Pill 168



VOGLIA DI MORIRE

Poiché me lo chiedi, il più delle volte non ricordo.
Cammino vestita, immemore di quel viaggio.
Poi quella quasi innominabile brama ritorna.

Anche se non ho nulla contro la vita.
Conosco bene i fili d'erba di cui parli,
i mobili che hai messo sotto il sole.

Ma i suicidi hanno un linguaggio speciale.
Come i carpentieri, vogliono sapere quali attrezzi,
non chiedono mai perché costruire.

Due volte mi sono dichiarata così semplicemente,
ho posseduto il nemico, mangiato il nemico,
mi sono impadronita della sua arte, la sua magia.

Così, pesante e pensosa,
più calda dell'olio o dell'acqua,
ho riposato, con la saliva alla bocca.

Non pensavo che il mio corpo fosse a mezzopunto.
Perfino la cornea e gli avanzi di urina erano spariti.
I suicidi hanno già tradito il corpo.

Nati morti, ma non sempre del tutto,
abbagliati, non riescono a dimenticare una droga così dolce
che perfino i bambini guarderebbero con un sorriso.

Buttare tutta quella vita sotto la lingua! -
quella già da sola diventa una passione.
La morte ha le ossa tristi; tumefatte, si direbbe,

e tuttavia mi attende, anno dopo anno,
per risanare delicatamente una vecchia ferita,
per versare il mio fiato fuori dalla sua cattiva prigione.

Equilibrati là, a volte i suicidi si incontrano,
furiosi contro la frutta, una luna gonfiata,
lasciano il pane che hanno preso per un bacio,

lasciano la pagina del libro sbadatamente aperta,
qualcosa di rimasto non detto, il telefono non riagganciato
e l'amore, qualunque cosa fosse, un'infezione.

(Anne Sexton - Una come lei e altre poesie, pagg. 11-12. Edizioni Via del vento)

Pill 167

JUST ONCE

Just once I knew what life was for.
In Boston, quite suddenly, I understood;
walked there along the Charles River,
watched the lights copying themselves,
all neoned and strobe-hearted, opening
their mouths as wide as opera singers;
counted the stars, my little campaigners,
my scar daisies, and knew that I walked my love
on the night green side of it and cried
my heart to the eastbound cars and cried
m heart to the westbound cars and took
my truth across a small humped bridge
and hurried myy truth, the charm of it, home
and hoarded these constants into morning
only to find them gone.

(Anne SextonPoesie d'amore, pag. 112. Casa editrice Le lettere

e da L'estrosa abbondanza, pag. 84. Crocetti editore)

Pill 166

Ancora Spiderland, e nello specifico il finale di Good Morning, Captain.








Questo brano (e gran parte dell'album) è rappresentativo del dolore di McMahan per essersi trasferito dalla sua casa a Louisville per intraprendere una carriera musicale. Ha confermato che questi due versi ("Mi dispiace e mi manchi") si riferiscono ad aver lasciato il suo fratello minore a casa, consapevole che sarebbe stato costretto a subire la stessa triste adolescenza. 
Sul brano conclusivo dell'ultimo album degli Slint, McMahan narra di un capitano che ha perso tutto, con un finale esplosivo che ha spinto McMahan al limite prima che il gruppo si sciogliesse. 
Si tratta di un omaggio alla poesia di Samuel Taylor Coleridge La ballata del vecchio marinaio
Il brano presenta una struttura di chitarra a due corde, un "esile, stretto riff" dalla sezione ritmica e un ritmo "a scatti". 
Durante la registrazione del coro finale del brano, McMahan si è ammalato fisicamente per lo sforzo di urlare sopra le chitarre. 
David Peschek di The Guardian ha comparato Good Morning, Captain a Stairway to Heaven dei Led Zeppelin, scrivendo che "la straordinaria Good Morning, Captain è la Stairway to Heaven [degli Slint], se è possibile immaginare Stairway to Heaven sbiancata da ogni altisonanza". 
Dopo la registrazione, McMahan è stato descritto da Britt Walford come "fradicio di sudore”, e presumibilmente vomitò in seguito. 
Dopo che McMahan sforzò la propria voce per ottenere un suono più forte delle chitarre, si trattenne in ospedale.

(fonte: https://genius.com/7337616)

Pill 165

Di sogno, che ne so


E chi era poi quel gatto, nel terrore

Del tempo che logora le cose,

Piegando gli uccelli al proprio cibo,

che si avvolgeva a me, alle mie colpe?



Quando di sopra a noi fuggiva il cielo e

L’equilibro fra le stelle si sfasciava,

che cosa era ad accostarsi, a fare

scorrere leoni nel proprio letto in fiamme

verso il sepolcro dal coperchio sempre spalancato?



Di dietro a sette veli in tulle il domestico al destino

alla vista è una piattezza a una sola dimensione

e i ciechi sono legati l’uno all’altro

dai cavi di saliva, bava di ragni

nell’atto dell’amarsi,

con il collare di coda d’elefante, a volgere la gioia

dello scheletro nell’incendio del cervello.



Eppure, intanto che del tempo il gatto,

le grinfie sulla nuca a me, dall’osso mio della tristezza

attira me nel proprio cielo,

squarcia il tessuto una risata



del mercato ai sogni,

mi risveglio con l’insolenza di parole:

Ehi, globo terrestre di due passi,

quegli orticelli tuoi là dietro

li ho visti tutti, io.

(traduzione: prof. Giampiero Bellingeri)

(Nilgün Marmara - Daktiloya Çekilmiş Şiirler, pagg. 163-164. Everest Yayınları)




Pill 164

(                       )

The Eye-Mote

Blameless as daylight I stood looking
At a field of horses, necks bent, manes blown,
Tails streaming against the green
Backdrop of sycamores. Sun was striking
White chapel pinnacles over the roofs,
Holding the horses, the clouds, the leaves

Steadily rooted though they were all flowing
Away to the left like reeds in a sea
When the splinter flew in and stuck my eye,
Needling it dark. Then I was seeing
A melding of shapes in a hot rain:
Horses warped on the altering green,

Outlandish as double-humped camels or unicorns,
Grazing at the margins of a bad monochrome,
Beast of oasis, a better time.
Abrading my lid, the small grain burns:
Red cinder around which I myself,
Horses, planets and spires revolve.

Neither tears nor the easing flush
Of eyebaths can unseat the speck:
It sticks, and it has stuck a week.
I wear the present itch for flesh,
Blind to what will be and what was.
I dream that I am Oedipus.

What I want back is what I was
Before the bed, before the knife,
Before the brooch-pin and the salve
Fixed me in this parenthesis;
Horses fluent in the wind,
A place, a time gone out of mind.



(Sylvia Plath - The colossus, pagg. 6-7. Faber and Faber)

Pill 163

DUE VEDUTE DI SALA ANATOMICA

1
Il giorno che lei visitò la sala incisoria
C'erano in quattro stesi là, neri come arrosto bruciato,
Già mezzi decomposti. Un sentore acetoso
Di fermenti di morte li avvolgeva;
Si misero al lavoro i giovani in camice bianco.
A lui toccò un cadavere dalla testa fracassata
E lei non ci capiva quasi niente
In quei frantumi di cranio e pezzi di vecchio cuoio.
Uno spago giallastro li teneva ancora insieme.

Nei loro vasi i feti dal naso a chiocciola lunari lustreggiano.
A lei lui dà il cuore divelto guasto cimelio.

2
Nel bruegeliano panorama di fumo e macello
Solo in due sono ciechi a quell'orda di putredine:
Alla deriva nel mare della serica azzurra
Gonna di lei, egli canta in direzione
Della sua nuda spalla e su di lui si china
Lei solfeggiando un foglietto di musica,
Entrambi sordi al violino della testa-di-morto
Che adombra la loro canzone.
Questi amanti fiamminghi in fiore; non per molto.

E tuttavia la desolazione del quadro risparmia la piccola contrada
Assurda, delicata, nell'angolo in basso a destra.



(Sylvia Plath - Lady Lazarus e altre poesie, pagg. 129-131. Mondadori editore)

Il cliente (di Asghar Farhadi, 2016)

Nota: sono presenti diverse anticipazioni sullo svolgimento della trama.

Lui si trasforma alla stregua del Jan Rosenberg di Skammen di Bergman, il cui poster appare simbolicamente nella vecchia casa tra ciò che resta nella stanza dello “schiaffo” fisico (lo avvertiamo sulla pelle) e morale. Non attingendo dal dilemma esistenziale del duplice ruolo di sdoppiatore di identità inegnante/attore, Emad da uomo ne fuoriesce smarrito e arido, reagendo all'intimità violata violando intimità.
Il non detto è da sempre uno dei punti chiave del Cinema del regista e anche in questo settimo lungometraggio fa la sua parte: la chiave interpretativa di Emad e il comportamento che ne consegue derivano da un “temo che...” piuttosto che da un'analisi scrupolosa e meditata. La vendetta è un mostro che lo divora insaziabilmente dall'interno, senza alcun freno, né riflessione partecipe con la propria partner. Giunge sempre a conclusioni e pone poche domande; quando lo fa è esasperato, si fida ciecamente dell'interpretazione dei fatti dei vicini e delle sue suggestioni, delle sue paure (stupro) piuttosto che elaborare una via di uscita lucida e armonica. Un'escalation brutale che ci fa provare quel superamento di un limite di umanità, persino paradigmatica esemplarità di ruolo sociale (la violenza sul suo studente), oltre che individuale.

Registi della vita. Ho sempre sperato in un segno, di presenza, e Asghar Farhadi appartiene puntualmente a quella categoria senza che io ce l'abbia spinto. E' come un incontro del destino, fin da quel giorno del 22/6/2010 nel piccolo cinema Centrale di Via Torino, dove proiettavano contemporaneamente due film iraniani, e assieme a Taraneh, dalla quale sono separato da appena due mesi di vita, mi sento di aver vissuto un tratto di strada.
Gli occhi di Roohi in Fireworks Wednesday, smarriti, stavolta sanno a cosa tendere. Torna in scena e coerentemente alla sua parte, agisce, finalmente, dopo l'interruzione doverosa, la crisi.
Tutto ricomincia, Roohi/Rana, ora che è cresciuta, ora che ha la chiave per accedere ad una delle più potenti risorse che alimentano la nostra vita e ci recano la vera pace dei sensi, ed è l'umanità. Umanità per questo vecchio colpevole ma straziante, per questa famiglia degna, per il suo riflesso che immagina, Rana, a quell'età, dopo 35 anni di matrimonio.
La clemenza. Riporre le armi della vendetta facile come via di ribellione.
La ribellione autentica è innanzitutto interiore.
E ancora una volta Taraneh/Roohi/Rana vaga da sola, in lacrime. Un gran senso di impotenza, lei vittima e poi spettatrice, spettatrice della sua vita e interprete femminile del dramma sulla scena, dove assiste malinconicamente allo spegnersi dell'uomo della sua vita. Le resta in gola l'urlo di clemenza.
Stavolta è cresciuta, da piccola Roohi, e i suoi occhi sono consapevoli della verità.