Deicide - Legion (1992)

La violenza in 29 minuti.
Talmente ripetitivo che ad un certo punto non capisci più a che brano sei, dove sei, chi sei.
Il suono dei Morrisound, ruvido, tagliente, spietato.
blast beat di Steve Asheim.
Il basso corposo e la voce demoniaca di Glen Benton.
Il resto sono loro, i fratelli Hoffman, con quell'incaponirsi in riff cervellotici, nevrotici, bestiali.

In mezzo a tanta idiozia lirica e scenica, i Deicide con Legion realizzano il secondo eppure già ultimo buon disco.
Leggermente inferiore al debutto ma ancor più efferato.
Repent to die mi sconvolge ogni volta.

Pill 160


Io canto per consumare l'attesa.
Allacciarmi la cuffia
chiudere la porta di casa -
non ho altro da fare,

fin quando viaggeremo verso il giorno
in cui s'avvicina il passo fatale -
e ci racconteremo come abbiamo cantato
per tenere lontana la Notte.

(1864)



La strega fu impiccata, nella storia,
ma la storia ed io
troviamo le arti magiche
di cui abbiamo bisogno, giorno dopo giorno.
(1883)













Atrocity - Calling the rain (1995)

Calling the rain è un project-album della band tedesca Atrocity. Sarebbe stato il caso di chiamarlo con un altro nome, e molti avrebbero agito così, ma gli Atrocity erano fieri di mostrare come riuscivano a cambiare pelle da un album all'altro, agglomerando famelicamente e in breve tempo una serie di sonorità completamente distanti le une dalle altre.


Blut dell'ottobre del 1994 era un coraggioso ma poco ispirato esempio di come ci si potesse staccare dal death metal degli esordi, Willenskraft del 1996 ancora peggio; tanto trend preso qua e là da altri dischi del tempo alternative e nu metal.
Nel mezzo, una collaborazione con i Das Ich con incursioni stravaganti nell'EBM e industrial. Per poi finire a fare cover di grandi pezzi degli anni '80.

Proprio in Blut c'era il brano Calling the rain che dà il titolo a questa raccolta, o meglio un album vero e proprio di qualche mese più tardi. Il gruppo scrive e registra in collaborazione con Yasmin Krull, sorella del leader Alex. Il risultato spiazza, fa discutere. Dimenticato in fretta, in realtà, prima che After the storm quindici anni più tardi ne rievochi lo spirito.

Non è certo folk metal, come è etichettato ovunque. Qui di metal non c'è nulla, e le uniche chitarre elettriche appaiono in Land beyond the forest e nella successiva Die Geburt eines Baumes
Yasmin non è una gran cantante, a volte la sua voce ha delle incertezze, e lo stesso Alex col pulito non ha mai convinto. Tuttavia i brani non sono affatto male. Si assiste ad una band metal che gioca a sperimentarsi per davvero nel folk. Coraggioso. 

Da segnalare l'ultimo brano Ancient sadness, che parte come traccia ambient prima di trovare una definizione in linea col resto del disco, in tempi più dilatati. Decenti la title-track e Back from eternity. La copertina è malamente sgranata, discreto il video estratto.


Resta un esempio di incursione di una band tedesca pioniera di musica estrema nel proprio paese, con alle spalle un capolavoro come Todessehnsucht (1992), che si è gettata a capofitto senza paura e con un bel po' d'ingenuità in un genere distante anni luce da quello originario, facendolo proprio.

Sadness - Danteferno (1995)

Time belongs, only to the ones that partecipate

Dopo un primo album tanto bello quanto inosservato, i Sadness da Sion (come i Samael) cambiano etichetta, infelicemente, e realizzano Danteferno
Sarebbe potuta essere la svolta sia in termini musicali che di successo, ma il disco è controverso e segna un passo indietro rispetto al debutto, e l'entusiasmo underground dei primi tempi si spegne. L'italiana Godhead fallisce di lì a poco.
Il tempo per firmare un terzo contratto con la Mystic: ancora una volta un buco nell'acqua. L'etichetta polacca è dedita alla realizzazione di musicassette, per i Sadness opera un'eccezione: edizione CD in slipcase, ma il mini Evangelion è terribilmente inascoltabile nel suo mix di elettronica, dark e techno nei brani inediti. La fine.

Danteferno è controverso perché la band ha cercato di uniformarsi alla corrente metal, rinunciando alle influenze dark delle origini. Ascoltato per intero, le intenzioni sembrano diverse, ma i risultati sono proprio questi. La produzione di Martin Eric Ain dei Celtic Frost è più un limite che un vantaggio: segna un passo in avanti per professionalità, ma il suono delle chitarre e molti riff della coppia Chiva/Terry nelle parti heavy riconducono molto, troppo alla band di culto di Zurigo (gli Alastis in quegli anni tracciavano un destino simile).
Il limite maggiore sono i quattro brani conclusivi del disco, ossia la metà sul totale. I brani Shaman e Talisman sono pura accademia sulla falsa riga dei momenti più piatti delle parti heavy dei Celtic Frost. Below the shadows e Aphrodite's thorns si incentrano sulla voce di Christine (che pervade anche il debut), tastiera e i rintocchi dark tipici del loro stile, ma tutti questi elementi non bissano la ricercatezza, lo splendore dei brani del primo album, che erano più emozionanti ed omogenei.
Infine, Danteferno a mio avviso è stato promosso male, ossia come un disco di gothic/doom metal (dovrei ancora avere un flyer dell'epoca che lo descriveva come i nuovi Anathema e My Dying Bride).

Scrivo di questo disco per rendere omaggio invece a tutto ciò che di buono e prezioso possiede nei primi quattro brani: ispirati, potenti, creativi, emozionanti.
L'ingresso delle chitarre sui cori femminili della title-track mi suscita ancora oggi un brivido intenso. Gli strumenti sono più d'impatto rispetto al debutto ma risulta ancora chiara la matrice del gruppo, a partire dal timbro inconfondibile di Steff Terry. Danteferno evolve in un inserto azzeccato di piano fino ad un finale travolgente. Senza respiro.
The mark of the eldest son è ancora più metallico, e nel momento di maggior enfasi in cui non casualmente vengono mescolate le parole melody e melancholy (senza h nel booklet) sia sul piano lirico che sonoro torna alla mente la splendida chitarra di Lueurs.
Tribal è il primo brano del disco più Celtic Frost-dipendente, animato da una vena tribal-metal come da titolo. E' accattivante, parte e prosegue bene, ma a sorpresa non avviene quella svolta tipica nell'evoluzione dei brani del gruppo. E' il primo segnale di cedimento.
Per fortuna c'è Delia, ultimo grande esempio della magia dei Sadness: gli arpeggi, la voce sussurrata, un'esplosione metallica e la chitarra solista (un po' paradiselostiana) di Chiva lasciano una traccia ben distinta.
A seguire, un calo netto, nettissimo di idee.

La band dopo Evangelion è scomparsa. Steff Terry ha provato a metter su un nuovo gruppo dieci anni più tardi, i Mistery Cold. Farciti di elettronica. Solo demo.

Chiva ha realizzato un disco Black Sabbath-dipendente (Oracle Morte, del 1996, scovato in un negozio anni fa) in cui suona tutti gli strumenti.

  

Pill 159

Per Ingmar Bergman, che sa della parete

Ho visto la verità
avvinghiata
da un enorme serpente
a sonagli
e inghiottita
da un enorme serpente
che nel ventre
la gonfia
e lentamente la fa svanire
finire, lei
divorata.

Ho visto la parete
e ho gridato
nel mio bianco
bianco letto al quale
nessuno è venuto, ho
giaciuto in un bianco
bianco letto
e gridato perché
tutti gli animali dell'Ade
mi avevano preso di mira
i rospi, i
vermi, i [–]
i sauri, e sbattevano
intorno ali e pinne

Parole non ne ho più
soltanto rospi che schizzano
fuori e fanno paura, solo
astori che si precipitano
fuori, solo feroci
cani selvaggi, come se non ce ne
sono più, mastini,
che vi attaccano
che ululano e
i miei parti verbali
nell'azzurro ridente
e col gelo dei
campi mietuti dell'amore
amore, la grande merde
alors, che concima una
pazzia in cui,
per quello che mi importa, tutto,
per quello che mi importa tutto,

può andare in malora.

(Ingeborg Bachmann - Non conosco mondo migliore, pagg.95-97. Guanda editore)


Elle (di Paul Verhoeven, 2016)

Nota: sono presenti diverse anticipazioni sullo svolgimento della trama.

Ho visto Elle di Verhoeven. Penso a quanto sia labile il limite tra mostrare una violenza “pulita” e morbosa.
In Spetters, Fiore di carne e nei primi film olandesi l'eccesso non era quasi mai stucchevole. In Elle sì.
Sfruttamento e sopraffazione facevano parte di una poetica ben precisa, persino nel primo film hollywoodiano del regista.
Lo stupro di Spetters è spaventoso, mi spacca le ossa. Quelli di Elle cedono il passo ad una dimensione che non ha più a che fare col mio corpo. Il film si allontana da me durante la visione. Nemmeno la trama da film giallo, inizialmente accattivante, regge la distanza.
La spettacolarizzazione della violenza ha trasformato Verhoeven in un regista esageratamente compiaciuto di fare il Verhoeven.
Poche sequenze si salvano, le più grottesche.
Una psicanalisi da strapazzo serpeggia per tutto il film. Lei asseconda la violenza che in fondo ritiene di meritare? Lui la violenta per vendetta della morte di qualcuno a lui caro quarant'anni prima? Il desiderio di paternità del figlio, pur a costo di riconoscere un figlio non suo? Una madre che rivanga la giovinezza sfiorita con un gigolò per poi morire per un improvviso ictus provocato da veleno madre-figlio? Il padre, enigmatico mostro, idem? Una vicina di casa caricaturale devota e vergine sposata ad un maniaco sessuale, che commenta con compostezza la sorte del marito come frutto di un' “anima tormentata”?
E poi questa ridicola allusione al lesbismo, ma per favore!
Come se il valore, la riproducibilità, la comunicazione del mezzo filmico con chi ne fruisce vadano di pari passo con l'esagerazione. Quanto narcisismo!
Per gli amanti del "c'è gente che si masturba, eiacula, prende botte, muore, muore atrocemente, muore dissanguata, scopa, scopa con uomini, donne, bambini torturati? Critica alla società conformista".
Strizzata d'occhio a La pianista, per giunta, in almeno due sequenze. Forse tre, se considero l'ambiguità che assume la violenza carnale.
Vorrebbe costringermi a sentirmi puritano perché ripudio questa reiterazione di sessualità visibile e latente (le scene collettive, in cui regna il perbenismo formale mentre sotto i tavoli – metaforicamente e non – giace la menzogna del “tutti scopano con tutti”) ma perde completamente di vista il vero parametro che mi spinge ad apprezzare un film: la potenza evocativa. Quella che mi lascia sperare o morire, vergognare o temere, e soprattutto fremere.
Non sempre la briglia sciolta conduce al cuore.
Per fortuna c'è Isabelle. Lei sorregge la visione. Senza di lei, oh, ridatemi la Soutendijk.
A 63 anni offre ancora il corpo nudo alla macchina da presa con la stessa sfrontata disinvoltura di trentacinque anni fa quando girava Loulou o Colpo di spugna.

Pill 158

Della infanticida Maria Farrar

1.
Maria Farrar, nata in aprile, senza segni
particolari, minorenne, rachitica, orfana,
a sentir lei incensurata, stando alla cronaca,
ha ucciso un bambino nel modo che segue:
afferma che, incinta di due mesi,
nella cantina di una donna ha tentato
di abortire con due iniezioni
dolorose, dice lei, ma senza risultato.

Ma voi, di grazia, non vogliate sdegnarvi:
ogni creatura ha bisogno dell'aiuto degli altri.


2.
Tuttavia, lei dice, il prezzo stabilito
lo ha pagato subito, si è legata stretta,
ha bevuto la polvere di pepe nello spirito
ma quello d'una purga, non altro fu l'effetto.
Le si gonfiava il ventre a vista d'occhio, allora
lavando le stoviglie aveva assai sofferto.
Lei stessa, così dice, era cresciuta ancora.
Molto aveva sperato pregando la Madonna.

Anche voi, di grazia, non vogliate sdegnarvi:
ogni creatura ha bisogno dell'aiuto degli altri.


3.
Ma, così pareva, era inutile pregare.
Si pretendeva troppo. E quando fu più grossa,
le venne il capogiro durante il mattutino. Sudò più d'una volta
ed anche per l'angoscia, ai piedi dell'altare.
Ma lei tenne segreta la sua condizione
fino a quando la colsero le doglie del parto.
Ci era riuscita: nessuno credeva che fosse
caduta in tentazione, lei così sgraziata.

E voi, di grazia, non vogliate sdegnarvi:
ogni creatura ha bisogno dell'aiuto degli altri.


4.
In questo giorno, dice, alla mattina presto
sente una fitta, lavando le scale,
come di spilli nel ventre. Un brivido la scuote.
Ma pure le riesce di nascondere il suo male.
E tutto il giorno, stendendo i suoi panni,
si rompe la testa, poi le viene in mente
che doveva partorire, ed improvvisamente
sente una stretta al cuore. In casa torna tardi.

Ma voi, di grazia, non vogliate sdegnarvi:
ogni creatura ha bisogno dell'aiuto degli altri.


5.
La si chiamò ancora, mentre era coricata:
la neve era caduta e doveva scopare.
Alle undici finì. Era lunga la giornata.
Soltanto nella notte poté sgravarsi in pace.
E partorì, a quanto dice, un figlio.
Il figlio somigliava a tutti gli altri.
Ma lei non era come le altre madri.
Non la schernisco: non ce n'è motivo.

Anche voi, di grazia, non vogliate sdegnarvi:
ogni creatura ha bisogno dell'aiuto degli altri.


6.
Lasciate che lei seguiti a narrarvi
come finì la sua creatura,
(nessun particolare lei vuole celarvi)
così di ogni essere si vede la natura.
Appena giunta a letto un forte malessere
l'aveva pervasa, e, da sola,
senza sapere quello che succedesse
a stento si trattenne dal gridare.

E voi, di grazia, non vogliate sdegnarvi:
ogni creatura ha bisogno dell'aiuto degli altri.


7.
Con le ultime forze, lei dice, seguitando,
dato che la sua stanza era fredda da morire
al gabinetto s'era trascinata, e lì (quando
più non ricorda) partorì alla meglio
così verso il mattino. Lei dice ch'era tutta
sconvolta ormai e mezzo intirizzita
e il suo bambino lo reggeva a stento,
poiché nella latrina ci nevicava dentro.

Anche voi, di grazia, non vogliate sdegnarvi:
ogni creatura ha bisogno dell'aiuto degli altri.


8.
Fra la stanza e il gabinetto, prima, lei dice,
non avvenne proprio nulla, il bambino scoppiò in pianto
e questo l'urtò talmente, lei dice,
che con i pugni l'aveva picchiato tanto
alla cieca, di continuo, finché smise di piangere.
E poi s'era tenuta sempre il morto
vicino a sé, nel letto, per il resto della notte
e al mattino nel lavatoio l'aveva nascosto.

Anche voi, di grazia, non vogliate sdegnarvi:
ogni creatura ha bisogno dell'aiuto degli altri.


9.
Maria Farrar, nata in aprile,
defunta nelle carceri di Meissen,
ragazza madre, condannata, vuole
mostrare a tutti quanto siamo fragili.
Voi, che partorite comode in un letto
e il vostro grembo gravido chiamate «benedetto»,
contro i deboli e i reietti non scagliate l'anatema.
Fu grave il suo peccato, ma grande la sua pena.

Di grazia, quindi, non vogliate sdegnarvi:
ogni creatura ha bisogno dell'aiuto degli altri.


(Bertolt BrechtLibro di devozioni domestiche, pagg. 23-26. Einaudi editore)