what you like
Take me, anywhere. Warm the night
Take me, take me, take me
With the lights low, and you naked on the warm floor
Me besides you, softly kissing, caressing
Make love to her while she's crying
I could die now, and die happy

Gather Me Up Forever

The pain never stops The race ignore me I sit here twisted, and it hurts me. The Son is near His way made for him Among the hopes Ten thousand suffering Oh how my heart aches The brilliant stories cascade about me To be handsome again Thou art all deformed, and I feel your pain What I touch with my hand, I touch with my heart. The affection of stillness Kiss the hand that blesses me And as the panting ceased My blood runs now fierce This when I was young, before I knew nothing Now I'm the hunted, for the guilt that stains my hands.

My Dying Bride - As the flower withers (1992)



Il primo disco intero dei My Dying Bride è stato registrato negli Academy e prodotto dal fedele Hammy tra il dicembre del '91 e il gennaio dell'anno seguente.
Un disco fuori dagli schemi, a partire dalla copertina che si commenta da sola. E' un disco che musicalmente vive di picchi pazzeschi, ma anche di momenti meno brillanti.
Non di certo si può dire dei testi: ricco di forzature decadenti, scadono a tratti perfino in latinismi completamente sgrammaticati. Ma Aaron ha altre frecce al proprio arco, e le scaglia con grande perspicacia nel momento della maturazione del gruppo, solo un paio d'anni più tardi.
'Sear me' risente di questo lirismo controproducente, totalmente in latino, ma un latino sballato. Sul piano musicale, al contrario, è già uno dei più bei brani della discografia del gruppo. Dopo un intro scolastico Rick/Ade/Calvin/Andy, s'innesca uno dei riff più memorabili (quello portante di 'the cry of mankind', a grandi linee, gli assomiglia). Il violino di Martin (ancora session) crea una melodia geniale e dopo questa stupenda prima strofa, c'è una accelerazione death metal brutale, a cui fa seguito un'altra di una lentezza esasperante. In sintesi, ecco i My Dying Bride degli esordi: cambi di tempo grandiosi in un binomio che varia tra il death metal classico e il doom più funereo. Molto più 'pestate' le accelerazioni rispetto ai Paradise Lost di quei tempi, che erano già molto più catchy di quanto si possa immaginare.
Il brano si conclude con la ripetizione della prima strofa, secondo una struttura circolare che è tipica di molte composizioni della band britannica, almeno fino a 'like gods of the sun'.
'The Forever people' è al contrario un brano esclusivamente death metal, e veniva spesso utilizzato per concludere i concerti.
'The bitterness and the bereavement' è un brano volutamente ripetitivo, lentissimo ma molto poco ispirato. 'Vast choirs' è il primo brano realizzato dai Bride nel lontano 1989, e questa versione benchè leggermente differente, non aggiunge molto a quel death metal grezzo del demo. E' uno dei grandi 'classici' del gruppo (che di recente l'ha addirittura riproposto dal vivo) e ha dei buoni momenti, devo ammettere, anche se non l'ascolto da molto tempo a questa parte. C'è perfino un assolo di Andy, e credo sia uno dei rarissimi.
E poi c'è la suite 'the return of the beautiful', a cui sono molto legato, penso sia una delle migliori prove della band dei primi tempi. Alternanze di strofe indovinate e riff ispirati. Anche il testo si segue piacevolmente. Il violino ancora una volta regala quel tocco in più di eleganza. Questo brano è stato ri-registrato 10 anni dopo per 'the dreadful hours', un tentativo a mio avviso evitabile, specie per l'assenza del violino, in quel disco.
'Erotic Literature' chiude il CD, ma è un brano piuttosto anonimo.
A difesa del gruppo c'è da dire che ha avuto pochi mezzi a disposizione per fare di più, e che ha dovuto inserire brani composti molto prima delle registrazioni. Anche 'The Crestfallen' e 'Serenades' degli Anathema risentono di queste esigenze.
L'aspetto sorprendente è che tutto il meglio che emerge da questo album (che costituisce abbondantemente più della metà della durata) non verrà semplicemente bissato, ma sorpassato nel giro di poco tempo nell'ambito di una delle evoluzioni più scioccanti che il metal degli anni '90 ricordi, e di cui si parla ancora oggi, la svolta di un intero sottogenere con uno dei dischi più clonati della storia del metal: 'turn loose the swans'.


Sear me

Gojira - The way of all flesh (2008)




Dopo un'attesa maturata tre anni, tornano i francesi Gojira, a mio avviso una delle migliori metal band degli ultimi 10 anni. Giunti al loro quarto album, anche stavolta non hanno tradito le aspettative, realizzando un disco favoloso.
Lo stile è il loro, inconfondibile. Aspettatevi le solite, spiazzanti destrutture, le poliritmie, la base post-thrash/death (ma solo la base!), i riffoni a-la morbid angel e quelle che appaiono come parti più fuori contesto possibile inizialmente, presto diventano parte del tutto. Un disco solido, pesantissimo, con una produzione eccellente, anche superiore al disco precedente.
Rispetto a 'Form Mars to Sirius' non si raggiungono determinate vette emotive, a mio avviso; mancano dei brani come 'global warming' o 'flying whales', che spezzavano il muro sonoro eretto per oltre un'ora.
Ma è musica di alto livello, ancora una volta.
Nonostante i 75 minuti, incredibilmente, a dispetto della quasi totale mancanza di brani più melodici (fa eccezione 'a sight to behold', e gli immancabili intermezzi tribali o i minimali suoni ripetitivi stile intro di 'global warming' - qui certe soluzioni qua e là fanno riecheggiare quel riff, ormai leggendario - ), non risulta ostico giungere al termine, soprattutto una volta metabolizzati i brani.
La differenza la fanno ancora una volta i fratelli Duplantier: superlativa la prova di Mario, batterista mostruoso, versatile, anima dei brani. Scrive il 50% della musica dei Gojira; la restante metà è del fratello Joseph detto Joe, chitarrista ma soprattutto voce capace di adattarsi alle molteplici sfaccettature che i Gojira tengono in serbo per l'ascoltatore.
Joe ancora una volta sforna una prestazione vocale maestosa.
Mixato da Logan Mader (tatuatissimo primo chitarrista dei Machine Head, come tutti sanno), 'The way of all flesh' conferma le potenzialità del gruppo, che dal secondo album 'the link' (2003) si è rivelato come diverso dagli altri, capace di suonare musica a parte in un panorama musicale particolarmente inflazionato.
I 'nostri' conservano le fattezze di band underground, nonostante tutto, restando fedeli alla Listenable. Bene così.
Il disco si presenta in una confezione elegantissima. Esteticamente è un CD che non passa di certo inosservato, sembra di tenere in mano un libretto. Le illustrazioni a mano (compreso l'artwork) sono opera dei due fratelli Duplantier. Colori e caratteri, scelte indovinate.
L'esperienza musicale Gojira non si limita a ciò che si ascolta. I testi sono parte integrante, pulsante del senso dei Gojira. Fin dal misconosciuto esordio 'terra incognita' (2000, già degnissimo disco) uno dei temi più cari a Joe è stato il rapporto uomo-natura, ed è passato nel corso degli anni attraverso brani epocali come 'clone', 'global warming', 'space time', 'world to come'.
In questo disco troviamo due brani significativi come 'toxic garbage island' sull'inquinamento ambientale, e 'Yama's messengers', ossia i corvi messaggeri del dio della morte. Un brano incentrato sui sensi di colpa per un mondo devastato dalle nostre stesse mani.

plastic form dead things it is now so clear
how could I fail to understand
cities are burning the trees are dying
my heart awake but still
pain is killing me
('toxic garbage island')

'Adoration for none' e 'a sight to behold' richiamano un altro tipico tema della musica dei Gojira, ossia l'amara constatazione della società attuale basata sull'edonismo ossessivo, la ricerca dell'utile, la sete del possesso e del potere da esercitare sugli altri

but I still don't get the point
what's worth destroying all the worlds
try not to get it anymore
('adoration for none')

Infine la tematica predominante, sin dai tempi di 'death of me', è l'eterno ritorno. Il termine 'death' non è mai nell'accezione di un fine ultimo, ma una tappa di una eterna (ri)generazione ciclica. Il simbolo è quello che appare sul CD, l'Oroboro (Uroboro), simbolo antichissimo che rappresenta un serpente che si morde la coda. Ha vari significati tra cui quello di utero, ed è uno dei simboli in tal senso delle teorie di Neumann sul 'pre-ego' uterino, ossia la nascita del Se antecedente all'Io.
Non a caso il brano di apertura è proprio 'Oroborus'; i testi di 'all the tears', 'the art of dying', 'esoteric surgery' ("you have the power to heal yourself"), 'vacuity', 'the way of all flesh' richiamano a una fortissima esperienza di introspezione ("I haven't close my eyes in a long time, I am trying"), la consapevolezza di Se per alimentare la speranza nella generazione della prossima esperienza/mondo del ciclo della nostra esistenza.
Questi ultimi brani citati sono un pò il filo conduttore attraverso cui si snoda questa ennesima magnifica opera della band francese.

is it the fear to fall in space that keeps us from understanding
the only way to find the power is to look inside
increase your fall on purpose and let this river flow
now you hold this secret appeared out of the vacuum of space
('vacuity')

Oroborus

Serpent of light, movement of the soul
Crawling stately along the spine
Mighty phoenix, from the ashes arises
Firebird cycle, life, regenerate the cell

Life burns fierce, reduced to ashes
Resurrection from the flame, ageless process
Quest for absolution, out of bounds introspect
Self-consuming womb, ever-present, meet no end

It seems like i always knew this
Since i'm a child i can feel it
My inner light everlasting
Revolving within a circle

Extended wings i'm flying
Over the valleys and planes
the curve of space i'm leaving
Death is just an illusion

Oroborus symbol of eternal life
Dig a tunnel for light, through ignorant walls
I'm counting the days but i'm dying
Grow up with impatience I'm falling down

On the peaks of radiant moutains
This truth is growing before me
My attention fixed on this silence
Rediscover life while i'm breathing

Designing the shape of material
Frozen icon distant reminder
Mankind has forgotten the gateways
By the mouth of the serpent regenerate


Vacuity (videoclip)

L'eredità (Per Fly, 2003)


Libertà personale e obblighi sociali sembrano inconciliabili, l'uomo è destinato a dover scegliere sacrificando una delle due metà, semplificando molto questa visione esistenziale, stritolando l'altra. Non solo, più si sale in una ipotetica scala sociale, più la scelta diventa accessibile, ma il divario sembra essere più ampio. O meglio, sembra più semplice cadere nell'(auto)inganno. Le difficoltà nel sapere e poter scendere a compromessi quando ci si sente 'moralmente obbligati' a delle scelte. Una promessa, operai che lavorano nell'azienda di famiglia da una vita, quanto siano 'obblighi' a cui il protagonista si sente in dovere di portare rispetto, quale il limite con la propria aspirazione personale, ammesso che sia reale? L'identità biologica in contrapposizione con una naturale evoluzione esistenziale, processo, quest'ultimo, che nella 'upper class' appare frenare.
Lineare e inquietante, ricco di spunti e di dialoghi di spessore. Fly è un regista capace, il suo stile registico in parte simile ai suoi contemporanei Vinterberg e Von Trier (nonostante Fly si chiami fuori dal Dogma) può piacere o meno, ma non è un'eresia considerarlo come uno dei pochi a saper portare ancora alla ribalta una certa tradizione del cinema nordico, condividendo un pressante interesse per il valore del ruolo sociale e famigliare con altri grandi del cinema contemporaneo come Kaurismaki o la recente scoperta Aleksi Salmenpera.
L'aspetto più agghiacciante è la freddezza che il potere comporta. Il potere di decidere il destino lavorativo del cognato, uno dei passaggi chiave del film: figura che cozza con gli ideali di famiglia del protagonista, che sembra al contrario non badare a quanto in realtà la madre faccia anche di peggio. Convenzioni, ruolo, aspirazioni: una caduta verticale di un personaggio che sembra aver tutto e proprio in base a questo, proprio 'per' questo, è destinato a precipitare.
Splendida la sovrapposizione tra i due livelli del film: superficialmente è composto da continui ricongiungimenti; più in profondità, ognuno di essi cela un'ennesimo allontanamento.
Il più bel film della trilogia del regista, con un Ulrich Thomsen (splendido nella parte del figlio abusato in 'Festen') eccellente.

The Mist (Frank Darabont, 2007)


Horror derivativo ma al tempo stesso dramma e farsa sulla stupidità umana.
Un film riuscito, ma che non mi ha entusiasmato in pieno. Ha il pregio di discostarsi dalla stragrande maggioranza degli horror contemporanei mettendo a nudo le contraddizioni che alimentano i nostri comportamenti, l'opportunismo e l'egoismo che si nascondono sotto la nostra maschera.
Numerosi déjà vu con 'zombi' di Romero, soprattutto in merito alla 'scelta' finale. Sono due finali diversi, sia chiaro, ma non si può rimanere indifferenti circa la congruenza di determinati particolari.
Anche la scelta del supermercato come location principale ricorda molto quella del film di Romero, anche se in quel caso si tratta di un centro commerciale. Molti sono poi i richiami a Carpenter, in particolare a 'la cosa', 'distretto 13' o 'fog', per l'appunto.
La tensione non è la stessa e gli effetti speciali, non particolamente brillanti, non contribuiscono. Tuttavia, sono gli altri aspetti del film ad avermi lasciato soddisfatto. L'orrore per ciò che nasconde la nebbia diminuisce in maniera esponenziale per dare spazio al crescente orrore delle dinamiche interpersonali e di gruppo. Per quanto sarebbe potuta essere sfruttata molto meglio, la 'follia di massa' e la ricerca del caprio espiatorio sono i punti vincenti del film. Credo sia difficile non provare un cambiamento di sensazioni a tal proposito.
Non è 'l'angelo sterminatore' di Buñuel, ma tutto sommato funziona.

Make yourself all honey and the flies will devour you



My Dying Bride - Symphonaire Infernus et Spera Empyrium (1991)

Rilasciato su MCD e 7'' nel 1991, 'Symphonaire infernus et spera empyrium' non è solo l'esordio ufficiale del sestetto del North York Shire: è un'opera seminale di death/doom per una delle più importanti etichette discografiche nel campo della musica estrema (la britannica Peaceville) e contiene l'omonima suite di 11 minuti che segna un pezzo di storia della musica estrema, un brano di cui si parla ancora oggi.
Inoltre, contiene delle parti di violino, strumento (il 'forse' è d'obbligo ma è una quasi certezza) utilizzato per la prima volta, con assiduità, da un gruppo metal.
Martin Powell, diciassettenne di Sheffield, è così consacrato alla leggenda se vogliamo: diverrà solo nel 1993 membro ufficiale della band, ma fino al 1997/98 ha amplificato e raffinato i suoi inserti nella musica dei Bride, rendendosi protagonista di una vera e propria svolta. Il suo violino costituisce un supplemento gotico alla proposta musicale del gruppo, e la contrapposizione del suo suono con quello delle chitarre distorte crea un effetto naturale difficile da eguagliare.
Sono molto legato a quest'opera d'arte. Le brusche accelerazioni di derivazione death metal dei My Dying Bride degli esordi sono autentici assalti. Ma di fondo, il gruppo già basava il senso della propria musica su accordi lenti e catacombali spesso e col tempo ulteriormente contrapposti alla dolcezza del violino. La musica dei My Dying Bride è poesia, per me è sempre stata di livello superiore rispetto a Paradise Lost e Anathema. Il cantato di Aaron degli esordi è di stampo death/grind (nono minuto di 'Symphonaire..'...CAPOLAVORO), meno espressivo che in 'turn loose the swans' ma efficace per il suono ancora grezzo e brutale che il gruppo esprimeva.
Ultimo ma non di minor importanza, uno dei batteristi più influenti della storia del doom, Rick Miah. Adoro lo stile inconfondibile di Rick, si riconoscerebbe tra mille. Egli all'epoca aveva 18 anni, il resto del gruppo sui 20 (i due chitarristi Andrew e il mancino Calvin, e Adrian Jackson che non era ancora nel gruppo sul demo) e Aaron 22.
Se 'god is alone' fondamentalmente è un brano di death metal, 'de sade soliloquay' alterna passaggi cadenzati ad altri più accelerati, una caratteristica di molte composizioni del gruppo fino a 'turn loose the swans'.
Nella title-track c'è invece tutto ciò che i My Dying Bride erano all'inizio: malinconia, brutalità, poesia. L'intro di violino è un prologo entusiasmante. Con una sequenza 'a stanze', il brano vero e proprio ti catapulta dal doom al death con alternanze mozzafiato e una padronanza degli strumenti e del comporre già all'avanguardia. Il mio passaggio preferito è all'ottavo minuto. Aaron sin da questo debutto attinge a piene mani dalla propria passione per le letture romantiche, infarcendo le frasi di doppi sensi e spesso rendendo tutto volutamente criptico, ad interpretazione (sarà 'the thrash of naked limbs', probabilmente, il testo più riuscito in tal senso). Bisogna altresì mettere in chiaro che più di ogni altra cosa Aaron da sempre ha come obiettivo quello di pungolare la fede cattolica, con un piglio sarcastico.
Sin da questo EP egli comincia ad inserire sovente nei suoi testi la parola 'king', che ha sempre letture ambivalenti (a volte è dio, a volte è se stesso).
L'assenza di dio e la bibbia favolistica a cui la maggior parte della gente crede ciecamente, saranno sempre una vera e propria ossessione nelle sue liriche.

Unbeliavable self extinction
Admire cloned convictors
Will the beast fall
Will God save us

Symphonaire infernus et spera empyrium (il videoclip è solo poco meno della metà del brano)

In Flames - The Jester Race (1996)



Archaic pearls of sleep and death
the voice of December losing its breath
and the floweryard of white and grey is haunted

White as the down of flaking snow,
the heroic emblems of life

(December Flower)

L'album che ha rivelato al mondo gli In Flames da Goteborg, il primo con Anders Friden alla voce (ex Dark Tranquillity e Ceremonial Oath) e Bjorn Gelotte (batterista e chitarra solista). All'epoca Anders aveva 22 anni e Bjorn 20.
Proprio mentre la piccola etichetta francese Osmose dava alla luce il manifesto del death metal melodico ('The Gallery' dei Dark Tranquillity), nel Novembre del 1995 gli In Flames con la loro formazione nuova e stabile entrarono nei Fredman Studio per realizzare il loro capolavoro.
Il disco: sensazioni difficili da descrivere. Il death metal degli esordi è alle spalle, il genere proposto è notevolmente più melodico, le chitarre rubano la scena per le capacità tecniche e compositive di Jesper e Glenn. I richiami ad un certo heavy metal anni '80 sono ridondanti, gli In Flames riescono ad amalgamare le loro scelte stilistiche spiccatamente melodiche a parti spesso anche molto tirate di batteria e ad altre più cadenzate. I 'puristi' tengono a sottolineare come nel death metal melodico, di cui questo disco è una delle pietre miliari, la parte 'incazzosa', la brutalità se vogliamo delle composizioni, sia un'aggiunta alle melodie, e non c'è una chiara matrice death metal, per cui non sta bene determinare come 'death metal' il 'gothenburg sound', essendone quest'ultimo non altro che un ramo. Per me questo disco ha rappresentato innanzitutto una ventata di freschezza. Ero reduce da un periodo in cui ascoltavo Obituary in continuazione e dapprima gli Unanimated, poi gli In Flames, mi aprirono nuovi orizzonti.
Penso che questo album sia una delle cose più inspiegabilmente scioccanti che mi sia capitato di ascoltare, e ancora oggi mi trasmette emozioni fortissime. Sembra tutto perfetto, le melodie penetranti, la voce di Anders (quando ancora aveva la voce - uno screaming molto espressivo - senza abbandonarsi a voci pulite improbabili) gli assoli magistrali (come posso non menzionare quello su 'december flower'?? non a caso quell'assolo è di Fredrik Johansson, e chi mi conosce sa quanto io adori questo genio!), due strumentali da sogno: la prima è una ballad semiacustica ('the Jester's dance'), la seconda è praticamente una delle più belle che conosca ('Wayfaerer'). Le chitarre ritmiche sono uno degli aspetti di minor conto in questo disco: dato paradossale, in fondo non parliamo di musica 'estrema'? già dal primo ascolto 'The Jester Race' ti catapulta in un universo sognante di chitarre soliste costantemente in primo piano, e nei suoi momenti più soft (le deliziose parti arpeggiate, che sin da 'Lunar Strain' hanno contraddistinto la loro proposta musicale) è in grado di rilassarti. Le parti tirate di 'Dead Eternity'(concepita già prima dell'autunno 1995), 'December Flower', 'Dead god in me' (originariamente 'the inborn lifeless', anch'esso un brano 'vecchio') sono favolose, mai eccessivamente brutali, sfociano sempre in parti che non ti aspetteresti: il finale di 'Dead god in me' è o non è una delle 'robe' più emozionanti che la musica possa dare??
Venero questo album, e sarà sempre parte di me.


And we go and we go and we go and we go, our steps so silent
And we go and we go and we go and we go, our blooded trace;
the Jester Race

Artifacts of the black rain

Moonshield

In Flames - Subterranean (1995)






Incredibili le ambivalenze di questo MCD. Seconda e ultima uscita underground della band di Goteborg, ma al tempo stesso trampolino di lancio verso la firma per la major Nuclear Blast. Oggetto di culto per gli appassionati di death melodico di prima ondata, ma al tempo stesso sepolto dalla band stessa, che non l'ha (QUASI) mai tenuto in considerazione in sede live sin dal tour per 'the jester race'. Nell'estate del 1999 in concomitanza dell'uscita di 'Colony' venne chiesto a Peter Iwers, entrato da poco nella band, perchè gli In Flames persistessero nel nascondere i testi di 'Subterranean'; egli liquidò la questione asserendo in sostanza che erano testi in cui non si riconoscevano, e questo la dice lunga sul cambio di pelle che la band aveva intrapreso: la recisione del cordone ombelicale col passato pre-The Jester Race (fatta eccezione per l'immortale 'behind space') con 'Colony' (che ritengo un bel disco) era solo iniziata, e mai nessuno avrebbe immaginato a che livelli si sarebbe spinto il gruppo, nello snaturare il proprio sound primordiale. Partiti come progetto, fino a 'The Jester Race' non ebbero una formazione stabile.
All'epoca delle registrazioni di 'Subterranean' per la mitica W.A.R. correva l'anno 1994, mese di Novembre. Faccio fatica a pensare agli In Flames senza Glenn Ljungstrom, e 'Colony' è proprio un'eccezione. Ricordo quando leggendo il booklet di 'Whoracle' notai scritto tra i ringraziamenti che Glenn e Johan Larsson (il bassista, voce e basso dei leggendari Seance - si parla di 1990/1995 - ) erano di fatto usciti dalla band alla fine delle registrazioni per intraprendere altre strade. Proprio Johan, che non mi è mai piaciuto molto e non solo perchè suona col plettro, su 'Subterranean' esegue il suo miglior lavoro. Jesper si occupa di chitarra e tastiere abbandonando (finalmente!!) rispetto al debutto anche il posto dietro le pelli. Quest'ultimo, rimasto così vacante, fu suddiviso tra due mostri sacri come Daniel Erlandsson (all'epoca diciottenne) e Anders Jivarp (ventunenne) dei Dark Tranquillity, anche se nelle foto del booklet compare solo Daniel. Considerando il quarto brano 'Timeless' composto solo da arpeggi di chitarra acustica, i due suonano su due brani a testa: Daniel su 1,2; Anders su 3,5.
Il cantante. Tutti sanno che su 'lunar strain' canta Mikael Stanne che dismessi i panni di chitarrista ritmico nei Dark Tranquillity, rimpiazzato (e anche questa è storia) da Fredrik Johansson (una delle menti della nascita di un movimento musicale, lo definirei) divenne cantante dei Dark Tranquillity dal MCD 'Of Chaos and eternal night' (1994) e Anders Friden entrò solo da 'The Jester Race' in pianta stabile negli In Flames (non prima per via del servizio militare, mi pare).
Per 'Subterranean' venne chiamato come session il cantante dei Dawn, Henke Forss, una delle più stimate voci della scena estrema svedese. Henke ha un timbro inequivocabile, uno screaming acido e penetrante.
Con questa formazione gli In Flames hanno dato vita ad un mini-CD di grandissima qualità, ed è ciò che più conta. I fraseggi di chitarre sono ancor più elaborati rispetto al debutto, le melodie ancor più spiccate. Poi sarà perchè c'è Daniel, ma certi passaggi mi ricordano gli Eucharist di 'A Velvet Creation' (i primi due brani sono anche i più tirati): in pochi oggi dichiarano di trovare delle sfumature di black svedese in certi passaggi di 'Stand Ablaze' e 'Ever Dying', che sono evidentissime. Sarà perchè è uno dei primissimi prototipi di 'death melodico'? Questa maledetta etichetta mette in secondo piano anche certi riff thrash e gli inserti folk, che dal disco successivo spariscono, ma che in misura ancor maggiore erano presenti in 'Lunar Strain'.
Al pari di 'Of Chaos and eternal night' dei Dark Tranquillity, dello stesso anno, 'Subterranean' è un MCD irripetibile, indimenticabile per qualunque amante del ricercatissimo e inarrivabile suono generato da queste due seminali band, che con intenzioni diverse e risultati alterni nel corso degli anni hanno involuto la qualità della propria musica, a mio avviso.


Stand Ablaze

The time is now
Please tell me how
Set ablaze...
Crying,
Remembering how it used to be
Scarred for eternity
Was it meant to be?
A life in harmony...

Bleeding, regretting...

Solitary life
Committing suicide
Seeking sanctuary
From this world, contrary

Stand Ablaze
Screaming
As the flames caress my face
Stand Ablaze...

Gruppo di famiglia in un interno (Luchino Visconti, 1974)


Un grande film sulla solitudine. Iva Zanicchi che canta 'la mia solitudine sei tu, la mia rabbia vera sei sempre tu', intenso sottofondo di uno scontro generazionale che malinconicamente si risolve in un nulla di fatto, complice un inconciliabile quanto insanabile divario tra due generazioni differenti nella concezione della memoria storica, delle ideologie, del proprio ruolo sociale e in definitiva del modo stesso di intendere la propria esistenza in relazione con se stessi e con gli altri, in un preciso momento storico. Adoro le sceneggiature di Enrico Medioli, questo è uno dei film che più amo di Visconti perchè esprime una sofferenza difficile da descrivere: sembra che sia la natura umana stessa a beffarsi di quello che apparentemente potrebbe sembrare un genuino incontro tra due mentalità diverse rivestite dei ruoli rispettivamente di 'padre' e 'figlio' (alludo al rapporto tra il professore e Konrad). E' la natura di due personaggi negativi che non riescono a trovare la dimensione a cui agognano, frutto di una placida illusione che resta soffusa e legata all'aspetto squisitamente non verbale per gran parte del loro incontro. Il professore nella sua autocommiserazione e misantropia può essere visto forse come un monito a credere di più negli uomini indipendentemente dalle loro diversità culturali e ideologiche. La strada da seguire è ignota, quel che resta è il doloroso commiato di un uomo che si accorge di aver troppo compiaciuto il proprio attaccamento a ricordi e oggetti (ancora una volta il rapporto uomo/Arte al centro di un film della 'decadenza' di Visconti, elemento che accomuna questo film soprattutto a 'Ludwig' e a 'Morte a Venezia', oltre che a 'la prima notte di quiete' di Zurlini sceneggiato proprio da Medioli) e di aver vissuto con egoismo la propria esistenza.

Sinister - Hate (1995)




Devo aver avuto 15 anni la prima volta che ho ascoltato 'hate', su musicassetta registrata. Ricordo il vocione di Mike, ma un gran casino a tratti insopportabile. Due anni dopo P. mi ha rivenduto il CD a 10 mila lire, perchè era tenuto malissimo. Adoro questo disco, ma quando ho ascoltato i primi due (me li prestò sempre P.) mi resi conto che c'era una gran bella differenza. Io ho sempre amato la svolta che i detrattori definiscono malignamente 'la panterizzazione del death metal' che prosegue su 'bastard saints', l'ultimo MCD con Mike alla voce, quindi la fine di un'era. 'Hate' è il terzo disco e il più famoso, forse per l'anno in cui è uscito (1995) in cui la nomea della Nuclear Blast era dilagante, forse perchè contiene quello che più o meno universalmente è considerato il loro brano migliore, 'awaiting the Absu'.
Chi ha visto dal vivo Bart -unica chitarra- sostiene che era eccezionale. Tuttavia questo disco segna la flessione delle potenzialità del gruppo. I primi due dischi sono estremamente trascinanti, 'hate' lo è solo in parte, e paga una certa ripetitività, soprattutto nella parte centrale. 'To megatherion', altro cavallo di battaglia della band, è uno degli episodi più riusciti, così come il lotto delle prime 3 tracce dopo l'intro (il finale di 'embodiment of Chaos', eppure ugualmente memorabile, non richiama forse quello di 'sense of demise' contenuto sul disco precedente?). Idee che cominciavano a scarseggiare insomma, senza Andre, il chitarrista del miracolo 'cross the styx' e soprattutto 'diabolical summoning', meno rude e più diretto, forse quello che preferisco (premesso che i primi due sono entrambi capolavori). Si dice che la musica sia stata composta quasi sempre in particolar modo da Aad, il batterista (oggi cantante dopo la 'reunion' - definiamola tale - ma si aprirebbe una parentesi troppo ampia) ma il cambio di chitarristi ha determinato, non di certo casualmente, delle variazioni qualitative, oltre che di coordinate musicali, nella discografia del gruppo olandese.
Perchè parto da 'hate' nel raccontare il mio rapporto coi sinister allora? Bè perchè c'è il brano che ha segnato per me un divario inarrivabile tra questa band, che considero la migliore death metal band europea di sempre, e gli altri gruppi della scena. Perchè se è vero che Mike si rifacesse nei testi a Lovecraft e saccheggiasse a pie mani da Anton Szandor Lavey (già ampiamente sfruttato dai Deicide - e a proposito, un riff di 'to megatherion' è simile in maniera preoccupante ad uno contenuto nel primo omonimo album della band floridiana - ) al tempo stesso leggere questi testi è tempo perso, almeno per me.


Awaiting The Absu

I invoke thee, nameless beings
Childred of the underworld
Covered with blood
Embraced by fire, ANNU spawned

Call upon the dead
They were and once more will be
Warriors of KUR
Rulers of the black earth

Screaming demons
Children of the serpent god
VENGEANCE IS SWORN!

Wreak vengeance upon them
Secret covenant will have revenge
From the dephts the nameless will rise
The seven lords reborn in UR
The cold burning sword beholds the wrath

Suffer - in pain
Suffer - bleeding
Suffer - to dream

Covered with blood
Embraced by fire, ANNU spawned
Screaming demons
Children of the serpent god
VENGEANCE IS SWORN!

Call upon the dead
They were and once more will be
Warriors of KUR
Rulers of the black earth

VENGEANCE IS SWORN!
Invocation in unknown words
Screamed in forgotten tongue
Ruins of UR rumbling
The seed of rebellion reborn

Necromantic art from the kingdom of Woe

CTHULHU sleeps and dreams the burning pain
PAZUZU plague gods, shaped from the blood of KINGU

Calling of the spirits who dwell in the lost
Dark shining world of the ancient horde

Covered with blood

Embraced by fire, ANNU spawned
Screaming demons
Children of the serpent god
VENGEANCE IS SWORN!

Wreak vengeance upon them
Secret covenant will have revenge
From the dephts the nameless will rise
The seven lords reborn in UR
The cold burning sword beholds the wrath

Suffer - in pain
Suffer - bleeding
Suffer - to dream

AWAITING THE ABSU

Katatonia - Brave murder day (1996)




'La (nuova) formula consisteva nell'utilizzare un muro enorme di chitarre ritmiche distorte con strati di chitarre soliste armoniche ma dissonanti in cima, il tutto sostenuto da un mid tempo ripetitivo impiantato su un 4/4 di batteria..' (Anders 'Blakkheim' Nyström)

Ovvero, la formula che ha cambiato la storia di un genere musicale. Che poi non ho idea esattamente di quanto questo disco possa suonare doom o gothic, viste le influenze post-rock, shoegaze, un certo gusto per il 'dream pop', la musica dark. Gruppi come Kent (svedesi) o i più famosi Slowdive hanno avuto un impatto fortissimo sul mood di 'brave murder day' (a detta dello stesso Blakkheim). E credo che anche i My Bloody Valentine siano stati importanti per la nascita di questo disco.
Ma quel che denota la rivoluzione musicale operata dai Katatonia è l'aver infuso tutti questi rimandi nella loro musica, che era già unica sul debutto 'Dance of december souls' (dicembre 1993). Solo i grandi hanno saputo evolvere un genere (dopo aver contribuito a plasmarlo) nel momento di maggior inflazione. In parole povere, quando nascevano cloni di Anathema, My Dying Bride o Katatonia, tutte queste band, unitamente a poche altre, hanno evoluto ulteriormente (e sempre in modo superlativo) la loro proposta verso traguardi mai raggiunti in precedenza.
Se ad esempio già il pinkfloydiano 'the silent enigma' (Anathema, 1995) non è realmente doom (che poi viene etichettato come gothic-doom, ma davvero, che senso ha cercare necessariamente una definizione alle volte?..) figuriamoci 'Brave murder day'.
La formula su cui si basa il disco, descritta in apertura, ha spiazzato persino Dan Swano (che ritengo il più grande artista svedese nel metal) che durante le registrazioni, stando sempre alle parole di Anders, disse tutto il male possibile a quanto stava ascoltando, a tal punto da voler rinunciare al ruolo di produttore per rimanere unicamente nelle vesti di ingegnere del suono (il disco è stato registrato nei suoi leggendari Unisound).
La nota introduttiva di Anders sulla ristampa del 2006 per la Peaceville (nella foto è il digipack in basso, mentre in alto c'è l'originale dell'Avantgarde - mitica! - del 1996) svela altri curiosi retroscena. Per chi non lo sapesse i Katatonia dopo l'esordio per la No Fashion del 1993 (il già citato 'Dance of december souls', acclamatissimo oggetto di culto) vennero 'congelati' nell'autunno del 1994. Fa specie leggere su parecchi CD della scena svedese del 1995, tra i ringraziamenti, 'Katatonia R.I.P.'. Anders ci tiene a precisare che aveva sempre avuto in mente di creare qualcosa di nuovo col nome Katatonia, ma per più di un anno lui e Jonas Renkse (cantante e batterista) non si parlarono. Così Anders scrisse una lettera (!!!bei tempi!!!) a Jonas chiedendogli di cantare sul nuovo disco che voleva realizzare col monicker Katatonia che aveva cominciato a scrivere, ma Jonas dapprima rispose picche. Quel periodo di stop è stato fondamentale per la nascita di questo capolavoro. Le nuove influenze, i progetti paralleli: dunque Jonas aveva fondato gli October Tide con un nuovo chitarrista, tale Fredrik Norrman, che entrò successivamente in pianta stabile nei Katatonia.
Ho letto spesso che 'brave murder day' sarebbe il disco di Blakkheim ma io non ne sarei tanto sicuro, Jonas Renkse ha avuto la sua parte ma anche Fredrik Norrman deve aver avuto il suo grosso peso nella realizzazione della parte musicale. E' possibile infatti notare delle grosse congruenze in certi riff di chitarre tra il disco dei Katatonia e 'Rain without end', il meraviglioso album d'esordio degli October Tide (non ho mai sopportato invece il progetto parallelo di Blakkheim, i Diabolical Masquerade), che venne registrato l'anno prima ma che per i curiosi casini dei dischi metal degli anni '90 uscì solo nel 1997.
In quel CD Jonas Renkse, storica voce in screaming dei Katatonia, offrì l'ultima sua prestazione vocale con quell'approccio: infatti entrati in studio per 'Brave murder day' cominciò a provare la voce e non andava. Non è il primo caso di ragazzo che rovina le corde vocali con lo screaming, basti pensare a Carmelo Orlando dei Novembre (vedi commento per 'Arte Novecento'), o lo stesso Dan Swano che non poteva esibirsi a lungo in sede live perchè dopo 3/4 d'ora non riusciva più a cantare! (altra curiosità, Katatonia e Novembre sono molto amici, sono stati in tour assieme, Blakkheim si considera un grandissimo fan della band romana).
Per ovviare al problema chiamarono il loro grande amico Mikael Akerfeldt degli Opeth, che nel giro di una mattinata fece un viaggio in treno e li raggiunse (Anders scrive anche che in quel periodo scrivevano giorno e notte, Dan Swano arrivava in studio alle 9 e li trovava che avevano scritto qualcosa durante la notte precedente!). Trovo la voce di Mikael straordinaria, poi a livello emozionale questo è il disco su cui secondo me si adatta meglio (ascoltare come scandisce 'dead in time' su 'Brave' è sempre da pelle d'oca, ad esempio). Sarà un caso, ma su tre dei miei album preferiti canta Mikael, è incredibile! ('Morningrise' degli Opeth, 'Crimson' degli Edge of Sanity - su cui canta qualche piccola frase - e 'Brave murder day', appunto).
Ci sono però degli ulteriori elementi di novità per quanto riguarda le voci, perchè ci sono delle clean vocals registrate da Jonas Renkse. Già dal disco successivo i Katatonia intrapresero un nuovo percorso musicale, e questo approccio pulito di Jonas su 'brave murder day' costituisce il primo assaggio di quel che poi sarebbe diventata routine. In particolare c'è il brano 'day' tutto in voce pulita, che resta uno dei cardini di un certo approccio decadente nel doom (ma sia chiaro il brano non è affatto doom, anzi si apre con una batteria che tiene un ritmo trip-pop!), in cui tutte le influenze non-metal su citate emergono con maggior spicco. Non si tratta di un brano metal appunto, ma si fonde perfettamente con l'atmosfera del disco. Un brano che trovo sensazionale, decadente, molto malinconico.
Difficile descrivere le altre. A livello oggettivo la descrizione d'apertura rende tutto. C'è che sul piano emozionale quella monoliticità, che come scritto spiazza ad un primo ascolto, diventa ossessionante. Questo è uno dei CD che ha un effetto maggiormente ipnotico sui miei sensi. E le chitarre soliste in primo piano combinano delle melodie malinconiche che si sposano perfettamente con i testi.
'Endtime' si apre con una frase tratta da 'Shining' di Kubrick, è di quando propongono il ruolo di guardiano a Jack avvisandolo che può essere problematico:

"Because, for some people solitude and isolation can, of itself, become a
problem."
"Not for me"

Adoro '12' perchè ha un intro molto simile ai primi Opeth, e infatti la trovo l'unica traccia che si discosta un pò da quell'incedere a 'stanze' che caratterizza quasi ogni brano di questo disco. In '12' c'è il passaggio che mi piace di più di tutto l'album (3.47 - 4.17) e tanto per cambiare lo considero uno dei miei riff preferiti in assoluto. Questo brano era stato incluso originariamente (su una prima versione) nella compilation della W.A.R. (Volume 1) del 1995, col titolo 'Black erotica'.

In conclusione, questo è uno dei CD più belli che io abbia mai ascoltato.
I tre musicisti che lo hanno realizzato all'epoca della registrazione (luglio 1996) erano tutti ventunenni.



Brave

Brave live (a Roma nel 1996, canta Blakkheim)

Agente Lemmy Caution: missione Alphaville (Jean-Luc Godard, 1965)

Stato di grazia di Godard: non a caso questo gran film si colloca cronologicamente tra quelli che reputo i suoi capolavori ('bande a part' e 'pierrot le fou', ma anche 'une femme marièe' che invece mi manca).
Non lo definirei un film di fantascienza: il regista rimodella questo genere (che peraltro non amava) a suo piacimento, con un personaggio che già s'era fatto una nomea in film di serie b, chiamando lo stesso attore che qui della propria maschera severa ne fà una sorta di parodia.
Alphaville non è altro che il ritratto della ipertecnologica società moderna. L'indagine non si concentra minimamente sulle persone perchè ormai sono omologate tra loro, descriverne una corrisponderebbe a descriverle tutte, certo in un atteggiamento volutamente provocatorio e non così conforme alla realtà, ma dopotutto è un film distopico che rovescia la realtà per questo, altrimenti di fantascienza - seppur con le dovute limitazioni come già scritto - non si tratterebbe. La riflessione invece si concentra sul cervello elettronico da cui dipende tutta la città: morto alpha60 tutti quanti gli abitanti perderebbero l'orientamento. Una sorta di d.i.o. ipertecnologico, la sostanza non cambia: è l'annullamento totale dei sentimenti, della coscienza. Tale è una riflessione del tutto personale: non credo che a Godard premesse minimamente una allusione mistica, quanto ciò che poi è evidente, ossia l'influenza della macchina sull'uomo, o più precisamente, della razionalità sulle pulsioni più profonde. I traditori (coloro che 'peccano' di irrazionalità) sono uccisi in strani rituali e pugnalati da concubine nelle piscine (in una delle scene clou). L'indagine dello strano agente segreto non è ovviamente la sola chiave di lettura per approfondire il nucleo del film: c'è anche un persistente ricorso a luci e ombre, simbolicamente l'oscillazione labile tra recupero e obnubilamento.
Anna Karina, magica come al solito, anch'ella nel suo momento di grazia di donna e attrice, protagonista del recupero del proprio sentimento. Che precorra forse la replicante di Blade Runner (?), anche se a differenza di quest'ultima recupera qualcosa di cui era già in possesso in passato, proprio come metaforicamente l'uomo nella società moderna potrebbe fare.
La scena in cui legge i passi del romanzo e s'illumina girando attorno alla lampada è per me una delle più belle di tutto il cinema di Godard.

Funny games (Michael Haneke, 2008)


Fatta eccezione per alcuni piccoli dettagli, questo remake made in USA è uguale nel senso, nelle inquadrature e nella sceneggiatura all'originale austriaco. Se quest'ultimo si proponeva come film di nicchia, non di certo si può dire lo stesso di questo remake, che sfrutta un cast di notevole caratura e che ha una distribuzione decisamente più ampia. Queste caratteristiche sono le uniche vere varianti e rendono più popolare il film, ma al tempo stesso lo sottopongono inevitabilmente ad una dose maggiore di critiche. Per farmene un'idea su scala minore, ma attendibile, sono stati sufficienti i pareri contrapposti del pubblico in sala. Mettono d'accordo tutti Tim Roth e Naomi Watts, così come l'ottima prova del talentuoso Michael Pitt (nella parte dello psicopatico che fu interpretata da altrettanta bravura da Arno Frisch nell'originale).
La violenza è tutta psicologica perchè non mostrata (la camera si sposta) e in quanto tale ancor più agghiacciante. Ma queste sensazioni di orrore che siamo stimolati a rappresentarci nella mente sono al tempo stesso permeate da un costante senso del grottesco. La sfida non è mai ad armi pari e ciò trova la sua geniale, miglior esemplificazione nella scena del rewind.
Il tentativo di portare ad Hollywood una storia del genere non mi è sembrato affatto fuori luogo e privo di senso. I riferimenti ad una borghesia alle strette sotto una singolare forma di violenza, ricolma di parodia (l'episodio delle uova e il telefono scarico sono forse i dettagli più riusciti, a tal proposito) trova una collocazione più congeniale in quel tipo di ambiente. Però è vero che il film non è per tutti, e mi sento di consigliare infatti la prima versione (l'originale del 1998), anche se questo remake è un film da vedere.
In conclusione, leggendo qua e là mi accorgo che ognuno trova i più disparati accostamenti nella critica borghese, citando Bunuel o persino 'Teorema' di Pasolini. Personalmente sento molto vicini i vissuti di questo film con alcuni di quelli relativi al meraviglioso 'il buio nella mente' (1995) di Chabrol.

Noctes - Pandemonic Requiem (1997)



L'esordio dei Noctes (di Stoccolma) è per la No Fashion Records ed è stato registrato nei Sunlight nel dicembre del 1996. Si presenta in un elegante digipack caratterizzato in prevalenza dai colori viola e nero. Il genere proposto è un black metal molto melodico, che richiama i primi lavori dei Naglfar (specie 'Vittra'), ma anche gli onnipresenti Dissection. Le chitarre sono il fulcro delle composizioni e spesso i due chitarristi (che su questo disco si sono occupati anche di registrare le linee di basso - che non si sentono molto - ) compongono riff diversi da ciascun altro nel computo della stesura della strofa, in cui si alternano essenzialmente mid-tempo a parti tirate. Lo screaming è piuttosto versatile, e il tappeto di tastiere contribuisce a rendere il risultato finale di tutto rispetto. Questo è il black metal che preferisco, atmosferico al punto giusto (anche se generalmente lo gradisco privo di tastiere) senza risultare sinfonico, improntato sulla qualità dei riff di chitarra. Questo CD mi piace abbastanza, i brani migliori qua e là richiamano le due band citate in precedenza come riferimenti (ad esempio il riff del ritornello di 'Attila' è molto simile a quello di 'Soulreaper' dei Dissection), ma i Noctes non sono dei cloni. Ci sono buone melodie e soprattutto un'atmosfera onirica persistente. Non tutti i brani catalizzano l'attenzione, però la lunghezza del CD non risulta indigesta. Peccato che al momento della verità (secondo album) i Noctes abbiano prodotto un disco al di sotto delle aspettative ('Vexilla Regis Prodeunt Inferni' del 1999, sempre per la No Fashion, l'ultimo prima dello scioglimento).

Le mani sulla città (Francesco Rosi, 1963)


Un film di denuncia legato ad un determinato periodo storico (boom economico italiano e relativi magheggi dell'edilizia in politica) e tristemente attuale.
Il regista napoletano è capace di costruire un quadro poliedrico con un taglio documentarista ma neorealista al tempo stesso. Riesce a trattare il delicato tema dell'etica personale nella politica (che è uno dei temi principali) senza farne una semplice e sterile requisitoria di parte, pur essendo schierato.
La dialettica è la componente fondamentale: c'è la voce della gente (meravigliosa la sequenza tra le strade in cui si sono riversate le persone che hanno subìto lo sfratto), i faccia a faccia privati, in cui vengono prese le decisioni più clamorose (giochi di potere, rovesciamento delle responsabilità, accordi e disaccordi in relazione all'ambizione per una posizione). Infine c'è l'aula in cui si riunisce il consiglio comunale, teatro di scontri accesi e in cui si ha sempre l'impressione che più che prendere decisioni per i cittadini l'obiettivo in realtà sia sempre quello di tirare l'acqua al proprio mulino.
Monumentale Rod Steiger, uno degli attori più camaleontici del cinema, ma anche il resto del cast fa la sua parte. Incisivi i dialoghi, certe battute inerenti a intrallazzi politici sono sensazionali, di una realtà disarmante.

The Moaning - Blood from stone (1997)




'Blood from stone' è l'unico disco realizzato dai The Moaning, quintetto svedese di Luleå. Registrato nel gennaio del 1996 negli Abyss ma uscito soltanto nel 1997, è un album molto derivativo ma discreto. Pur non essendo originali i The Moaning sanno come catturare l'attenzione. Il genere proposto è un death/black melodico con vari richiami. Non il death/black d'atmosfera tipo Sacramentum o Dissection, anche se in comune con questi ultimi hanno sicuramente il gusto maideniano e heavy metal anni '80 delle soluzioni melodiche. Li associo immediatamente ai miei ben più amati Decameron, ma un altro accostamento inevitabile è con i primi due album dei concittadini Gates of Ishtar (il ritornello di 'still born' è molto simile a un brano di 'the dawn of flames' dei GOI che ora non mi viene in mente, anche se quel disco è di un anno successivo). I brani sono sempre ben costruiti, ma il disco purtroppo non è sempre accattivante sia per una certa ripetitività che per la mancanza di quell'estro in grado di fare la differenza. La prestazione vocale è abbastanza anonima anche se il timbro ricorda molto quello di Mårten Hansen (ben altra espressività però!). I Decameron ad esempio avevano molti più assi nella manica da esibire.
Per chi adora un certo tipo di suono ed è consapevole che solo pochi gruppi svedesi di nicchia sono stati in grado di forgiarlo, è un ascolto doveroso. Alcuni brani sono sopra le righe: la title-track ad esempio è uno spettacolo, con una sezione centrale brillante. E' la mia preferita assieme a 'Dreams in black' e 'dark reflections'. Non ho un buon ricordo invece del progetto parallelo (gli Everdawn) dei membri di The Moaning e Gates of Ishtar, anche se nel corso degli anni è diventata una chicca (mi riferisco all'unico CD realizzato, 'Poems - Burn the Past' che qualche anno fa è stato ristampato).

Konkhra - Sexual affective disorder (1993)



Per farla breve sulle basi di questa pietra miliare del death metal danese, per quel che ne so il primo full length di death metal proveniente dalla Danimarca ad essere stato prodotto è 'a serenade in agony' (1992) dei Maceration, con Dan Swano alla voce. Un disco pesantissimo e un tantino monolitico, in cui certi riff prendono notevole spunto dallo swedish death nato più o meno due anni prima. Eppure i Konkhra si sono differenziati fin dal loro primo album. Già dall'esordio assoluto, l'EP 'Stranded' datato 1992 (che ad essere precisi è il primo CD di death metal ad essere stato prodotto dalla conterranea Progress Red Labels, ancor prima dei Maceration, ma di fatto in quanto EP l'ho messo in secondo piano), death metal già personale e articolato, ma penalizzato da una pessima registrazione.
Quel che intendo per novità sono quelle fragorose stoppate che già appaiono su 'sexual affective disorder'. Personalmente raramente ho ascoltato certe soluzioni così 'groove' in un disco death così datato. Inutile addentrarsi nella nascita del death 'n' roll e nei molteplici significati che per la gente assume questa etichetta (magari lo farò parlando del successivo 'spit or swallow', che è il mio disco danese preferito). Eppure niente mi toglie dalla testa che se è vero che qualcosa stava cambiando nel panorama thrash (vedi Pantera e nascita dell'half-thrash..), ciò ha influenzato anche lo sviluppo dei Konkhra (che in fin dei conti negli ultimi album sono finiti per snellire della componente death il loro sound a favore di un neo-thrash già proposto da troppi - loro che pur non essendo innovatori, si sono sempre adattati ad un trend prima degli altri - ). Penso ciò dopo aver ascoltato i famosi conterranei Invocator (due membri dei quali sono alla base del progetto Maceration, che però ripeto con certe influenze non ha nulla a che fare), mi riferisco in particolare al secondo album 'weave the apocalypse' registrato poco prima di 'Sexual affective..'.
Non mi si fraintenda, 'sexual affective disorder' non ha elementi thrash o post thrash particolarmente marcati, anzi è un disco di death metal puro. Però ha certe caratteristiche ritmiche particolari che non possono passare inosservate, veramente grandiose.
Inoltre trovo pertinente parlare di 'death metal danese': subito dopo uscirono sempre per la stessa etichetta Red Progress Labels (e ristampate quasi subito con piccole variazioni - tipo foto del gruppo - dalla Nuclear Blast e dalla Diehard a volte, un vero casino, tutto ciò perchè avevano successo) altri due dischi fondamentali, anche se non hanno avuto entrambi la stessa fortuna. Trattasi del mitico esordio degli Illdisposed 'four depressive seasons' (1993) e quello dei Detest, 'Dorval' (1994). Purtroppo i Detest si fermarono a quel disco (un concept sci-fi, lo ricordo vagamente ma era un buon disco) perchè poi alcuni membri della band sciolsero i Detest per formare i Cyborg, che a quanto pare suonavano un mix di industrial e thrash metal ma non li ho mai ascoltati, e han realizzato un solo album anche loro.
Tornando a 'sexual affective disorder', i Konkhra sono stati bravi/fortunati non solo ad essere tra i primi a calcare certi territori metal esplorati da pochissimi, ma lo sono stati altrettanto nel disporre sempre di supporto tecnico e manageriale da far invidia. Questo loro album d'esordio rappresenta la prima volta che un gruppo danese entrava nei mitici Sunlight studios svedesi per una registrazione (una registrazione che a me piace molto): era il Luglio 1993. Prima di loro tra i gruppi non-svedesi solo Vader, Darkthrone e Amorphis avevano avuto quel privilegio. Poi basti pensare a tutto il supporto a livello di videoclip e di show della metà degli anni '90 (ma poi ne parlo per 'spit or swallow').
Il disco si apre con 'center of the flesh' che è il mio brano preferito. Uno dei pochi con l'alternanza tra le voci dei chitarristi Anders Lundemark (leader della band) e Claus Vedel: quest'ultimo lasciò la band dopo questo album, sostituito in futuro sempre da chitarristi eccellenti (Kim Mathiesen e sua maestà James Murphy). Stoppate da paura, un 'ritornello' caratterizzato da un riff su scala potentissimo, e una particina meravigliosa in slap di basso.
E' l'alternanza tra up-tempo e mid-tempo a distinguere in particolar modo la freschezza di un lavoro del genere dal disco dei Maceration. Poi quelle aperture groove ma mai melodiche che ho già citato, affinate in futuro.
Un disco cupo, che adoro, specie le monumentali 'the dying art', 'Visually intact', 'blindfolded', oltre alla già citata traccia d'apertura. Questa distorsione bassissima che caratterizza in particolar modo tutti i primi album di Konkhra, Illdisposed, Panzerchrist, primo disco degli Autumn Leaves e compagnia bella (compagnia danese, ovviamente! ahah!) è favolosa, unica.
Non essendoci video per 'SAD', ne posto uno tratto dall'EP 'Stranded' del 1992.
'Daybreak' (non è presente su 'SAD')


Unmoored - Indefinite Soul-Extension (2003)




Banalizzando, il valore di un disco emerge realmente solo a distanza di anni. A volte già a pochi mesi di distanza dall'averli encomiati subito dopo la loro uscita, ci si rende conto di aver preso dei grossi abbagli. Sono trascorsi ormai cinque anni dall'uscita di 'Indefinite Soul-Extension' e sono ancora convinto che si tratti di uno dei dischi svedesi più belli degli ultimi anni. Gli Unmoored arrivavano da due dischi ravvicinati senza infamia e senza lode, distribuiti dalla Pulverised di Singapore, nota per aver annoverato tra le proprie fila altre importanti band svedesi come Thy primordial e soprattutto Theory in practice (che adoro ndr) e ad aver prodotto il primo mcd degli Amon Amarth. Proprio il secondo album degli Unmoored, 'Kingdoms of greed' (2000) fu l'ultimo ad essere stato pubblicato da quella casa discografica prima di ben cinque anni. Problemi di debiti o cose del genere, e quel fallimento lasciò senza un contratto diverse band. Gli Unmoored hanno avuto la fortuna di trovare la nostrana Code666. Se il debutto 'Cimmerian' (1999) suonava death 'n' roll senza troppe idee, il già citato KOG dell'anno seguente pur non facendomi esaltare conteneva dei buoni riff e un suono già più evoluto. 'Indefinite..' segna un passo in avanti pazzesco, sotto qualunque punto di vista lo si voglia guardare. Produzione, una nuova line-up a 3 elementi di cui comincio a parlare partendo dalle due new entry: Thomas Johansson all'epoca mi sembra ventiduenne, chitarrista solista di approccio decisamente metal classico, dotato di ottima tecnica e velocità d'esecuzione. Preannuncio che adoro il chilometrico assolo in fade-out di 'Cinders Veil' che anche per questo motivo è una delle mie preferite del disco. Il nuovo batterista Henrik Schönström invece è un mio coetaneo, ricordo che all'epoca si commentava "cazzarola ma questo qui ha appena 20 anni e suona così!". Il suo lavoro sul disco è strepitoso, spacca ma al tempo stesso è particolare. Lo stesso Christian Älvestam (cantante, bassista, chitarrista e membro fondatore della band) in un'intervista lo definiva sempre "il ragazzo" ahah. Bè Henrik stiamo invecchiando assieme uhuh. La fervida mente di Christian muove la macchina Unmoored. Già il precedente disco metteva in evidenza un nuovo percorso musicale che includeva death metal svedese di vecchio stampo ma anche una ventata di novità (voci pulite e parti melodiche). In questo disco permangono queste caratteristiche ma i ritornelli melodici non sono più tali perchè si incastrano in momenti diversi, in strutture meglio amalgamate e più complesse. E' proprio per questo che non trovo esatto parlare di ritornelli come lo si farebbe per un brano dei Soilwork, ad esempio. A tutto questo si aggiunge più spazio per la chitarra solista e per nuovi elementi prog. Parti ricche di atmosfera anche senza un uso massiccio di tastiera (che comunque è presente) s'alternano ad altre molto tirate (e a volte, si rasenta il black - 'Leave taking') e ad altre ancora basate su mid-tempo. I nostri oltretutto non disdegnano passaggi acustici. Si potrebbe pensare ad un gran casino, dopo questa descrizione, ma vi assicuro che il risultato è sorprendente per ordine e qualità, sicuramente meno per l'aspetto di novità, che questo album sostanziamente non contiene (altrimenti parlerei di una pietra miliare, cosa che non è). I generi proposti sono già ampiamente sentiti, così come le soluzioni vocali di Christian, sia in growl che in pulito. Ma a colpire è la qualità messa in mostra e soprattutto la maturità compositiva nell'amalgamare le molteplici influenze. Oltretutto bisogna ricordare che in quel periodo il genere viveva il suo momento di maggior ristagno a livello di idee nuove (non che ora sguazzi nell'oro! ndr). Nota di merito per la ballad conclusiva 'Final State Part III', e per i testi personali e fuori da certi stilemi di generi. Complimenti Unmoored il vostro disco resiste alla prova del tempo, e lo ascolto sempre più che volentieri dall'inizio alla fine, senza momenti di stanca.

Final State Part III (Posthumous Writings)

in the depths of duration
far away from a close
the extension of yet another
ending shows
loss of time by the hour
seasons scattered to the winds
from the dying of tomorrow
wearing thin

(chorus)
never to return
whait is said to be
will not come to pass
tides no longer turn
what is yet to be
will not last

changes of little moment
for the better or the worse?
into what is of no more,
in reverse
on the verge of existence
one more rise falling through
where the bloom of ever-enduring
now once grew

Final State Part III (Posthumous Writings)


A canorous quintet - Silence of the world beyond (1996)




Non solo Goteborg nell'ondata di death melodico svedese della metà degli anni '90. Certo, all'ascolto di 'Silence..' è evidente trovarsi dinanzi ad un disco death/black melodico, ma è bene sottolinearlo perchè viene spesso accostato ad una corrente di cui non ne è stato parte.
L'influenza di un disco con punte black come 'Skydancer' (1993) dei Dark Tranquillity è indiscussa, proprio perchè la componente -melodic è uno dei fattori di maggior interesse della proposta musicale di questo quintetto (ma và?) di Kungsängen. Ma già prendendo in considerazione il piccolo MCD d'esordio nonchè oggetto di culto 'As tears' (1995) è inconfondibile il tentativo, peraltro riuscito, di rendere personale il proprio senso musicale. Ed è un peccato che la band, dopo il suo folgorante debutto su disco intero, abbia smarrito proprio la sua trasparente originalità.
'Silence of the world beyond' (1996) è stato registrato negli Abyss di Peter Tagtren. Credo che gli A canorous quintet siano tra i pochissimi ad aver reagistrato due album e un mcd rispettivamente nei tre studi svedesi più celebri nel panorama death e black, ossia Unisound, Abyss e Sunlight.
La produzione è ottima, potente e pulita al tempo stesso. Questo è un disco che associo immediatamente all'altrettanto debutto dei compagni di etichetta (la grandiosa No Fashion di Stoccolma, la mia preferita) Ablaze My Sorrow (altra band che adoro) 'If emotions still burn' (anch'esso del 1996) che purtroppo è 'sporcato' da una registrazione piuttosto scadente effettuata a Varberg nei Maffian. In entrambi i casi, ad ogni modo, parliamo di death metal melodico con punte black di marchio svedese, originale e superlativo, e indubbiamente di alcune tra le migliori produzioni uscite per la No Fashion, il che equivale al meglio che la Svezia abbia prodotto nel genere negli anni '90.
Eppure, sarà un maledetto processo mentale del tutto autonomo e che potrebbe apparire fuorviante, personalmente trovo delle familiarità tra questo disco e il debutto su disco intero degli Amon Amarth ('Once sent from the golden hall' del 1998, che reputo il loro disco migliore). Curioso come Fredrik Andersson, batterista degli A canorous quintet nonchè uno dei principali songwriter, sia diventato una delle colonne portanti proprio degli Amon Amarth ma non suoni sul primo album (su cui notoriamente suona Martin Lopez ex-Opeth, altro drummer fenomenale).
Entrando di più nel merito di 'Silence of the world beyond', questo è un album che adoro perchè sfrutta pattern melodici sempre illuminanti e ispirati, su strutture già ampiamente mature. Sono i cambi di tempo a rendere il disco sempre fresco e imprevedibile, a cui si aggiungono parti arpeggiate mozzafiato. E' questa alternanza tra death e black (su ritmi un pò più sostenuti rispetto agli Ablaze My Sorrow) su vorticosi giri di chitarra a fare la differenza. La bravura dei due chitarristi Leo Pignon e Linus Nirbrant è indiscussa. I due sono i principali artefici della parte musicale del gruppo, unitamente a Fredrik Andersson, come già anticipato. Il songwriting pur non essendo memorabile è ben al di sopra degli standard. Difficile scegliere i brani migliori, direi che 'Spellbound' ha una partenza che raramente ho ascoltato in un brano del genere ed è sicuramente uno di quelli a cui sono più legato, ma citerei anche la title-track, 'the orchid's sleep' e 'dream reality'.

Spellbound

Entre les murs (Laurent Cantet, 2008)

Insomma alla fine di questa carrellata ciò che mi balza subito alla mente è che a quanto pare, pur non avendo visto tutto, quest'anno a Cannes non c'è stato il film che ha fatto gridare al miracolo. Il vincitore dell'anno scorso '4 mesi, 3 settimane e 2 giorni' l'ho trovato straordinario, pur non essendo un capolavoro.
Il vincitore di quest'anno, questo 'entre le murs' è un film (girato come se fosse un documentario) molto valido ma non quello che ho apprezzato di più, seppur di pochissimo. Il tema è molto affascinante e oltretutto mi riguarda da vicino (e ha riguardato il mio passato non troppo lontano coi ragazzi), e devo dire che qualsiasi figura professionale che lavori nel campo dell'educazione non può non essersi mai imbattuto in determinate riflessioni: fino a che punto deve giungere il compito dell'educatore, il metro da utilizzare in talune situazioni, la deterrenza e la lode. Un film che potrebbe apparire come niente di particolarmente innovativo e per certi versi è così, eppure è lo stile che non può lasciare indifferenti. La classe in presa diretta con gli scontri quotidiani tra due mondi difficili da conciliare. La visione è gradevolissima, si sorride molto e ci si sconforta altrettanto. La naturalezza dei piccoli attori è sorprendente, l'ho trovata indovinatissima. Francois Begaudeau ottimo nel suo personaggio, che non appare mai come colui che ha la verità in tasca, la parte della ragione per intenderci: ecco l'altro importante elemento di qualità della visione ai fini della riflessione, che si fà fortunatamente sempre varia e ardua allo stasso tempo pur girando su temi sui quali è capitato di soffermarsi più volte e a lungo, ma la cui risposta assolta, probabilmente, non esiste. L'importante è limare la differenza: sembra essere questo il messaggio finale.