Il cliente (di Asghar Farhadi, 2016)

Nota: sono presenti diverse anticipazioni sullo svolgimento della trama.

Lui si trasforma alla stregua del Jan Rosenberg di Skammen di Bergman, il cui poster appare simbolicamente nella vecchia casa tra ciò che resta nella stanza dello “schiaffo” fisico (lo avvertiamo sulla pelle) e morale. Non attingendo dal dilemma esistenziale del duplice ruolo di sdoppiatore di identità inegnante/attore, Emad da uomo ne fuoriesce smarrito e arido, reagendo all'intimità violata violando intimità.
Il non detto è da sempre uno dei punti chiave del Cinema del regista e anche in questo settimo lungometraggio fa la sua parte: la chiave interpretativa di Emad e il comportamento che ne consegue derivano da un “temo che...” piuttosto che da un'analisi scrupolosa e meditata. La vendetta è un mostro che lo divora insaziabilmente dall'interno, senza alcun freno, né riflessione partecipe con la propria partner. Giunge sempre a conclusioni e pone poche domande; quando lo fa è esasperato, si fida ciecamente dell'interpretazione dei fatti dei vicini e delle sue suggestioni, delle sue paure (stupro) piuttosto che elaborare una via di uscita lucida e armonica. Un'escalation brutale che ci fa provare quel superamento di un limite di umanità, persino paradigmatica esemplarità di ruolo sociale (la violenza sul suo studente), oltre che individuale.

Registi della vita. Ho sempre sperato in un segno, di presenza, e Asghar Farhadi appartiene puntualmente a quella categoria senza che io ce l'abbia spinto. E' come un incontro del destino, fin da quel giorno del 22/6/2010 nel piccolo cinema Centrale di Via Torino, dove proiettavano contemporaneamente due film iraniani, e assieme a Taraneh, dalla quale sono separato da appena due mesi di vita, mi sento di aver vissuto un tratto di strada.
Gli occhi di Roohi in Fireworks Wednesday, smarriti, stavolta sanno a cosa tendere. Torna in scena e coerentemente alla sua parte, agisce, finalmente, dopo l'interruzione doverosa, la crisi.
Tutto ricomincia, Roohi/Rana, ora che è cresciuta, ora che ha la chiave per accedere ad una delle più potenti risorse che alimentano la nostra vita e ci recano la vera pace dei sensi, ed è l'umanità. Umanità per questo vecchio colpevole ma straziante, per questa famiglia degna, per il suo riflesso che immagina, Rana, a quell'età, dopo 35 anni di matrimonio.
La clemenza. Riporre le armi della vendetta facile come via di ribellione.
La ribellione autentica è innanzitutto interiore.
E ancora una volta Taraneh/Roohi/Rana vaga da sola, in lacrime. Un gran senso di impotenza, lei vittima e poi spettatrice, spettatrice della sua vita e interprete femminile del dramma sulla scena, dove assiste malinconicamente allo spegnersi dell'uomo della sua vita. Le resta in gola l'urlo di clemenza.
Stavolta è cresciuta, da piccola Roohi, e i suoi occhi sono consapevoli della verità.

E' solo la fine del mondo (di Xavier Dolan, 2016)

Nota: sono presenti diverse anticipazioni sullo svolgimento della trama.

But the beast beneath the skin has been whispering, wondering, wondering, whispering
It's only the end of the world again.

"Quanto tempo?"


Il tabù della morte.

Il dolore da condividere perché appartiene a quella sfera intima di cui fa parte anche l'amore.

Il diritto di poter essere padroni, per quanto possibile, della propria vita, di condividere la propria morte.
Parlare della propria morte come testimonianza della propria vita.
Il diritto di esprimersi.
Il diritto di poter riassaporare, rivedere e riascoltare i frammenti della propria vita, sparsi ma raccolti. Lontani, ma ancora raggiungibili. Fino al limite estremo.
Il diritto di rivangare non tanto il passato, quanto la memoria di quel passato.

Il desiderio di rivedere la “vecchia casa maltrattata dal tempo”. Ricordi di miseria e tempi duri, ma quando la vita passa davanti, tutta, sapere di aver vissuto in un posto che malgrado tutto è lì, meta e non solo punto di partenza, appartiene alla legge del desiderio di riconciliazione che sgorga.
Nella vecchia casa sono nati i sogni, e Louis avrebbe voluto accarezzarli per l'ultima volta.
Desiderio di riscoperta per chiudere degnamente il cerchio. Desiderio che la testa poggi di nuovo su quel materasso.
La vecchia casa, non ha senso vederla: la brutalità della rinuncia.
Desiderio di avere la possibilità di pronunciarsi, di pronunciare la morte, per spezzare quel tabù condividendo la verità, nuda e semplice, eppur dolorosa, con la propria famiglia, con chi più di chiunque altro ha il diritto e il dovere di sapere e accogliere.
“Che cosa sei venuto a fare”, domanda ripetitiva come una interrogativa subdola. Non c'è tempo per porsi in ascolto per più di una manciata di secondi, si è perso il tempo dell'attesa, del mettere gli altri nelle condizioni di esprimersi secondo i loro tempi, le loro intenzioni, le loro necessità.

La pendola, il tempo scorre, quando sarà il momento giusto?
Le parole circostanziali per introdurre le parole “giuste”, quanta fatica. Scegliere il momento “giusto”, Louis ci ha provato, tre parole da dire e da rispondere, quelle essenziali, a volte quelle per rompere il ghiaccio dell'omertà.
La paura di parlare e di ascoltare, per contro, la paura di sentirsi dire che si muore, come se non lo sapessimo. 

La madre, tutto a punto, la mater familias che ha sempre sognato di poter esclamare “Come stiamo bene insieme, va tutto bene”, la nostalgia per le domeniche trascorse in famiglia, essere artefice della spensieratezza della famiglia, un riflesso ormai consunto, irrimediabilmente. 
I piatti preparati impeccabilmente “come nei libri”.
La madre che vede gli occhi del padre nel figlio, perché la genetica non mente, ma il dolore di un figlio è talvolta inconcepibile, quella frase “devo andarmene” necessariamente il timore che sia un'esperienza terrena, impossibile che sia la morte. La morte di un figlio è impossibile da considerare per una madre, tra le righe. A volte. Sarà più preparata, la prossima volta. Non ci sarà una prossima volta, un concetto alieno per l'amore irrazionale di una madre.
Lei resterà sempre quella della veste svolazzante delle domeniche, la stessa fantasia della tenda anch'essa svolazzante che Louis osserva mentre l'abbraccia, con le narici intrise di quel profumo di una mamma che è impossibile da dimenticare, e che ogni volta che si cade in un suo abbraccio si ritrova come la prima volta, anche a distanza di decenni. La tenda-vestito materno che ricorda l'infanzia noi la vediamo nel riflesso degli occhi azzurri di Louis (tutti gli interpreti hanno gli occhi chiari, tutti azzurri eccetto lei, verdi).

Suzanne, l'incoscienza del mondo. Non a caso il dialogo è nella sua stanzetta, il suo letto, la speranza adolescenziale di andare lontano, ancora inconsapevole del dolore del mondo. Non sono accadute cose strane, omicidi, reati, tradimenti, quelle cose che si vedono nelle vite degli altri. La morte, anche qui, un'eco lontana. Nessuno la rassicura, nessuno le spiega.

Gli sguardi: Catherine e Louis nel salotto, soli nel mondo in quel momento. Lui ha la barba di due giorni, e lo sguardo perso.
“E' malato”, pensa Catherine, si accorge Catherine, goffa nell'esprimersi, l'emblema che linguaggio emotivo e verbale non procedono di pari passo, contrariamente al tangibile, lei che non ride di una pessima storiella che prende per il culo una ragazza down, la trova di cattivo gusto, mentre per Antoine è la sola iniziativa verbale non violenta che intraprende per tutto il film; il solo terreno sul quale conversare “normalmente” è trovare un “argomento” di questo genere.

Catherine che “non è della famiglia”, preferirebbe che Louis e Antoine si parlassero, in intimità. Quando i due tornano dal delirante giro in auto, teme che abbiano litigato: conosce Antoine emotivamente, non tanto per cose riferite da lui (non era a conoscenza che fosse stato in Cina, ad esempio) e intuisce cosa la parola “morire” gli possa suscitare, tanto che più tardi nel momento in cui Louis cerca di spiegare il motivo della propria visita, lo prende per mano. 

L'occhiolino prima, la confidenza verso il fratello maggiore, la ricerca di un contatto maschile, con “chi saprà capirmi, ho pensato”, esclama Louis in auto, prima di una folle corsa, che gli lascia una camicia sudatissima tra spavento, tristezza, dolore. Antoine non solo non l'ascolta, s'incazza persino, lo accusa farneticando di aver inventato una storia, “l'ennesima storia per incularlo”, nella paranoia più malsana, ed è egli stesso che aggiunge un particolare di fantasia (la lettura del giornale) nel racconto. Efficace, per una volta, il doppiaggio italiano che traduce "nel contempo" l'espressione forbita ma naturale di Louis, che Antoine sbeffeggia (nella versione sottotitolata è tradotta con "nell'attesa" ed effettivamente non si capisce perché Antoine debba sottolineare con derisione tale espressione).
La morte di Pierre, “il tuo Pierre”, gli viene in mente di riferirla così, d'impulso, preceduta da uno schiocco di dita come un particolare, omesso e recuperato.
Louis persiste a provare fino all'ultimo a comunicare con Antoine: lo sguardo sorridente durante il dessert, così caldo e dolce e ebbro di amore. L'illusione che non ha riconoscimento.
“Devo andare via”, esclama: Antoine reagisce come sempre, terrorizzato, perché ha capito (come suggerisce il tipo seduto dietro di me nella sala). Il terrore di infrangere la vacua ma rassicurante sterilizzazione della realtà. Una camera iperbarica: ecco cosa desidererebbe per sé e per gli altri. Soprattutto per sé, ma anche per gli altri, e qui nasce la tenerezza verso questo personaggio che si difende distruggendo, indifeso ma violento. Lui, il primogenito - la responsabilità che rifiuta - avrebbe voluto difendere le altre, le donne, isolarle dall'impronunciabile morire, che Louis ha edulcorato per provare a introdurre il concetto. Ha fatto un bel casino, Antoine, l'ennesimo. L'ennesima prevaricazione “a fin di bene”, ma pur sempre prevaricazione - la sua difesa è offesa.
Le nocche di Antoine ferite da un pugno a qualcosa o qualcuno, l'inesplicabile che trova sbocco tramite l'esercizio del pugno.

Lascia Louis interdetto, sa che è remissivo, lo costringe a partire. Gli nega la possibilità. Gli serve l'alibi (appuntamento serale). Louis accetta: tornare è equivalso ritrovare gli stessi motivi che l'avevano spinto a partire. Ma Louis è diverso, pentito sinceramente della propria assenza pregressa, asseconda il desiderio materno (“avete il diritto di venire a trovarmi”). Si è reso conto irrimediabilmente e definitivamente che il suo sentire è incompatibile con quello degli altri, coloro che avrebbero dovuto, o saputo capire.

Solo Catherine, l'estranea, traduttrice emotiva secondo una consonanza non verbale, destinataria del cenno di Louis di mantenere il segreto, a cui risponde annuendo e chiudendo gli occhi nel mantenere tacito un accordo, l'unico possibile.

Pill 162

A dire il vero io non sono magra, ma posso sembrarlo, perché so come vestirmi. Sono nel mio elemento quando mi mostro, proprio perché non sono pura luce. Io non sono così sfuggente. E se una volta voglio fuggire non me lo permettono. Io sono il mio abito e il mio abito è me, dunque il mio abito è più della luce. E' ciò che non può essere di più. Non ciò che non può più essere. Insomma, come posso dire, sotto non c'è più carne. Ciò che è, è ciò che è, ma non è soggetto al divenire del tempo, perché non è carne. Io non marcisco. Io mi premetto di essere perfettamente a casa nel mio corpo, avvolto da abiti che mi danno sicurezza. No, anche così è mal detto. Va bene, ci si ricorderà ancora a lungo degli occhi distanziati e della bocca sensuale, ma come se fossero stati degli abiti. I miei occhi e la mia bocca sono accessori. Il mio profilo è molto complicato, ma per questo esistono le abbreviazioni espresse dai miei abiti, e io le adopero tutte per iscrivermi stenograficamente nel libro degli uomini, nei loro diari personali, ce n'è per tutti. Una stenografia che è in fondo una variante senza identità e forma. Tutto è insicuro, per questo appaio così sicura. Una donna in fondo insicura come me, che appare sicura nel sistema del mondo. Da personaggi pubblici come noi si richiede tempra e si riceve altrettanta tempra. Mostrare le gambe! Nessuna ne aveva mai avuto il coraggio. Via il punto vita. In compenso far vedere completamente le gambe. Persino alla cerimonia dell'insediamento, quando stavo quasi per morire di freddo nel mio cappottino di lana. Ma in mezzo a quelle matrone dai lunghi visoni mi distinguevo fra tutte. Proprio non riuscite a capire come si possa sopportare qualcosa di simile? Allora ascoltate: è impossibile che manchi qualcosa, perché altrimenti mancherebbe tutto. Voglio dire, qualcosa può mancare in un modo così drastico che la sua stessa esistenza non è più data, anche quando ne sia rimasto qualcosa, no, non mi sono espressa bene, per quell'esistenza non rimane alcun margine di azione, ed è l'esistenza stessa a diventare un margine di azione. Ma solo noi eletti abbiamo il permesso di agire, là dentro. Gli altri stanno fuori dal recinto e cercano di intrufolarsi. Senza riuscirci. Nessun abito può fare a meno di cuciture. Ecco, vedete. Se mancano le cuciture, niente abito! Gli elementi destinati a stare bene insieme non crescono insieme. Chi lo sa meglio di me! E' così che mi comporto con me stessa. Io sono la cucitura, ma la stoffa nel mezzo manca, accidenti, adesso ho ribaltato tutto. Insomma, la mia esistenza diviene significativa nel momento in cui vario gli accenti. Ora si parlerà di più del mio abito da sera Duchesse, a favore delle elezioni, ora degli short e della camicetta a quadri Vichy sulla spiaggia, a favore dei bambini, ora del mio completo rosa Chanel, per il favore e la fama della morte, e ora del mio completo di lana rossa, dopo l'annuncio dei risultati elettorali, quando i voti raggiunsero il massimo apice, quel completo che accolse confidenzialmente la testa sulla mia spalla, o era la spalla che accoglieva la mia testa? Non importa. Improvvisamente sono sola e mi metto a piangere. Questa faccenda che sono una cucitura mi dà filo da torcere: la gente si immagina quello che sta in mezzo, che non sono io. Ognuno ci vede una cosa diversa. Le cuciture ci sono o non ci sono, si possono impuntire fino al punto X, si possono accentuare come un punto vita, non il mio, quello di un'altra, il mio non è la cosa migliore che ho, devo far in modo che non vi cada l'occhio.

(Elfriede Jelinek - Jackie, pagg. 24-27. Forum editrice)





Pill 161



Article 522 of the Lebanese Penal Code exonerates rapists if they marry their victim.
A white dress doesn't cover the rape.

Deicide - Legion (1992)

La violenza in 29 minuti.
Talmente ripetitivo che ad un certo punto non capisci più a che brano sei, dove sei, chi sei.
Il suono dei Morrisound, ruvido, tagliente, spietato.
blast beat di Steve Asheim.
Il basso corposo e la voce demoniaca di Glen Benton.
Il resto sono loro, i fratelli Hoffman, con quell'incaponirsi in riff cervellotici, nevrotici, bestiali.

In mezzo a tanta idiozia lirica e scenica, i Deicide con Legion realizzano il secondo eppure già ultimo buon disco.
Leggermente inferiore al debutto ma ancor più efferato.
Repent to die mi sconvolge ogni volta.

Pill 160


Io canto per consumare l'attesa.
Allacciarmi la cuffia
chiudere la porta di casa -
non ho altro da fare,

fin quando viaggeremo verso il giorno
in cui s'avvicina il passo fatale -
e ci racconteremo come abbiamo cantato
per tenere lontana la Notte.

(1864)



La strega fu impiccata, nella storia,
ma la storia ed io
troviamo le arti magiche
di cui abbiamo bisogno, giorno dopo giorno.
(1883)