Phlebotomized - Immense intense suspense (1994)

Dal verbo dei Nocturnus in pochi anni diverse band emergenti avevano incorporato la tastiera nel loro death metal. Contemporaneamente alla band floridiana, i My Dying Bride invece avevano mostrato quanto il violino potesse completare e arricchire il doom (all'inizio anche la band inglese incorporava parecchio death metal). I Celestial seasons, in Olanda, avevano creato una copia di questi ultimi. I The Gathering, una valida alternativa.
Nel 1994 in Olanda la scena estrema si muoveva essenzialmente su alcune band death metal e altre doom. Nessuno, nemmeno in Europa, aveva architettato una formula che comprendesse violino e tastiera in un genere che spaziava così tanto, dalla pacatezza alla furia di doppia cassa con punte di puro grind. I Phlebotomized, dal sud dell'Olanda, dopo due EP molto validi nel 1992 e 1993 giungono all'esordio estendendo la propria line up a ben sette elementi e creando un disco di rara bellezza, riconsiderato o, nella maggior parte dei casi, scoperto solo a distanza di tanti anni. Personalmente ho ascoltato il disco già dalla sua uscita, lo avevamo su MC e dietro il letto mio fratello aveva ritagliato una foto della band da un magazine (è la stessa che c'è sul retro del CD, con i sette immortalati in un bosco). Ricordo un'intervista in cui ammettevano che la liberalizzazione delle droghe leggere favorisse il loro processo musicale. Forse la psicosi creativa del disco, capace di passare dalla quiete alla tempesta in un batter di ciglia, risente anche di ciò.
Siamo dinanzi ad un disco libero in cui i cambi di tempo e la qualità dei riff prendono in mano la scena. Composizioni lunghe e articolate, melodie sopraffine, voci alternate tra basse e brutali e pulite (il lato debole del disco), battute corali, e come detto molto violino e una tastiera onnipresente che contribuisce a dipingere un quadro sinfonico e sperimentale. Non si pensi alla parola sinfonia come già qualche anno più tardi esplodeva con Nightwish, Tristania e compagnia bella. Qui si tratta di un modo sinfonico di intendere il death metal, come alcune band italiane avevano contribuito pesantemente a forgiare proprio in quegli anni (si pensi ai debutti di Sadist e Sinoath). Una piccola etichetta, la Cyber, capace di poca produzione ma che a posteriori risulta capace di produrre in pochi anni altri esordi memorabili, come quello dei Varathron o dei Dusk (e il secondo album dei messicani Cenotaph).
Immense intense suspense è un chiaro punto di riferimento per chi ama spaziare tra generi estremi con un chiaro obiettivo, quello di puntare oltre, con un occhio a radici estreme, molto estreme (il grind a cui si alludeva - parti furiosissime, sebbene rare) e altre di puro divertimento e scommessa (si pensi alla conclusiva Gone...). E' il risultato della ri-registrazione di ben quattro brani che apparivano sul primo EP più altri quattro brani nuovi e un'introduzione. I brani "datati" di due anni si inseriscono perfettamente nel nuovo corso, rappresentato quest'ultimo dai migliori episodi: Barricade, Dubbed forswearer, Mellow are the reverberations e la citata Gone...

Per quanto mi riguarda credo di aver ascoltato miliardi di volte il disco senza stancarmi, in particolar modo Barricade e Dubbed forswearer. Quest'ultima comprende al meglio tutti gli elementi della band: un'intro sognante, parti lente magistralmente orchestrate, destrutture prog e quando parte la prima accelerazione si assiste ad una furia travolgente.
I Phlebotomized puntavano ad un cambiamento ulteriore, e l'hanno poi realizzato con un disco ancor più snobbato di questo: Skycontact, l'ultimo primo dello scioglimento, coraggioso e molto the gathering mandylion-era, a tratti esaltante.

Pill 239



“Resistiré”
Dúo Dinámico
En Forma (1988)

Cuando pierda todas las partidas
Cuando duerma con la soledad
Cuando se me cierren las salidas
Y la noche no me deje en paz

Cuando sienta miedo del silencio
Cuando cueste mantenerse en pie
Cuando se rebelen los recuerdos
Y me pongan contra la pared

Resistiré, erguido frente a todos
Me volveré de hierro para endurecer la piel
Y aunque los vientos de la vida soplen fuerte
Yo soy como el junco que se dobla
Pero siempre sigue en pie

Resistiré para seguir viviendo
Soportaré los golpes y jamás me rendiré
Y aunque los sueños se me rompan en pedazos
Resistiré, resistiré

Cuando el mundo pierda toda magia
Cuando mi enemigo sea yo
Cuando me apuñale la nostalgia
Y no reconozca ni mi voz

Cuando me amenace la locura
Cuando en mi moneda salga cruz
Cuando el diablo pase la factura
O si alguna vez me faltas tú

Panzerchrist - Outpost Fort Europa (1999)

Outpost Fort Europa è il disco più melodico di un gruppo che cerca di cambiare pelle in un clima musicale di sostanziale paralisi creativa in ambito death e black metal. Dopo il 1996, anno di debutto della band originaria di Aarhus, Illdisposed e Konkhra avevano virato prepotentemente sul death 'n' roll cercando di variare una formula ormai vecchia e abusata, e nel frattempo era esploso il death metal melodico svedese. I Panzerchrist strizzano l'occhio all'una e all'altra corrente, mantenendo tuttavia una linea di continuità col predecessore Six seconds kill.
Bastano poche note di Outpost per riconoscere l'inconfondibile amalgama tra death e black metal nel riffing e la voce di Lasse Hoile, qui alla sua ultima apparizione, completa il quadro. Rispetto al debutto i Panzerchrist hanno operato il primo (dei tanti) massiccio cambio di formazione, sostituendo in blocco i musicisti dietro chitarre e basso. La nuova coppia di chitarristi è meno ispirata sul piano ritmico ma più dotata su quello solista. Il disco annovera più melodie, come detto, non tanto sulla falsa riga di In Flames e derive varie, sia inteso, quanto su un uso che amplia quello già brillantemente operato sull'esordio. Sono presenti molti più assoli, e la limpidezza della produzione guidata dal mitico Jacob Hansen (Invocator) contribuisce a rendere meno ruvido e aggressivo il suono. Le parti tirate, specie della batteria, sono rimpiazzate da ritmi più blandi, ma resta pur sempre un disco pesante. Cambia l'impostazione degli stacchi, generalmente affidati a parti soliste o, come nello splendido break di Outpost, anche ad un utilizzo non convenzionale della tastiera. E' infatti il primo disco della band in cui suona Karina Bundgaard, oggi si fa portavoce di spiritualità new age sul web (!), all'epoca la più gradita freccia nell'arco della band. E' lei la principale foriera delle note di piano in contrasto con la pesantezza dei chitarroni elettrici, e sono proprio i suoi inserti a costituire i momenti più lieti del disco: il memorabile stacco di Outpost, come detto, in cui le note di piano sono bissate dalla melodia di una chitarra. I due episodi strumentali del disco, Fort Europa e la conclusiva Surrender is not an option, tutt'altro che heavy, che danno respiro e luminosità ad un disco di una band che faceva della brutalità di voce, dei riff e dei blast beat il proprio marchio di fabbrica.
Karina si occupa assieme al capitano Michael Enevoldsen delle tastiere ma è anche la nuova bassista. Peccato che le sue linee siano poco distinguibili nel marasma sonoro, a differenza del lavoro di Nikolej Brink sul debutto. Le uniche apparizioni del basso di Karina avvengono nei break di solo basso, due riff bellissimi che anticipano le chitarre conclusive su Skin e Burning. 
A parte i brani citati una nota di merito anche per Uranium Angel. Sottotono invece Killing of the weak e Flesh in the scent. Non di certo un surplus di idee, insomma, ma le poche sfoggiate sono degne di nota.
Il disco passa in un baleno (appena 28 minuti) e lascia traccia più per i risvolti melodici che aggressivi (eccetto il primo brano, uno dei migliori della band, che incastona sia l'una che l'altra componente). Un mezzo passo falso, per i fan del death metal duro e puro. Altri nemmeno si accorgeranno del disco, che latita in un profondo dimenticatoio.
A me è invece sempre piaciuto, nel complesso, fatta eccezione per i pochi momenti meno brillanti. E' l'ultimo album del gruppo che ascolto più che volentieri.

Pill 238




Panzerchrist - Six seconds kill (1996)

E' un moniker che non passa inosservato. Suscita ilarità e fa riscoprire a molti appassionati di Porcupine Tree i primi passi artistici di Lasse Hoile
Una band che nasce per volontà di Michael Enevoldsen che negli anni stravolge spesso la line up restando l'unico membro in pianta stabile. Nel 1994 lascia gli Illdisposed e con Ronnie Bak e Lasse Hoile fonda gli Angel Accelerator Death. E' un progetto che ha vita breve, perché i due chitarristi Jensen e Kopietz escono subito per formare i Frozen Sun (senza molta fortuna). Ronnie si dedica a tempo pieno, ancora per poco agli Illdisposed e i reduci Hoile/Enevoldsen reclutano Nikolej Brink al basso e Finn Henriksen alla chitarra e formano i Panzerchrist. Un demo certo, nel 1995, più qualcos'altro che è andato perduto - si dice che nemmeno Enevoldsen abbia più quel materiale - finché una nuova piccola etichetta denominata Serious Entertainment li recluta. A Finn Henriksen viene affiancato Jes Christensen, che alza il tasso tecnico della band. 

Six seconds kill oltre ad essere il debutto, è anche il miglior disco dei Panzerchrist. Assieme al secondo Oupost Fort Europa (1999) rappresenta una fase a parte rispetto a tutta la discografia successiva. E' vero che in seguito i Panzerchrist hanno cercato di mantenere la loro principale caratteristica di muoversi con disinvoltura tra death e black metal, ma dopo il 1999 hanno completamente perso lo smalto dei primi tempi. Accantonando l'azzardo che li aveva resi, con il secondo album, più melodici e sperimentali senza perdere troppa pesantezza. 
Hanno preferito accelerare ancor di più, assoldando ad esempio il batterista da guinness dei primati (storia vera) Reno Killerich, adeguando alla velocità della doppia cassa i riff, e non viceversa. 

Questo excursus per mettere in evidenza quanto invece risulti degno di nota il connubio tra ferocia e melodia su questo album d'esordio. Quando pestano, i Panzerchrist lo fanno in maniera più feroce dei loro predecessori connazionali (Konkhra, Illdisposed, Maceration, Detest...). Da questo punto di vista, assieme allo splendido, contemporaneo Serenadium degli Iniquity (molto più ricco di tastiere), rappresenta un nuovo capitolo nella storia del death metal danese.
E' difficile trovare un disco di death metal così pesante e melodico allo stesso tempo. Naturalmente per "melodie" si intendono arrangiamenti sovraincisi rispetto ad un corposissimo riffing di chitarre accordate molto molto basse. Proliferano le parti in doppia cassa e a volte batteria e chitarre valicano i territori del death metal per accostarsi al black metal (l'esempio classico è la splendida Halls of oblivion). E' questo uno dei tratti maggiormente distintivi della band. Da menzionare la voce gutturale di Lasse Hoile, che ricalca quella di Bo Summer senza raggiungere la stessa forza (Hoile si aiuta con gli effetti risultando meno genuino ma comunque efficace nel suo compito). 
E' un album capace di una discreta varietà: rallentamenti, assoli, le accelerazioni descritte. 
Apprezzabile quanto nel tripudio di toni bassi le parti di ottima fattura di Nicolej Brink siano sempre distinguibili. 
Pesantissimo e soprattutto ispirato nei riff. 
Il finale di Last Supper è poesia.

 

Sieges Even - A sense of change (1991)

Con il seminale Life cycle (1988) hanno importato in Germania e in Europa, contemporaneamente ai Mekong Delta, un thrash tecnico che univa classe ed eleganza ad un genere veloce, graffiante e possente per sua stessa definizione. Sono accostati a quel thrash progressivo e tecnico che si diffondeva nel Nord America negli anni '80 grazie a gruppi come Voivod, Toxik, Anacrusis e Watchhtower. Sieges Even abbia ispirato Control and resistance (1989), molto molto simile (si accostino The eldritch a Repression and resistance, tanto per fare un esempio), ma non risulta che gli statunitensi conoscessero i tedeschi mentre è noto il contrario, che il primo album dei Watchtower Energetic disassembly (1985) per quanto più acerbo e meno evoluto, abbia forgiato i Sieges Even. Si configura come un bell'accostamento, in ogni caso, quello del meno conosciuto Life cycle a quanto di meglio abbiano realizzato i ben più noti Watchtower ma i Sieges Even non hanno mai avuto riconosciuto un ampio merito come invece spettava loro. Tutto ciò mentre escono come un fulmine a ciel sereno i fondamentali Psychotic Waltz, e il progressive/thrash metal raggiunge il suo momento più alto (1990-1991), e loro, i tedeschi, cosa fanno? Si tolgono ogni abito thrash su Steps (1990) e si lanciano nel dare corpo e anima ad un progressive in chiave moderna ma con richiami al passato (specie ai Rush), con tanto di brani uniti da un concept sottostante, destrutture e digressioni tipiche del genere. Ma è con il successivo A sense of change (1991) che i quattro tedeschi compiono l'ultimo e decisivo salto nel vuoto, rischioso e coraggioso.
A proposito di questi ultimi, molti ritengono che il primo menzionato album dei
Un senso di cambiamento stilistico e lirico: cambia anche il cantante (in meglio) e le sperimentazioni si fanno più ardite. Basti ascoltare i vocalizzi su Prime o Change of seasons, un brano quest'ultimo che mostra quanto il progressive (quello autentico) oltre che tecnico e cerebrale possa anche emozionare, con un crescendo da brividi di violini, viola e violoncello.
Lontano anni luce da virtuosismi e eccessi, i riff cruciali a volte sono addirittura accennati, con pochissime ripetizioni e forzature. Nonostante ciò i brani hanno una loro fisionomia e non sono difficili da memorizzare. Un disco come il predecessore ricco di chitarra pulita e arpeggi (c'è un solo chitarrista, Markus Steffen) mentre la chitarra elettrica non è mai pompata stile Dream Theater, ma ha un suono cristallino e poco metal. Si potrebbe definire come un classico del prog/rock, uno dei migliori degli anni '90, in cui non c'è un solo brano spento o privo di interesse. Da mettere in rilievo la preparazione tecnica di tutti i musicisti, in particolare dei fratelli Holzwarth, ma non come virtuosi bensì in qualità di abili arrangiatori e artigiani degli strumenti. Prevale sull'intero disco un senso di equilibrio e classe che faccio fatica a rintracciare nelle produzioni degli anni '90, anche di gruppi ben più celebri. Spettacolari, oltre ai brani citati, anche The waking hoursBehind closed doors e Epigram for the last straw (con un riff in particolare che mi ricorda sempre uno di A change of seasons dei Dream Theater: curiosa coincidenza o reale influenza?). E' un disco meraviglioso capace di rilassarmi, sorprendermi ed entusiasmarmi ogni volta. E anche di commuovermi con la sua superba Change of seasons.



Dolorian - Dolorian (2001)

Un trio finlandese piuttosto sconosciuto che ha raggiunto un minimo di notorietà solo nel momento in cui, dopo due album, ha pubblicato uno split con gli svedesi Shining. E dopo un terzo disco i Dolorian sono tornati nell'oscurità da cui erano emersi. In realtà non hanno mai amato la luce, e questo è rintracciabile nella loro musica, che definisco tra la più dark che abbia mai ascoltato. Ricordo quando mi sono imbattuto per la prima volta in questo loro secondo capitolo, senza titolo, nell'era di soulseek e immediatamente dopo lo split su menzionato, realizzando subito che poche volte avevo ascoltato prima di allora un disco così indefinibile. 
Partiamo dal piano sonoro: ci sono tracce di doom ma le parti heavy sono intervallate da lunghe distese acustiche. O piuttosto il contrario: è un disco che fa dell'ambient e dei rintocchi i suoi leitmotiv, con intervalli di prorompenti esplosioni elettriche. Senza accelerazioni e neppure elementi tipicamente riconducibili al black metal, ma da quelle atmosfere plumbee e radicali i Dolorian pur attingevano: i tre componenti erano usciti da una band di black metal melodico chiamata Black Swan e avevano esordito con un disco, When all the laughter has gone (1999) che aveva del black metal e del doom, con voce in screaming. Un disco ricco di tastiere. 
Questo secondo album è un passo nell'ignoto, per certi versi. Le influenze principali sono ben chiare, in realtà, Esoteric, Evoken, Monumentum, Ras Algethi (queste ultime due band non casualmente associate all'etichetta che produceva i Dolorian, la Wounded love). Ma i finlandesi hanno una loro identità musicale: si dice che scordassero le chitarre, e in effetti ciò contraddistingue i loro caratteristici rintocchi di "chitarre pulite". La tastiera non ha più funzione di tappeto integrante da band black metal, ma un sottofondo più similmente a un gruppo ambient. I Dolorian snelliscono la pesantezza e l'oppressione del primo album in favore di un sound molto più disteso e ipnotico. Perdono di ferocia e di disperazione guadagnando in psichedelia. I chiaroscuri di chitarre, ora pulite ora possenti, sempre essenziali, sono solo parte della formula vincente di questo disco dai riff ispirati. A completare il mutamento è l'utilizzo della voce: al posto dello screaming ci sono... sussurri. Parole sussurrate, ossessive, spesso astratte, in linea con la circolarità della musica. E' un'intuizione geniale di un gruppo in stato di grazia, capace di momenti di intensa creatività: Blue Unknown, il passaggio pulito di Hidden/Rising, la conclusiva Seclusion e soprattutto Numb Lava, che parte heavy quasi fotocopiando il riff dominante di My weary eyes del disco di debutto, per poi variare su due riff acustici legati, fenomenali a mio avviso, che mi fanno impazzire ogni volta. Le quattro tracce ambient si fondono nei cinque brani del disco, creando un'unicum accattivante dall'inizio alla fine, senza momenti di stanca.